Dal Taccuino Rosso di Alder Venn

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Odelia

Odelia.

C’è qualcosa che accade quando penso a lei. Non so descriverlo abbastanza bene, ogni descrizione delle proprie emozioni non può mai rendere l’idea . Forse è per questo che non ho mai scritto il suo nome prima, adesso è lì, la prima parola così come l’ho sussurrata alla mia mente. 

E poi ho posato la penna sulla pagina, e la parola stava già affiorando come affiora una vena quando il braccio si stringe per effettuare un’iniezione.

Odelia.

Non l’ho scritta io. Si è scritta da sola e questo già cambia tutto. Per tutta la vita ho creduto che esistere significasse vibrare, perché ogni cosa vibra: la materia, la luce, l’anima. Perfino ciò che chiamiamo silenzio è solo una frequenza che il corpo non riesce a udire. E io ho sempre vibrato troppo perché non riesco a stare davvero fermo perché non riesco a rimanere ancora del tutto intero quando mi muovo nel mondo. Ogni pensiero genera un altro Alder. Una versione leggermente diversa da me, come un Doppelganger.

Ogni ricordo apre una possibilità, ogni possibilità contiene una vita che avrei potuto vivere.

Sono l’uomo che sono stato. Quello che sarei potuto diventare. Quello che qualcuno ricorda. Quello che nessuno ha mai conosciuto. Alla fine sono stato migliaia di versioni di me nello stesso corpo e nello stesso istante. È anche questa la frammentazione: essere troppi in Uno solo. 

Poi penso a lei. Odelia. Voglio dire: è solo una maestra. Insegna tre corridoi più in là. L’ho incontrata quest’anno, e non ne ho mai parlato con nessuno nemmeno con le voci che mi fanno compagnia ogni tanto ma è stata l’unica cosa della mia vita mai detta attraverso la mia bocca, l’unica che credevo rimasta intera perché mai consegnata a nessuno.

E il quaderno lo sapeva meglio di me. Lo sapeva da prima di me. Forse tutte le pagine bianche che ho sfogliato in questi mesi non erano bianche: erano pagine che aspettavano questa parola, trattenendola, come si trattiene il respiro.

Nella mia memoria c’è una luce precisa intorno a lei, e non so se quella luce sia mai esistita o se l’abbia messa io, ma quando chiudo gli occhi la vedo: il modo in cui inclina appena il volto quando ascolta un bambino, come se quello che dice un bambino fosse la cosa più seria del mondo. Una parola pronunciata senza sapere che io l’avrei tenuta. Un sorriso che per lei non significava nulla, un gesso posato di taglio sul bordo della cattedra.

Eppure basta. La vibrazione rallenta, le voci si allontanano, e i “miei me stessi” tacciono uno dopo l’altro, come stanze di una casa immensa in cui qualcuno passa a spegnere le luci — e alla fine, nell’ultima stanza illuminata, rimango io. Uno soltanto. Non si tratta di felicità, la felicità è rumorosa oppure non fa affatto rumore. Quando c’è nessuno ha bisogno di chiamarla o invocarla. Questa sensazione invece non chiede nulla, e per qualche secondo smetto di cadere, sento un sollievo ogni volta che ripenso al suo sguardo, a qualcosa nei suoi occhi o all’arco delle sue sopracciglia, oppure alla sua bocca rossa. In quel momento sento il battito e non è un battito in più ma qualcuno in meno, mi sento calmare, finire su qualche onda del mare che mi culla. 

Nei miei appunti l’ho chiamato in molti modi, frequenza fondamentale, risonanza primaria, campo originario, nomi ridicoli, tentativi dell’intelligenza di etichettare qualcosa che esisteva molto prima dell’intelligenza. Perché quello che sento non è una frequenza. È un cuore e una coscienza più grande. Qualcosa di infinitamente più grande, dentro cui il mio cuore sta come una stanza sta in una casa. Le stelle, gli alberi, le persone che dormono, gli animali nascosti nella notte, i morti, i vivi, le cose che devono ancora nascere e tutto questo che respira nello stesso ritmo, e per un istante non sono più la sorgente di nulla e i varchi scompaiono perché l’unico varco da attraversare è lei. Poi entro dentro il battito. Tum. Silenzio. Tum.

Odelia non sa niente di tutto questo. Non saprà mai che da qualche parte un uomo pronuncia il suo nome nella propria mente e per qualche secondo smette di cadere. E va bene così: se lo sapesse, comincerebbe a vibrare anche lei.

A volte mi domando cosa accadrebbe se potessi starle accanto davvero. In silenzio, senza spiegare nulla — senza dirle della frammentazione, delle notti in cui il mondo si divide in possibilità davanti ai miei occhi. Sedermi vicino a lei e ascoltare. Forse accadrebbe ancora. Forse capirei finalmente una cosa terribile e meravigliosa: che per tutta la vita ho cercato la frequenza capace di tenere insieme l’universo e mi sbagliavo su una cosa sola. Non doveva essere scoperta. Doveva essere solo riconosciuta. E io l’ho riconosciuta la prima volta che, senza sapere perché, guardando Odelia, ho sentito finalmente quiete.

Continua...

Serie: Alder Venn


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Noir

Discussioni

  1. “Non doveva essere scoperta. Doveva essere riconosciuta. E io l’ho riconosciuta la prima volta che, senza sapere perché, guardando Odelia, ho sentito finalmente silenzio.” Bellissima: una frequenza che eleva ogni cosa, ben oltre la semplice materia.