Dal Taccuino Rosso di Alder Venn
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.
- Episodio 2: Alder Venn e l’architettura della molteplicità
- Episodio 3: Io sono la casa
- Episodio 4: Risvegli dalle profondità
- Episodio 5: Rumore bianco
- Episodio 6: Si nascondono nei cappotti
- Episodio 7: Il testimone
- Episodio 8: La Firma
- Episodio 9: L’uomo sotto i portici
- Episodio 10: Attraverso il Varco
- Episodio 1: Il punto Omega
- Episodio 2: 160 Ghz
- Episodio 3: La direzione
- Episodio 4: Il Vaso di Pandora
- Episodio 5: Attraverso Catherine
- Episodio 6: Il nome dimenticato
- Episodio 7: Il segnale
- Episodio 8: La carne
- Episodio 9: L’uomo
- Episodio 10: Il Teorema di Alder
- Episodio 1: Il Taccuino
- Episodio 2: La terra
- Episodio 3: Spostato
- Episodio 4: L’interrogatorio
- Episodio 5: Cadere
- Episodio 6: I figli degli uomini
- Episodio 7: Il duello
- Episodio 8: La Dea
- Episodio 9: La navata
- Episodio 10: Il Teorema numero due
- Episodio 1: Nel frattempo, in un caffè di Torino
- Episodio 2: Il teorema numero due di Alder Venn
- Episodio 3: Dal Taccuino Rosso di Alder Venn
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
Odelia
C’è qualcosa che accade quando penso a lei.
Non so descriverlo senza distruggerlo.
Forse è per questo che non ho mai scritto il suo nome.
Non l’ho scritto nemmeno adesso.
Ho posato la penna sulla pagina, e la parola stava già affiorando — come affiora una vena quando il braccio si stringe.
Odelia.
Non l’ho scritta io.
Si è scritta.
E già qualcosa cambia.
Per tutta la vita ho creduto che esistere significasse vibrare.
Ogni cosa vibra.
La materia.
La luce.
I pensieri.
Perfino ciò che chiamiamo silenzio è solo una frequenza che il corpo non riesce a udire.
E io ho sempre vibrato troppo.
Non riesco a rimanere intero.
Ogni pensiero genera un altro Alder.
Ogni ricordo apre una possibilità, ogni possibilità contiene una vita che avrei potuto vivere.
Sono l’uomo che sono stato. Quello che sarei potuto diventare. Quello che qualcuno ricorda. Quello che nessuno ha mai conosciuto.
Migliaia di versioni di me nello stesso corpo, nello stesso istante.
È questa la frammentazione. Non essere molti.
Essere troppi.
Poi penso a lei.
Non è nessuno, Odelia. Voglio dire: è una maestra. Insegna tre corridoi più in là. L’ho incontrata quest’anno, e non ne ho mai parlato con nessuno — non con le voci, non con questo quaderno. Era l’unica cosa della mia vita mai detta ad alta voce, l’unica che credevo rimasta intera perché mai consegnata a nessuno.
E il quaderno lo sapeva.
Lo sapeva da prima di me, forse. Forse tutte le pagine bianche che ho sfogliato in questi mesi non erano bianche: erano pagine che aspettavano questa parola, trattenendola, come si trattiene il respiro.
Nella mia memoria c’è una luce precisa intorno a lei, e non so se quella luce sia mai esistita o se l’abbia messa io, ma quando chiudo gli occhi la vedo: il modo in cui inclina appena il volto quando ascolta un bambino, come se quello che dice un bambino fosse la cosa più seria del mondo. Una parola pronunciata senza sapere che io l’avrei tenuta. Un sorriso che per lei non significava nulla, un gesso posato di taglio sul bordo della cattedra.
Eppure basta. La vibrazione rallenta, le voci si allontanano, e gli Alder tacciono uno dopo l’altro, come stanze di una casa immensa in cui qualcuno passa a spegnere le luci — e alla fine, nell’ultima stanza illuminata, rimango io. Uno soltanto.
Non è felicità. La felicità è rumorosa. Pretende, si agita, ha paura di finire. Questa cosa invece non chiede nulla, e per qualche secondo smetto di cadere.
È allora che sento il battito.
Nei miei appunti l’ho chiamato in molti modi — frequenza fondamentale, risonanza primaria, campo originario — nomi ridicoli, tentativi dell’intelligenza di etichettare qualcosa che esisteva molto prima dell’intelligenza. Perché quello che sento non è una frequenza. È un cuore. Non il mio: qualcosa di infinitamente più grande, dentro cui il mio sta come una stanza sta in una casa. Le stelle, gli alberi, le persone che dormono, gli animali nascosti nella notte, i morti, i vivi, le cose che devono ancora nascere — tutto respira nello stesso ritmo, e per un istante non sono più la sorgente di nulla. Sono dentro il battito di qualcos’altro. Ascolto.
Tum.
Silenzio.
Tum.
Odelia non sa niente di tutto questo. Non saprà mai che da qualche parte un uomo pronuncia il suo nome nella propria mente e per qualche secondo smette di cadere. E va bene così: se lo sapesse, la cosa comincerebbe a vibrare anche lei.
A volte mi domando cosa accadrebbe se potessi starle accanto davvero. In silenzio, senza spiegare nulla — senza dirle della frammentazione, delle notti in cui il mondo si divide in possibilità davanti ai miei occhi. Sedermi vicino a lei e ascoltare. Forse accadrebbe ancora. Forse capirei finalmente una cosa terribile e meravigliosa: che per tutta la vita ho cercato la frequenza capace di tenere insieme l’universo — nelle formule, nel cielo, nelle coincidenze, nei sogni, dentro la mia stessa mente — e mi sbagliavo su una cosa sola. Non doveva essere scoperta. Doveva essere riconosciuta. E io l’ho riconosciuta la prima volta che, senza sapere perché, guardando Odelia, ho sentito finalmente silenzio.
Serie: Alder Venn
- Episodio 1: Il teorema numero due di Alder Venn
- Episodio 2: Nel frattempo, in un caffè di Torino
- Episodio 3: Dal Taccuino Rosso di Alder Venn
Bello, tra il romantico, la fisica e la dimensione
“Perfino ciò che chiamiamo silenzio è solo una frequenza che il corpo non riesce a udire.”
Sï lo sto scoprendo anch’io, quanto é vero.