Dal barbiere

«Accomodati Marco, facciamo il solito taglio?»

«Sì Mauri’, che l’altra volta era venuto proprio bene.»

«Di lato quanto tagliamo, sei centimetri?»

«No, no, facciamo tre.»

«Ah già! Che a te ricrescono pure troppo velocemente.»

Punto.

Questa è una mia tipica conversazione dal barbiere. Gli altri stanno lì a raccontare le loro avventure, a parlare dei viaggi, di eventi e serate con gli amici. Io no. Sto lì, con i miei silenzi imbarazzati, che guardo Maurizio lavorare.

Forse dovrei dire qualcosa.

Invece no, perché alla fine a me piace stare lì a farmi i fatti miei ed estraniarmi dal mondo, mentre Maurizio mi sferruzza sulla testa e cerca di trovare un verso a quel cespuglio ispido che fa ombra al mio cervello.

È bravo Maurizio, ha esperienza. Non auguro a nessuno di essere il mio barbiere e dover avere a che fare con i miei capelli. Io ho smesso di provare a pettinarli decine di anni fa, tanto vincevano sempre loro.

Invece lì, davanti allo specchio, mi sembra quasi di essere un altro mano a mano che il mio aspetto cambia. L’ho sempre trovata un’esperienza affascinante quella di guardarmi mentre il barbiere stravolge continuamente quello che era stato il mio io quotidiano dell’ultimo mese. E così, mentre gli altri chiacchierano di tutto, io sto lì a rimirarmi e a immaginarmi in un’epoca diversa a seconda della fase del taglio. Col capello appena lavato, bagnato e abbassato, vagamente ricciolo, sono un antico romano. La macchinetta mi taglia via tutto il lato sinistro e mi immagino come un barbaro, magari un Gallo Senone. Un altro cliente parla del Montelago Celtic Festival, non ci sono mai stato ma avrei tanto desiderato andarci. Ed ecco che il mio cervello comincia a ballare.

Sono su una piana impolverata, piena di gente in armatura o a petto nudo, ma tutti inesorabilmente corpi sudati. C’è un caldo che mi entra fin dentro le narici, e nella mia bocca sento sapore di terra.

Ci si prepara per il prossimo attacco e io sono in prima linea, con il mio scutum nella mano debole e il gladio in quella dominante. Ci posizioniamo al centro di una stretta stradina brecciata. A sinistra siamo coperti, c’è una sorta di dirupo ed è pieno di sterpaglie. A destra invece c’è una collinetta ripida con alcune rocce e detriti: è il nostro lato debole, quello senza scudo, forse qualche loro schermagliatore potrebbe provare ad arrampicarsi e darci fastidio da lì. Noi li chiamiamo zanzare, perché pungono là dove non ti accorgi e se provi a prenderli scappano.

Ho sete, ma ora non posso bere. Il laccio della mia borraccia piena è talmente stretto che mi sta tagliando la spalla sinistra. Ma devo sopportare, sono in linea con i miei compagni e vedo i Galli avvicinarsi.

Fanno gli spavaldi come al solito. Saranno meno sicuri di loro quando cominceremo il corpo a corpo. Non vedo il loro capo in prima linea.

D’un tratto, dal dirupo sulla sinistra, cominciano ad arrivare giavellotti. Non fanno danni, ma seppure in posizione di grande svantaggio provano ad ingaggiarci da là sotto. Sono dei pazzi. La linea però ne risente, si sposta e si sfilaccia un po’. Anche gli spavaldi davanti a noi non ci attaccano frontalmente, cercano di aggirarci sulla nostra destra. La collina gli rende il lavoro complicato. Per far fronte a questa manovra ci siamo quasi divisi in due tronconi, la linea rischia di spezzarsi.

Ancora non vedo il loro capo.

Qualcosa non va. A sinistra sento delle urla, ma non di battaglia, sembrano più imprecazioni. Sento anche qualche poco consona invocazione alla Madonna. Qualcuno è caduto nel dirupo e si è fatto male. Il combattimento è annullato, il gioco si interrompe per aiutare il ferito.

Proprio in quel momento, lì dove poco prima c’era il centro della linea, arrivano correndo e urlando come pazzi un manipolo di Galli guidati da Brenno, il loro capo. Sono talmente invasati che sicuramente non avranno sentito nulla. Nessuno dei loro li avvisa. Mi faccio avanti alzando le mani.

«Fermi! Fermi! Rocco si è fatto male, il combattimento è annullato!»

Rallentano la corsa e si fermano a un palmo da me. Posso sentire chiaramente la puzza delle loro ascelle. L’hanno presa troppo alla lettera questa storia di fare i barbari.

È sera. Ci sono i bivacchi e si beve tutti insieme davanti alle osterie improvvisate. La gente urla per far sentire la propria voce sopra quella degli altri. Ci si fa grandi delle imprese della giornata.

Io non ho niente di cui vantarmi, a malapena ho ucciso un paio di novellini, preferisco bere un po’ di ambrosia e farmi i fatti miei. Mi metto seduto su un tronco vicino a uno dei falò. Mi guardo intorno, davanti a me c’è proprio Brenno, il capo dei Galli ascellari. Ha gli occhi quasi fuori dalle orbite, è in trance agonistica da racconto.

«E allora noi carichiamo! Li avevamo divisi con la mia tattica, erano spacciati! Corriamo e urliamo per spaventarli e per massacrarli… e poi vedo lui.»

Mi indica. Che cazzo vuole da me.

«Stava lì, con la faccia terrorizzata che ci guardava come un cagnolino bastonato, quasi piangendo e ci dice “no, no, fermi, vi prego!”» dice con la voce di un bambino piagnucoloso.

«Si stava cagando sotto!»

E tutti a ridere. Di me. Per una cosa che questo stronzo si è appena inventato. E quel che è peggio, viene a mettermi il braccio intorno al collo. Mi stritola. E non si è lavato, Capitan Ascella.

Allo specchio vedo la mia faccia: sembra che stia per sputare in faccia a qualcuno per quanto sono incazzato. Mi rendo conto che non è molto carino mostrarsi così a Maurizio, per cui cerco di dissimulare. Ma l’arrabbiatura resta.

Sono sicuro che all’epoca non ho risposto nulla a Brenno. Perché non l’ho fatto? C’erano così tante frasi con cui avrei potuto ribattere a quel “si stava cagando sotto” gratuito.

Avrei potuto rispondere con «Sì, nel tuo magico mondo fatato mi stavo cagando sotto, nel mondo degli adulti invece mi stavo preoccupando di una persona che stava male.»

Oppure: «La prossima volta mi guarderò bene dall’interrompere il vostro massacro di gente che aveva smesso di giocare.»

Anzi: «C’arifai pure lo svelto che eri l’unico a non aver capito un cazzo?»

Mi fermo. Sto realmente cercando una frase ad effetto per rispondere a una provocazione che avevo ricevuto dieci anni fa? Mi scappa un sorriso. Stavolta la rabbia è scemata davvero. Maurizio mi fa cenno di seguirlo per il risciacquo.

«Certo che le giornate si sono accorciate eh?»

«Già» gli rispondo.

E niente Maurizio, ci hai provato, ma non è cosa per me.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Bravo, davvero. La bottega del barbiere come macchina del tempo: originale, ingegnoso, ben scritto. Credo che il tuo “taglio” narrativo funzioni molto bene. Gustato fino all’ultimo istante, come un buon caffè.

  2. Ciao Marco. Io faccio parte della vecchia guardia.
    Per me leggere è ancora solo ed esclusivamente leggere. Foto, suoni o altri effetti non mi consentono di immergermi nella lettura.
    Per questo motivo non ho tenuto in considerazione le foto ed i video inclusi.
    Comunque come ti avevo anticipato ho riletto il racconto alla luce di tutto ciò che mi hai detto e penso che sia ben costruito e riesce a catturare il lettore con un tono personale, autentico e ironico. Il protagonista ha una voce forte e ben definita, che lo rende immediatamente simpatico e riconoscibile. Il tono ironico e autoironico aggiunge profondità e crea empatia.
    Il punto di forza sono le descrizioni: ad esempio l’ambiente del campo di battaglia e i personaggi sono descritti con dettagli efficaci che aiutano il lettore a immergersi nella scena.

    1. Ciao Rocco,
      grazie. L’obiettivo comunque è riuscire a rendere bene la transizione senza il bisogno di spiegazioni dell’autore. Quindi se hai qualunque suggerimento sul motivo per cui inizialmente la transizione non era chiara, scrivimi pure in privato se preferisci.
      Grazie ancora per tutto il tempo speso per aiutarmi.

    1. Ciao Rocco, grazie per il tuo commento. Teoricamente il racconto parla del protagonista che mentre è a tagliarsi i capelli dal barbiere, ripensa a un episodio capitatogli 10 anni prima durante una sessione di simulazione di combattimento all’arma bianca (ossia gente vestita da barbari e antichi romani, che si mena e si diverte). Ho messo il video alla fine per far capire di cosa si tratti, anche quello è parte integrante per capire il racconto. Potresti darmi qualche indicazione più specifica delle parti che ti hanno disorientato?

      1. Ciao mi sono perso il passaggio temporale tra la scena del barbiere ed ciò che accade dopo. Il fatto che sia necessario un video per comprendere la trama mi lascia perplesso (nel caso di stampa cartacea). Proverò a rileggerlo alla luce delle tue indicazioni e ti dirò cosa ne penso.

        1. Ciao Rocco, siccome questa discussione mi interessa, cerco di spiegare bene tutti gli elementi che ho messo per facilitare la comprensione. Ma le tue critiche mi stanno molto a cuore perché so che le transizioni temporali sono qualcosa su cui devo migliorare, per cui mi piacerebbe un tuo parere su dove posso migliorarle, dove vedi debolezze.
          Per facilitare comprensione della transizione avevo messo che il protagonista si vedesse come un antico romano o come un barbaro a seconda di come gli venissero cambiati i capelli, poi c’era uno dei clienti che parlava del Montelago Celtic Festival, dove appunto speravo che si capisse che fosse un festival a tema celtico, e infine la frase “e il mio cervello parte” avrebbe dovuto far capire che quello che seguiva era qualcosa che non si stava svolgendo in quel momento, ma che era nella testa del protagonista (anche l’interposizione di immagini tra una transizione e l’altra non è casuale). Quando si torna al presente, il fatto che il protagonista dicesse “Sto realmente cercando una frase ad effetto per rispondere a una provocazione che avevo ricevuto dieci anni fa?” o che subito dopo la fine del flashback si riferisse a cose avvenute nel passato, speravo chiarisse che si trattasse appunto di un ricordo di una cosa avvenuta 10 anni prima. I vari riferimenti a gente che stia giocando dovrebbero far capire che si tratti comunque di un gioco di ruolo, quindi non di un racconto fantastico, e il fatto che ci sia la componente dell’odore dovrebbe sgombrare il terreno dal fatto che fosse qualcosa dal vivo e non un videogame. Il video finale aggiunge immedesimazione ma non è indispensabile per la comprensione, resta il fatto che questo racconto è stato scritto per questo media e non per essere pubblicato come cartaceo, anche le immagini non sono messe in punti casuali; è stato un esperimento per provare a sfruttare la piena potenzialità della piattaforma. Se avessi potuto mettere degli audio in sottofondo avrei messo anche quelli 😀

    1. Ciao Loris, grazie per esser passato. Per aggiungere contenuto multimediale, quando passi con il mouse vicino ad un nuovo paragrafo sulla sinistra dovrebbe comparire un “+”. Devi cliccarlo e poi puoi aggiungere il tuo contenuto che andrà ad inserirsi in quel punto.

  3. Gaurda abbiamo una cosa in comune: anche a me capita spessisimo di estraniarmi e cominciare a fantasticare (o, come nel tuo caso, a ricordare). Mi sono rivisto molto nel tuo racconto, mi ha divertito.

  4. “Sto lì, con i miei silenzi imbarazzati, che guardo Maurizio lavorare.”
    Un silezio che ho sperimentato a lungo anch’io, prima di incontrare un barbiere talmente alternativo da meritare un racconto dedicato a lui 😃

  5. E bravo il nostro nuovo Niccolò Fabi! Molto gradevole il tuo racconto e bellissima la fuga del cervello che, mentre tu stai lì, lui vola e va oltre e sopra e ancora sempre più avanti. E a volte gli altri ti guardano e capiscono che non sei lì, quasi mai. Provano forse anche un po’ di invidia. Mi piace il ritmo che hai sostenuto e perfetta l’uscita verso il lavatesta. Chissà perché le nostre meravigliose fughe finiscono sempre al risciacquo?

    1. “Io vivo, sempre, insieme, ai miei capelli” (cit.)
      Ci hai preso in pieno Cristiana, da adolescente questo verso di Niccolò Fabi era il mio mantra, mi hanno detto molte delle prese in giro che sono citate nel testo di quella canzone. Poi decisi di tagliarmeli, non per le prese in giro, ma perché letteralmente non sapevo gestirli. Grazie per aver letto il racconto e per il bellissimo commento.

  6. Delizioso, davvero delizioso. L’incatenamento della battaglia fra Romani e Galli sulla storia del barbiere ti è venuto benissimo, ed il ritorno attraverso lo risciacquo ancora di più. Complimenti.

    1. Grazie mille Nyam, sei sempre la prima a commentare il lavoro altrui e hai sempre una parola gentile per tutti. Ho provato a leggere qualcuno dei tuoi lavori ma ho avuto l’impressione che fossero tutti collegati, da dove mi consigli di partire?

  7. “Io ho smesso di provare a pettinarli decine di anni fa, tanto vincevano sempre loro.”
    Simpaticissima questa espressione, pari pari la pronuncia in francese un caro amico belga, che in effetti è sempre spettinato.

    1. Alla fine ho dovuto tagliarli corti, e riesco a pettinarli con una cera ultra forte solo ed esclusivamente nei 20 minuti successivi a quando mi faccio la doccia. È stato uno dei traumi della mia adolescenza, prima o poi ne parlerò. Tutta la mia solidarietà al tuo amico belga 😀