Conversazioni Mute

A me il cappuccino delle 18 fa sempre riflettere molto. Lo prendo da solo per scrollarmi di dosso le troppe ore buttate dentro un ufficio a vedere volare via la mia vita, e di solito lo sorseggio accompagnato da buona musica e pensando alla caducità delle cose.

Di cosa parleranno le persone che ho di fronte? Proprio queste qui che osservo nascosto dietro la tazza bianca ed elegante del mio cappuccino schiumoso?

Certo per scoprirlo basterebbe togliermi queste cuffie imbottite dove un tizio americano continua ad urlare come un forsennato cercando di farmi credere che lui, lui è solo un prigioniero del Rock’n’Roll.

Bei tempi quelli.

Non c’è più il Rock’n’Roll di una volta, quello duro e puro, quello che ti faceva vibrare direttamente il midollo e lo faceva con la potenza di un pugno dritto nello stomaco.

Prendi quel bellimbusto che ho davanti, quello lì che se ne sta in posa con il suo spritz del cazzo in una mano e l’altra in una tasca, davanti al bancone del bar.

Indossa una felpa blu dove sulla schiena campeggia la scritta bianca CHUCK TAYLOR TEAM.

E chi cazzo è Chuck Taylor?

Ci fosse stato scritto Chuck BERRY avrei capito anzi, mi sarei alzato e gli avrei domandato: “Hey fratello, la voglio anche io una felpa come la tua, dimmi dove l’hai presa. Mi ricorda i tempi andati dove le chitarre si potevano ancora portare in sacchi di iuta, cristodiundio!”

Invece rimango qui, a cuccia nel mio angolino cercando di capire perché quello con la scritta CHUCK TAYLOR TEAM sulla schiena se ne sta lì tronfio a pensare di essere una figo da copertina patinata.

Mi dicono che sia stato un cestista americano, o meglio un cestita americano che ha lanciato la moda delle scarpe di tela con la stella sopra.

E allora, dico io? Merita davvero un posto sulla mia schiena?

COL CAZZO… ecco cosa rispondo, cristodiundio!

Per fortuna a distogliermi da quel tipo, è entrata una coppia.

Circa 40 anni lei e 45 lui e se così non fosse, gli anni se li portano proprio male.

In ogni caso, a prescindere dagli anni, lui non si merita lei e chissà, forse nemmeno lei si merita lui. Se ne stanno zitti al tavolino di legno chiaro con i cellulari in mano a riempire il silenzio fra loro. Magari in realtà stanno chattando insieme, magari si stanno chiarendo, magari invece stanno avendo la conversazione della vita con i loro amanti progettando fughe lontane che non si realizzeranno mai ma che fanno così bene all’illusione di avere ancora una possibilità.

Conversazioni 2.0 le chiamo io, meglio farle passare da una tastiera le parole, piuttosto che trasportate dall’aria.

Lei è una bella mora dai capelli lisci e lunghi a coprirle le spalle, con la mascella pronunciata, quasi mascolina per certi versi. Sul viso non ha trucco se non un rossetto rosso che accende la fantasia.

Una dominatrice direi, una di quelle che si sceglie con cura la preda attraverso l’occhio impassibile ed esperto dei 40 anni.

Chissà che sangue gli brucia nelle vene a quella.

Lui invece non ha niente di particolare e ti accorgi della sua presenza solo perché noti la presenza di lei: se fosse stato da solo lo avresti notato come si nota una buca in una strada piena di buche. Ha uno di quei visi che si scordano subito dopo averli visti, come i nomi degli amici di amici che ti vengono presentati ad una cena. “Ciao gente…faccio subito le presentazioni così non ci si pensa più. Lui è Luca, lei la sua ragazza Gloria mentre lei è Giovanna.” Da questo momento a quando i loro nomi svaniscono dalla tua mente sono passati 3 secondi netti. L’unica cosa che hai capito perfettamente è che una delle due tizie è impegnata mentre l’altra forse è libera ma è un cesso.

Questo pensiero viene preso e portato via dolcemente dalle fresche note di arancio del profumo delle due ragazze che si sono sedute proprio vicine a me.

Non mi guardano affatto e mi va bene così: adoro confondermi con la tappezzeria, essere scambiato per un soprammobile o osservato come un paesaggio degno della minima attenzione. A quanto pare hanno un sacco di cose di cui parlare, le loro bocche non stanno ferme un attimo e mi ricordano quelle dei criceti quando un filo d’erba scompare risucchiato dai loro minuscoli morsi ritmici.

Ammetto che ho una voglia matta di spegnere la musica e scostarmi un poco una cuffia fingendo di grattarmi un orecchio per poter rubare un pò di quella conversazione.

Desisto.

Le guardo per qualche minuto fintamente concentrato sulla strada che si vede dalla vetrata del locale e che si trova proprio poco oltre le due ragazze. Cerco una scintilla nei loro sguardi, un gesto del loro corpo che mi suggerisca una storia nascosta, una gelosia repressa o un attrito… ma non vedo niente.. sono solo felici.

Avranno diciotto anni, massimo 20, saranno pazze di qualche attore inglese e nei loro cellulari ci saranno le note di un tizio che ha imbroccato per errore un paio di canzoni e a cui ne basteranno altrettante per finire dimenticato e imbolsito a fare le pubblicità di letti matrimoniali a doghe in legno su qualche TV locale.

Mi sento battere piuttosto nervosamente su di una spalla.

Quando mi volto, vedo la bocca della cameriera bionda del bar che si muove rivolta a me ma al posto delle sue parole, continuo a sentire solo il ruggito del tizio americano che racconta di come da giovane cercava di imparare a camminare come solo gli eroi sanno fare.

Mi tolgo le cuffie.

“Scusa?” Le dico.

La bionda ripete senza nascondere l’aria scocciata.

“Mi serve il tavolo. Scusi ma questo è riservato per le otto e non pensavo che per bere un cappuccino le servissero due ore.”

***

Quando le porte scorrevoli si aprono automaticamente per permettermi di uscire, saluto e auguro una buona serata.

La cameriera bionda entra in cucina fingendo di non avermi sentito, le due amiche chiacchierone non si sono mai accorte di me, la dominatrice con l’inutile compagno continua a bere il suo prosecco con in mano il cellulare e Mr. Chuck Taylor mi degna di uno sguardo fugace ma solo perché l’apertura della porta ha fatto entrare una folata di aria gelida. Poi torna a gonfiare il petto nella sua bella felpa blu.

Esco, il bavero del cappotto tirato su e la coppola in testa, nel freddo di quella notte di novembre.

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Discussioni

  1. “A me il cappuccino delle 18 fa sempre riflettere molto. Lo prendo da solo per scrollarmi di dosso le troppe ore buttate dentro un ufficio a vedere volare via la mia vita, e di solito lo sorseggio accompagnato da buona musica e pensando alla caducità delle cose.”. Questo è un vero incipit, uno di quelli che non può far altro che catturare il lettore e imprigionarlo nella morsa dello scrittore. Perché l’inizio di un racconto, di uno scritto in generale, deve far questo. Questa storia è uno spaccato di vita quotidiana colma di significati a non finire. Scriverle non è mai facile se non si è padroni di un certo stile. Sinceri complimenti! 🙂

    1. Giuseppe sono lusingato da quello che mi hai scritto e sono felice di leggerlo proprio da te.
      Commenti precisi come i tuoi, oltre naturalmente a quelli degli altri, mi fanno crescere e capire (o meno) se la strada intrapresa è quella giusta.
      Grazie davvero.
      Ciao,

  2. Tra queste righe mi sono sentita terribilmente compresa…
    “Terribilmente” perché si vive in un contesto opprimente di relazioni che vanno portate avanti sciattamente, con ogni genere di falso stratagemma… invece anche io sono portata a vedere le cose per quello che sono e spesso la cosa non mi piace… ma al contempo mi conturba e mi porta ad attaccarmi ai “soggetti” che scruto, per cercare di cogliere un codice di accesso a qualcosa che sembra così funzionante dall’esterno… ma che in realtà voglio tenere lontano il più possibile.
    A volte si creano anche legami muti: qualcuno si accorge del nostro sguardo, altri fanno finta che non esistiamo…
    il nostro azzardato disprezzo, presuntuoso, diventa forse l’unica forma di relazione autentica che alcune persone riescono a sfiorare.
    Complimenti <3

  3. Eccomi: in pochi minuti ho bevuto con te per due ore il cappuccino! Mi ritrovo molto nell’abitudine di scrutare la gente ed immaginarne le vite, le relazioni, le reazioni. Un bel quadro o meglio, forse, una fotografia, scattata con maestria :). Scrivi molto bene, lo stile è coinvolgente e diretto. Bravo

  4. Bel pezzo e bello stile. Ed qualcosa che mi capita anche a me, stare con le cuffie, osservare la gente, mentre soffro in metropolitana come adesso XD
    E stato divertente leggerti, complimenti!

  5. È curioso come andare in giro con un paio di cuffie (o restare fermi ed osservare cosa succede attorno) faccia da filtro aiutando a vedere la realtà con lucido distacco. Oltre alla prosa fluida e destabilizzante ho apprezzato la scintilla di ribellione che emerge da molti passaggi, la stessa scintilla che ha infuocato un intero filone musicale, molto caro anche a me, e forse sostituito ormai da altri generi, nuovi ma che hanno in comune con il rock la voglia di denunciare disagio, inquietudine e rabbia. Al prossimo LibriCK!

    1. Tiziano è proprio vero quello che dici. La musica è un bel filtro per osservare tutto quello che ci circonda, alle volte rende tutto più bello altre volte conferisce note malinconiche e tristi ma va bene così.
      Io comunque penso che del buon Rock può solo che aiutare e se tanto mi da tanto, anche te condividi questo pensiero 🙂 .
      Grazie infinite del tuo commento e del tuo tempo.
      Alla prossima.

  6. Un racconto breve che lascia l amaro in bocca, come il cappuccino.
    Lo specchio di un qualunque pomeriggio in una qualsiasi città, magistralmente scritto che descrive squarci di una società anomala.
    Lo stile grintoso e contemporaneo dona una sferzata di vitalità a personaggi al limite del surreale.
    Antropologia su carta in Poche righe.
    Mi è oiaciuto.

    1. Fabiana,
      grazie per il tuo bel commento ed il tuo tempo. Come diceva Bukowski, “la gente è il più grande spettacolo del mondo” e in certi momenti mi piace osservare con distacco chi mi circonda.
      Grazie di nuovo.
      Alla prossima

  7. Ciao Raffaele, ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato! Complimenti per la prosa e per il testo, scorrevole in tutti i suoi punti. Apprezzo molto come scrivi, la tua scrittura è come una lama tagliente nello studio di un rinomato barbiere. La tua voce interiore viene fuori, si fa sentire al massimo e leggerti è davvero un piacere. Solitamente cerco di dare consigli su come migliorare nella scrittura e, fidati, sono molto meticolosa a riguardo; ma con questo racconto non ho davvero niente da aggiungere. Il ritmo è esplosivo, mi ha preso dall’inizio alla fine e non mi era mai successo prima d’ora. Continua così perché sei davvero bravo. Complimenti vivissimi 🙂

    1. Annalisa che posso dire? Le tue parole mi lusingano tanto, dico davvero. Grazie di cuore. Sono felice che ti piaccia il mio modo di scrivere e mi auguro che anche le prossime storie possano appagarti allo stesso modo.. da parte mia ce la metterò tutta.
      Grazie ancora del tuo tempo e del tuo commento.
      A presto