Così vicini, così lontani

Era un freddo giorno d’autunno, uno di quelli alla fine della stagione, quando l’aria si fa più pungente e sei costretto a coprirti meglio se non vuoi cominciare a starnutire fino al Marzo successivo. Nel posto nel quale mi trovavo non c’era spazio per il cadere delle foglie, o almeno non per un lasso di tempo tale da permettere la formazione di uno strato consistente a terra. I primi fiocchi di neve erano caduti due giorni prima, erano arrivati quasi per caso, come una sorpresa che non ti aspetti in un giorno qualsiasi. Tutto intorno a me il paesaggio circostante si era tinto di bianco, prima a piccole chiazze e poi in modo omogeneo. Passai qualche ora ad osservare il lento cambiamento della zona, ipnotizzato come un bambino, mentre nel bollitore l’acqua si scaldava rapidamente. 

Mi trovavo in quella piccola casupola di legno da un mese, più o meno, un rifugio che bastava per quello che era il mio scopo, molto semplice a dir la verità. Il mio non è certo un mestiere del quale vantarsi, specialmente se hai dei figli ai quali leggere la favola della buona notte, un dettaglio scomodo e che è meglio omettere, se possibile. Mia moglie, invece, lo sapeva da sempre, anche se l’avevo resa partecipe della cosa da pochi anni, diceva che me lo poteva leggere negli occhi, io le credevo. Io sono l’uomo che tutti chiamano per risolvere problemi di difficile trattabilità, sono quello che deve far sparire personaggi scomodi per troppi e con troppi nemici: sono un cecchino. Un tempo ero uno dei migliori dell’esercito, fino a quando le cose sono cambiate e ho deciso che se volevo una pensione degna, dovevo guadagnarmela in altro modo. Una decisione difficile ma della quale non posso certo pentirmi, dopo tutto questo tempo, nonostante tutto quello che è accaduto.

Dovevo attendere che un generale di un qualche stato ex-sovietico si incontrasse con un gruppo di separatisti pronti a comprare qualche ordigno nucleare per realizzare dei giocattolini da mandare in giro a proprio piacimento. Non ero particolarmente interessato alla questione politica, avevo smesso di interessarmene da molto tempo, ormai, ma la cifra a sei zeri mi permetteva di avvicinarmi pericolosamente alla soglia che avevo fissato per la pensione: dieci milioni di dollari. Raggiunto quel tetto avrei fatto le valige con la mia famiglia e saremmo andati a vivere in qualche paese del terzo mondo nel quale era possibile comprare praticamente tutto con una cifra del genere.

La casupola che avevo trovato era dimenticata da Dio, probabilmente disabitata da anni, in una pianura altrettanto periferica nella zona di contadini che l’avevano trascurata per molto tempo. In una settimana ero riuscito a rimettere in sesto l’interno lasciando l’aspetto trasandato fuori, nessuno avrebbe sospettato della mia presenza, soprattutto perché di notte sbarravo le finestre con delle assi di legno che non facevano intravedere nemmeno uno spiraglio di luce. Aspettai la chiamata sul satellitare per trenta giorni esatti, quando il tempo aveva assunto una dimensione totalmente nuova, anche per uno come me abituato a vivere in solitudine per lunghi periodi della propria vita. 

Le mie giornate si svolgevano sempre nello stesso modo: al mattino mi svegliavo alle cinque, con un freddo siderale fuori, mi vestivo e andavo a correre per dodici chilometri; poi tornavo a “casa” e preparavo la colazione; spaccavo legna per la restante parte della mattinata e di pomeriggio cacciavo qualche preda con un fucile silenziato per evitare spiacevoli incontri indesiderati. Uccidere un contadino sarebbe stato l’inizio della fine per la mia copertura, io ero abituato a passare inosservato e così doveva rimanere, ne andava della mia reputazione.

Quando quella sera, dopo la nevicata, arrivò la tanto attesa chiamata non persi tempo e controllai le coordinate inviatemi sul cellulare: non era molto lontano da me. Una vecchia rimessa per treni abbandonata almeno da quarant’anni che ora era utilizzata soltanto per ripararvisi durante le nevicate improvvise. Il luogo perfetto per morire, pensai mentre prendevo la sacca con il materiale necessario.

Di fronte al vecchio edificio si stagliava una piccola collina con un gruppo di sei o sette alberi ad incorniciare il paesaggio “idilliaco”, le foglie erano cadute ma i cespugli nei dintorni erano ancora lì e mi permettevano di rimanere nascosto senza troppi sforzi ulteriori. Il freddo si faceva sentire anche sotto il cappotto che mi teneva particolarmente riscaldato, nonostante l’ingombro minimo. C’era sempre un po’ di tensione prima di risolvere un contratto ma nel tempo avevo imparato a gestirla. Aspettavo con ansia l’arrivo del piccolo convoglio che scortava il generale, il mio obbiettivo, intanto controllavo che il fucile fosse pronto a sparare. Come sempre lo tenevo pulito e caldo, in mestieri del genere non puoi permetterti seconde occasioni, spesso non ce ne sono, bisogna essere infallibili. 

L’uomo, di mezza età con una prominente pancia e un lungo cappotto che sembrava essere uscito dritto da un armadio sovietico, fumava un sigaro mentre i suoi scagnozzi si guardavano intorno. Mi sarei aspettato un controllo preventivo dell’area ma non erano stati abbastanza lungimiranti da attuarlo, peggio per loro. Dall’altra parte si trovava il capo dei separatisti, che a me non interessava, basso e magro, sembrava essere spietato, gli occhi che si muovevano con calma da una parte all’altra del corteo come per trovare qualcosa fuori posto. 

Attesi il momento giusto, ammetto di avere un debole per i colpi ad effetto. Ho rispetto delle vite, di tutte quante e credo che sia giusto dare loro un’uscita di scena memorabile, ho sempre cercato di farlo quando possibile. All’inizio avevo dei rimorsi ma li ho persi subito quando il numero ha superato le dita di una mano. 

I due rimasero distanti per qualche secondo e poi si dissero qualcosa, probabilmente un saluto, poi annuirono, si avvicinarono e si strinsero la mano. Fu in quel preciso istante che, dopo aver inquadrato l’occhio destro del generale, sparai.

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