CORPO CELESTE

Serie: IPERCHERATOSI


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: In un futuro remoto, quattro fuorilegge sono costretti a un atterraggio di fortuna su un pianeta sconosciuto. Racconto Sci-fi/Horror in due episodi ispirato al cinema fantascientifico americano anni '80.

Helga verificò sul display il livello di carica del fucile a riconnessione magnetica: trentotto per cento.

«Merda» disse a bassa voce, per non svegliare Santos.

Sarebbe stato meglio se fossero tornati al modulo.

Ormai però era tardi: l’uomo era già sdraiato a terra, crollato all’istante per la stanchezza.

Dormiva e russava come un predatore rotolato sul fianco, quasi fosse un leone stramazzato nella savana.

Dalla canottiera allentata spuntava il glabro e polputo petto, scosso da repentini spasmi muscolari.

Helga levò il capo e lo ruotò con lentezza, così da seguire i contorni dello squarcio che la sovrastava.

Lassù si aprivano due oblique sezioni di calotta, contrapposte l’una all’altra e spalancate a mo’ di valve contro al rosso narcotico di quel cielo immutabile.

In cima ai bordi sinuosi, erano visibili le grossolane merlature: due file regolari di macigni bianchi e calcinosi – alcuni piatti, altri ogivali – incastrati a forza nella rigorosa sequela di alveoli che correvano lungo quasi tutto il perimetro della struttura muraria.

Che senso ha questo posto? Si domandò, addentrandosi nell’ala riparata al di là della volta: un unico, sterminato ambiente ovoidale dalle pareti concave e levigate come l’interno di un igloo.

Lì il soffitto presentava tre fenditure: una centrale, a forma di trapezio allungato, disposta fra due circolari, collocate appena più in là.

Helga scrutò nuovamente lo spiazzo di terra alle sue spalle, l’ellisse infuocata dai bordi sfrangiati che la luce disegnava al suolo; poi tornò a guardare i tre fori spalancati nell’immenso nero davanti a sé.

C’era una sinistra simmetria in tutto ciò.

Un cupo borborigmo ruppe il silenzio: il suono della sua pancia.

L’odore del cosmo le aveva messo fame.

Un puzzo persistente di polvere da sparo misto a fumo di saldatura, che però i suoi sensi stremati iniziavano a confondere col profumo di carne abbrustolita e di mandorle tostate.

Dietro a tutto, una fragranza più delicata di rum e lamponi, l’illusione olfattiva data dalle molecole di formiato di etile: la scia inconfondibile di qualche nube galattica.

Ancora una volta, la donna sbirciò nel visore termico del fucile, così da appurare che nessuna minaccia si celasse nell’oscurità.

Fu allora che captò qualcosa di sinistro: l’intero sterrato sembrava bollirle sotto ai piedi.

Helga riavviò il comando del Warpstorm e prese a fissare nel buio quello sfarfallio di deboli ondulazioni, quasi un lievitare strisciante di piccoli bozzi.

In pochi attimi, tutto il suolo mutò in un tappeto di dune molli e acquose come pustole inesplose.

Con cautela si accovacciò per tastare il terreno: il palmo carezzò l’argilla secca e squamosa sotto cui si agitava un magma viscido e caldo.

Al primo affondo nella materia friabile, la donna sentì come una morsa cingerle le dita.

Un filamento colloso le aderiva alla mano, qualcosa dotato di vita propria che, come una lingua informe, aveva preso a strattonarle il braccio nell’intento di trarla a sé.

Helga urlò, e il suo gridò rimbombò nella fortezza. Con l’altra mano puntò l’arma e sparò una carica di plasma dritta al suolo, levando in aria una pioggia nera di liquami e vapori ustionanti.

Era di nuovo libera, anche se uno sgradevole torpore le pervadeva l’estremità dell’arto.

Impiegò poco a realizzare: tre delle dita erano state completamente spolpate, ridotte solo a nude falangi ritorte affioranti dalle callosità annerite e cauterizzate del palmo.

Assieme a quell’immagine trapelò anche il dolore.

Dio: cosa c’è nella terra?

D’improvviso si ricordò di Santos.

Con passi svelti raggiunse lo spiazzo illuminato dal tramonto: là, dove poco prima stava coricato l’uomo, vi era ora una massa informe vomitata dal suolo; un prolasso tremulo e schiumante di polpe rosate e arterie bulbose che sembrava fagocitare qualcosa d’inerme.

Solo due anfibi emergevano dall’agglomerato melmoso e rutilante, ancora disposti come se a calzarli vi fossero due gambe distese.

Forse Santos non si era nemmeno accorto di ciò che gli stava accadendo.

La sostanza, intanto, aveva preso a sfrigolare e a mutare di densità: spandeva in aria zaffate di grasso bruciato man mano che spurgava gli scarti untuosi del pasto, defluendo nel suolo sempre meno viscosa, come melma scarlatta in uno scolatoio.

Quando Helga vide affiorare solo un teschio lucido e scarnificato, afferrò finalmente la natura di quella fortezza megalitica tanto sinistra e famigliare.

Ammirò dunque con occhi nuovi ciò che prima aveva confuso per fatiscenti merlature: distinse benissimo le due chiostre di denti, e capì di guardare il cielo dall’interno del cavo orale di un mastodontico cranio semi-inghiottito dalla terra.

Ciò che aveva scambiato per un perimetro di muraglie non era altro che lo spazio interposto fra la mandibola e la mascella di un cranio inconcepibile, la spoglia aliena di un’antica e smisurata preda incagliata come un cetaceo nelle lande del pianeta da chissà quanti millenni.

«Un ossario…» mormorò arresa, mentre sprofondava nel caldo umido di mucose planetarie «…questo mondo è un gigantesco ossario…»

***

Novak esaminò il foro nel terreno.

Sangue, disse tra sé.

Un liquido rosso e gorgogliante ricolmava la cavità, trasformandola in una pozza nauseabonda di liquame.

Poco più in là, ancora sconvolto e dolorante, stava Ishikawa: una mano fasciata e un buco nero al centro del volto, in corrispondenza delle cartilagini nasali, ormai liquefatte dal contatto con l’orrore che si annidava nel suolo.

«È vivo… capisci, Stefan! Questo pianeta è una creatura di carne, come me e te… un predatore! E il calore, l’aria che respiriamo… perfino il tramonto… sono solo un’enorme esca».

Novak fissò il lungo filamento di carne vomitato fuori dalla carotatrice pneumatica dimenarsi e avvolgersi su se stesso come una serpe decapitata.

«Deve aver vagato per millenni attraverso la nube di Oort… come un naufrago spinto dalla fame…»

continuò l’uomo, con gli occhi sbarrati nel vuoto.

«Non perdiamo la testa, Akira… abbiamo ancora il modulo! Ci rifugeremo lì dentro! E poi, quando Helga e Santos saranno tornati…»

Ishikawa lo interruppe con uno strillo.

«Sono fottuti, Novak! Non l’hai capito!? Lo vedi questo!?» Gridò indicando il deserto attorno a loro. «Questa è la Sua pelle! E Lui si nutre attraverso la pelle! Siamo come mosche in una ragnatela! Non potremo rimanere nel modulo in eterno: prima o poi dovremo andare in cerca di cibo… e anche se la sua carne fosse commestibile, avremmo sempre bisogno di acqua… anche se dal suo sangue traessimo acqua, ci servirà comunque energia per mantenere attivo l’aerocondensatore… e qui non c’è nessuna fonte di energia!»

Novak scosse il capo per allontanare quelle parole: portò le mani alle orecchie e fuggì al sicuro, nel modulo, lasciando l’altro in balìa del delirio.

«Dovremo uscire, prima o poi, Stefan! Lui è paziente: aspetterà! Passeranno giorni… mesi! Ma dovremo uscire… prima o poi…»

FINE

Serie: IPERCHERATOSI


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni

  1. “una mano fasciata e un buco nero al centro del volto, in corrispondenza delle cartilagini del naso, ormai liquefatte dal contatto con l’orrore che si annidava nel suolo.”
    Sono descrizioni molto dettagliate, senza esagerare ma coinvolgono il lettore, e permettono, almeno a me, di immaginarmi le scene descritte.

  2. Ciao! Ho letto la prima parte del racconto, e tra l’altro anche commentato. Mi era piaciuto molto, e questa seconda parte altrettanto, la trovo ben studiata, dettagliata, con una trama che ricorda assolutamente il genere fantascientifico anni ‘80, come scritto nel riassunto; inoltre un genere che apre moltissime porte, e che mi piace particolarmente.
    Complimenti!

    1. Ciao Beatrice! Grazie ancora! Ho cercato di calibrare meglio che potevo le descrizioni e le ellissi, così da condensare il racconto nello spazio più stretto possibile. Sono contento che questo mio esercizio sia riuscito ad apparire icastico in più passaggi: è l’obbiettivo che mi ero posto sin dall’inizio di questa avventura 🙂

  3. “Novak fissò il lungo filamento di carne vomitato fuori dalla carotatrice pneumatica dimenarsi e avvolgersi su se stesso come una serpe decapitata.”
    Veramente dettagliato, molto preciso 😂 mi è molto piaciuto!

  4. “anche perché sinceramente non saprei come farli sopravvivere a questa situazione 🙂”
    E come diceva Kennedy, “Abbiamo deciso di andare sulla Luna questo decennio e di fare altre cose, non perché siano semplici, ma perché sono difficili”.
    Scusa, non ho resistito 😂

    1. Ciao Roberto! Grazie per aver letto il racconto. Il dettaglio del petto mi serviva per caratterizzare con pochissime parole un personaggio che in pratica non faccio parlare (lo stereotipo del macho coatto che spesso appare nei film di fantascienza anni ’80) 🙂 Per quanto riguarda il finale, spero che non esista un aldilà popolato dalle nostre creazioni, perché altrimenti troverei un mondo pieno di gente parecchio arrabbiata, vista la fine che riservo sempre ai miei personaggi 🙂

  5. Sono sorpreso, perché questo racconto a me sinceramente ricorda delle cose che ho letto negli anni ’70 e ’80, e leggere da te che non “mastichi” fantascienza, dopo aver scritto questo racconto, mi spiazza, perché mi fa dubitare della mia memoria 🙂
    Comunque insisto. Bello.

    1. Grazie ancora! Beh certamente il cinema avrà rapinato le idee e le atmosfere di quei romanzi. Da parte mia ho sicuramente attinto a film come Blob e a idee edulcorate di body horror alla Cronenberg (c’è anche tanta claustrofobia carpenteriana) e gli stereotipi degli equipaggi multirazziali e del macho in canottiera che vaga per i mondi come se facesse una gita fuori porta 🙂

    2. Ora che me lo dici, sì capisco. Non avevo pensato a Blob, ma Cronenberg ci sta, con la sua commistione di carne e tecnologia e la sua delirante follia orrorifica di film come Videodrome ed Existenz. Entrambi mi sono piaciuti da impazzire e popolano ancora i miei sogni quando mangio pesante.
      Non che si possa tacere di Crash, che però si basa sul romanzo di Ballard, e qui si torna sui libri che amo.
      Carpenter è un caso a parte. Meno raffinato e meno folle, più “commerciale” ma da me amatissimo, anche per le musiche che qualche volta si autocomponeva.
      Ok scusa, l’ho rifatto. Non volevo dare sfoggio, queste sono cose che si trovano su internet, ma io le ho vissute perché sono un vecchio. È stato solo uno sfogo. Ma grazie per avermene dato la possibilità.

  6. Mi hai ricordato tanta fantascienza dei “miei tempi”, ma sempre letta e non guardata al cinema o in TV.
    Me l’hai ricordata, certo, come fa una citazione letteraria, ma mai copiata né imitata.
    Insomma, bravo. Grazie per la condivisione.

  7. Ciao ❣️ ❣️
    Ci sarà una seconda parte?
    Ho bisogno vedere se riescono ad uscire o no. Comunque bello descritto bene, la realizzazione di non essere soli ha un climax meraviglioso

    1. Ciao Lola! Grazie per aver letto il racconto! Avevo pensato di chiuderlo così, con una sospensione – anche perché sinceramente non saprei come farli sopravvivere a questa situazione 🙂