Dalla Luna

Serie: Lo strano viaggio di Gustave

  • Episodio 1: Dalla Luna

Gustave viveva sulla luna. Si versava il te nel quarto pomeriggio, ogni tanto anche al quinto, e lo guardava fumare. Non lo beveva mai, certo: era un gentiluomo, lui. Una volta gli capitò di pensare se davvero schiumava di rabbia, se s’ingelosiva, se l’umorismo lo divertiva o faceva solo finta. Aveva letto di farfalle nello stomaco, di rossori e pallori sintomi di una cosa che si scriveva Amore, ma forse non si pronunciava così, forse si diceva “Àmore” o “Amoré”. Non lo sapeva.

Nell’appartamento al piano di sotto abitava la giovane Marea. Quella mattina che il sole sorgeva da tutte le parti Gustave era sceso a farle visita, a dirle che partiva.

“Oh, ma è così pericoloso là fuori, Gustave! -gli aveva detto- E qui è così sicuro! Vedi: nessuno pericolo” Marea viveva dentro una boccia di vetro per pesci rossi: aveva scelto di tuffarsi e non uscire più perché, diceva lei, l’universo è pieno di sassi e prima o poi uno di essi le avrebbe spaccato la testa; così aveva sloggiato i pesci nella stanza e lei si era accomodata su una sedia a studiarsi le meteore.

“Mia cara, ma io devo sapere! Non distinguo una pozzanghera dal mare, mi riesce scomodo capire: devo andare”

Allora Gustave, salutandola sollevando di lato il cilindro, era partito verso un mondo lì vicino per chiedere indicazioni.

Il suo veicolo era una specie di luna a vapore, fitta di marchingegni sfumeggianti, che lui chiamava affettuosamente Falce per la forma -e per tutte le volte che aveva cercato di ammazzarlo quando la metteva in moto.

*

Era atterrato che il sole batteva fortissimo e fischiava in circolo intorno al mondo un treno velocissimo. Non c’era altro che deserto e una sola rotaia sulla quale viaggiava con impeto una vecchia ferraglia a vapor di sabbia e vetro: dalla ciminiera si annuvolava gigantesco un nembo di polvere che, con un fischio e uno scoppio, gli correva dietro senza staccarsi. E c’era tutto un reame là sopra, con castelli, case, colonne e fontane, tutto a tinte gialle e oro.

Era tutto vacante, ovviamente, che pareva abbandonato, eccezion fatta per una stanza. Si sentivano urla, risate, poi pianti isterici e un accenno di musica lirica che finiva in gargarismi e tosse: era un pagliaccio.

Un pagliaccio con l’abito tutto bianco, il berretto rosso tondo in testa, la faccia truccata pure quella di bianco.

Gustave era entrato con l’eleganza di chi chiede permesso, e l’aveva salutato così:”Buongiorno”.

“Salve, salve! Oh, non si accomodi la prego! Con chi ho il piacere di tergiversare?”

“Gustave! Gustave della Luna, se preferisce, figlio di mamma Bianca e papà Rosso”

“Oh, ma i miei complimenti! Dev’essere un bagaglio astruso, lei!”

“Un asso di picche, mi è stato detto. E lei?”

“Boh io… io no. Non saprei proprio da dove cominciare. Non mi chiamo, né mi chiamano, sa… succede quando si è soli. Ma lei, per lei… ecco si, può andar bene Mezzafaccia. Mi porga così le condoglianze”

“D’accordo, signor Mezzafaccia. E condoglianze assai”

Sulla parete della stanza, vicino alla finestra, c’erano appese un centinaio di maschere tutte diverse fra loro.

Gustave era perplesso, aveva un sacco di domande.

“Come va?”

“Male, direi male. Ohibò!”

“Dove sono finiti tutti? Dov’è il re? Dov’è la gente di questo regno? Sa, stavo cercando di capire cos’è l’Amore…”

“Ah, una robetta da niente quindi! Sono tutti qui, vede?”

Mezzafaccia indicava col dito tutto il muro: la maschera del re, quella del boia, quella del contadino, quella del giullare e del cavaliere.

“Sono alle prese col dilemma dell’io. Da un centinaio di secoli, su per giù. Uh uh, chi dovrei scegliere?”

E allora le maschere appese si contorcevano, facevano smorfie.

“L’amore è una bugia, ah! E cercarlo è ingarbugliare il tempo, la testa e il cuore!” urlava la maschera del boia.

“Suvvia, quanto può valere, poi?” ridacchiava la maschera del giullare. “Spendiamo tutto in bagordi! Il tempo è poco, misero e bastardo! Andiamo a scampanare!”

“Guarda, figlio, che lo trovi quando meno te lo aspetti, quando hai smesso di cercarlo, quando ti ritrovi il vestito tutto bagnato di lacrime” diceva da sotto i baffi, invece, la maschera del contadino.

“Guarda qua, tutte le porcherie che puoi fare: lascia perdere l’amore, è per deboli!” urlava la maschera del diavolo.

“Lui è quello che mi piace di meno, garantisco; ma che me ne faccio? Son pagliaccio! Forse questo, si, magari è questo e basta che mi tocca. Il vestitino, gli applausi, le battutine e le scenette inutili: se muoio -anzi, quando muoio, sarà il turno del domatore di leoni.”

E piangeva, si stropicciava gli occhi e gli andava via il trucco.

“Grazie, grazie assai!” gli aveva detto allora Gustave, stringendogli calorosamente la mano unta. “È stato un piacere, mio caro Mezzafaccia!”

Stava già andando via, quando ecco che nello sbuffo della Falce, gli aveva detto da sotto i baffi:”È chiaro, chiarissimo, che lei ha la faccia del sovrano! Ma la prego, si scomponga pure. Lei è il re! Lei è quello che decide, quindi il gran signore. Addio!” e si allontanava nello spazio siderale.

Mezzafaccia era rimasto di nuovo da solo a guardare le sue maschere. “Il Re! Ma pensa… questo, questo qua, questo Gustave… non ha proprio il senso dell’umorismo!”

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Discussioni

  1. Questa serie già mi piace da morire! Chissà quali avventure aspettano Gustave a cavallo della sua Falce, sempre che non l’ammazzi prima😁 Azzeccatissime le immagini,sembrano fatte su misura.