CONTEMPLAZIONE

Serie: SONNILOQUIO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un maestro del sogno lucido ritorna sulla scena di un sogno folgorante. Qualcosa lo persuade di aver raggiunto un limite invalicabile. Racconto in quattro episodi.

«Osservo il fondo screpacciato e melmoso della piscina svuotata. Da qui, le geometrie ipnagogiche mi riconnettono alla coscienza del sogno, assemblate stavolta nella rappresentazione instabile di una taurocatapsia minoica.

Tutt’attorno vi è soltanto abbandono. Desolazione. Un plumbeo paesaggio autunnale.

La villa è diversa. Certo più piccola. Collassata negli spazi. Nell’architettura. Ricomposta in uno stile liberty. Lo stile senza stile.

È un ospedale psichiatrico. Ora. Uno di quelli che ho visto nei vecchi film. Che la mente ha saccheggiato dal mio immaginario.

Il cielo è un ruggito. Una promessa ineluttabile di pioggia. Fulmini. Vento.

Non mi resta che trovare riparo nell’abitazione.

Le governanti di Callan mi accolgono con distacco. M’introducono nell’atrio. M’illustrano le stanze del pianterreno.

Mi sento trattato come uno di loro. Adesso gli abiti non sono più neri come la volta scorsa, bensì bianchi. Camici da infermiere.

Dopotutto è naturale. Mi sorprendo dell’incredibile coerenza che sembra via via riequilibrare le storture di questo cambio di scenario.

Per di qua, dottore. Indicano le inservienti. Il paziente è sedato. Può parlare, ma i suoi movimenti sono limitati. Alterna attimi di lucidità con stati confusionali. Afasia. Disfagia. Alogia. Nostalgia. Nostalgia? Penso. Da quando in qua è un disturbo?

L’uomo nella “cella” è steso su una chaise longue di raso blu. La mano obliqua calata sulla faccia. Una tarantola dalle zampe aperte a ventaglio.

Posa e abbigliamento sono molto teatrali. Sembra più un prigioniero settecentesco che un pazzo rinchiuso.

La stanza non ha nulla di riconducibile alla cella dei manicomi che mi ero figurato.

È un normale salone.

Al mio ingresso, l’uomo scosta la mano dal viso. È Callan. Ha una lunga barba. Dieci anni in più.

Nel vedermi simula un ghigno sinistro. Si mette a sedere. Imita un applauso.

Ma bravo. Il nostro “Dio”. Mormora. A cosa dobbiamo l’onore del ritorno? Non ti è bastato distruggerci l’esistenza? Ops. Dimenticavo: per te noi non esistiamo.

Balbetto qualcosa. Parole incomprensibili. Un misto di scuse. Di spiegazioni.

Com’è possibile? Penso. Com’è possibile che i sognati abbiano subìto le conseguenze del mio risveglio?

Com’è possibile, ti domandi?! Sbotta Callan. Ha letto nitidamente il mio pensiero. Mi rinfaccia che per me sognare sia come giocare a un videogame. Stacchi la spina e tutti se ne vanno a nanna! Grida. Inizia a farmi il verso. Con mosse isteriche. “Scusa Callan: ora devo proprio lasciarti. Vado a sbattermi la tua donna in un altro sogno. Oddio come s’è fatto tardi però! Vorrà dire che rimanderò i miei impegni a domani notte. Per ora mi limiterò a lasciarvi in balia del caos.”

Cerco ancora delle scuse. Mi rifugio nel pretesto di non aver potuto sapere.

NON SAPEVI!? Ma se eri l’unico a sapere! Riattacca Callan. Si rammarica di essere mio amico. Poi compatisce la propria ingenuità. Probabilmente là, da dove vengo, lui non è nessuno per me. Forse non assomiglia neppure a qualcuno di mia conoscenza. È solo un burattino. Dice. Una marionetta che mi sono divertito a manipolare.

Su questo si sbaglia. Lo correggo. Lui lo sa. Non ho mai avuto potere su Callan. Dato che rappresenta una di quelle “sfingi” di cui parlava Gael. Quel nome mi fa tornare in mente anche Laura. Astrid. Che fine hanno fatto?

Si sono ammazzati. Sussurra l’uomo. Non hanno retto. Dice. Sono impazziti e si sono tolti la vita. O qualunque cosa fosse. Lui invece si è trovato prigioniero nella sua stessa casa. Dicono che si sia immaginato tutto. Dicono che abbia scambiato il manicomio per la sua abitazione. Ed è tutta colpa tua! Tua e della tua smania di sapere! Ruggisce di nuovo.

Gli chiedo cos’hanno visto di tanto pazzesco.

Il sogno ha fatto di tutto per svelartelo. Risponde. Mentre lui, Callan, si è sempre prodigato per impedire quella rivelazione. Ma ormai la tua coscienza era troppo forte. Lamenta. Gael c’era andato vicino. Le sfingi non sono guardiani. Ma limiti. Spiega. Sentinelle della mente. Colonne d’Ercole oltre cui si estende soltanto l’abisso della follia.

La coscienza non deve espandersi al di là di certi confini. L’uomo è troppo labile per sondare l’infinito. Eppure alcuni di voi si ostinano a voler abbattere ogni resistenza. Siete tanto stupidi da ambire a diventare dèi.

Dèi? Ripeto. Ancora più confuso.

Pensaci. E se l’universo non fosse altro che un sogno di Dio? Domanda Callan. Un Dio la cui onnipotenza, in principio, fu solo calamità. Un potere che non sapeva ancora dominare. Proprio come un sognatore inesperto che restasse in balìa dei suoi stessi mondi.

Immagina quali disastri potrà aver combinato questo Dio. Almeno finché non s’è deciso ad affinare l’estro. Racconta Callan. Il primo passo fu entrare in connessione col proprio mistero. Lavorò su di sé. Scavò negli angoli più bui della propria natura. S’indagò talmente a fondo da arrivare a capirsi.

Fu allora, soltanto allora, che Dio sfiorò l’onnipotenza. Dice. Gli mancava un ultimo limite da violare: entrare nella creazione. Farsi carne. Penetrare la cornice per poter provare l’ebrezza di trascenderla. Ammirando così sé stesso – il suo vero volto – attraverso gli occhi di un essere limitato, incapace di reggerne la visione. Ecco dunque come Dio, nell’esatto istante in cui raggiunse l’onnipotenza, impazzì.

Gli occhi di Callan puntano qualcosa dietro di me. Sembra un’immagine che lo perseguita da sempre, celandone lo sguardo dietro a una follia necessaria a sostenerne la visione.

Quel giorno, rivelandoti ti sei trasceso. Farnetica l’uomo, in preda al delirio. Ci hai segnati con la tua impronta divina. Dice. Da allora Lei non se n’è più andata. È rimasta qui, con noi, ad attendere che anche tu l’ammirassi.

Se vuoi salvarti, non ti voltare. Mai!

Finalmente mi giro. Contemplo con sgomento le fattezze del Creatore alle mie spalle.

Il suo corpo rigido. L’ombra di un’impossibile concavità. È la mia orma incavata in uno spazio negativo. Il volto. Una maschera di pelle rovesciata. Progredita per sottrazione. È un solco nella materia del sogno scavato in direzione contraria all’esistere. Lambirlo, per me, sarebbe un semplice combaciare. Un indossarci reciproco volto all’annullamento della forma.

Ne vedo il reticolo di vene pulsanti. Rosse arterie che corrono innaturali sulla sua carne viva. Rientrante nel vuoto. Quasi la scrutassi da dentro. Un calco proteso agli antipodi dello spazio che occupo.

L’essere sembra dormire in piedi. Le palpebre serrate. Il respiro regolare. La bocca si muove imperterrita, occupata a narrarmi questa vicenda.

So che quella bocca non dovrà mai smettere di parlare. Se solo lo facesse, questo sogno cesserebbe. Ma so anche che presto quelle palpebre si schiuderanno sull’abisso che delimitano. Quando lui si sveglierà, io mi smarrirò.

Per sempre.»

FINE

Serie: SONNILOQUIO


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Discussioni

  1. Sono la più profana fra le tue lettrici, quella più terrena e materiale, quella che ci capisce meno di tutti. Tuttavia, leggere i tuoi ‘pensieri’ mi toglie sempre il fiato. Quella sensazione di mondi che si aprono, di teorie complicate che si srotolano alla comprensione e portata di menti più semplici. Bravissimo

    1. E pensa che io invidio il tuo modo di trattare concetti grandissimi attraverso le piccole storie (piccole storie che la tua penna trasforma in Grandi Storie) con i dettagli e le magie del quotidiano🙏. Alla fine parliamo entrambi di magia (il Sud America ci ha rapiti tutti e due e non ha ancora deciso di farsi pagare il riscatto😆)

  2. Ogni volta che leggo in tuo racconto lo trovo corredato dalla promessa che non mi deluderà, e la mantiene sempre. Questa idea poi di usare la seconda persona è coraggiosissima tu l’hai gestita in maniera eccellente.

    1. Grazie Roberto! Sai quanto stimo la tua scrittura, e sapere che apprezzi non può che essere per me un grandissimo regalo. Ti ringrazio (e ringrazio anche tutti quelli che hanno fatto lo stesso) per esserti gettato in questo racconto dagli esiti incerti – soprattutto per me😆. Leggere un autore è sempre una scommessa, un investimento di tempo. Un atto di fiducia. Dunque grazie soprattutto per la fiducia🙏

    1. 😆 Pensa che tengo un quadernino in cui scrivo tutte le parole che mi affascinano trovate qua e là, una specie di vocabolario in (dis)ordine alfabetico con anche la definizione scritta da me – almeno come l’ho interpretata – e ogni volta che scrivo ne metto un paio a random solo per sembrare una persona seria😂

    1. Ciao Giancarlo! Grazie mille per la lettura e per le tue finissime analisi. Ti confesso che speravo proprio in una tua lettura, proprio perché conosco i tuoi interessi per le tematiche che spaziano dallo scientifico al filosofico ed ero curioso di un parere. Sono contentissimo che tu abbia apprezzato l’idea😊. Devo dire che la struttura è un po’ troppo sperimentale anche per me. Avevo voglia di esprimere un paio di concetti ma ho il timore che l’esubero di registri renda molto più ingarbugliata la vicenda di quanto poi non lo sia. Ti ringrazio come sempre tantissimo per la tua preziosa attenzione!