Dalla Sardegna al “mundial”.

Serie: Spagna 1982


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Uno sguardo su un'Italia diversa, passando attraverso i pensieri di un giovane ragazzo sard

La Sardegna, isola affascinante nella sua interezza, da sempre, aspra e smeraldina. 

Gavino è un uomo sardo, fiero del suo essere, in tutto e per tutto: un uomo umile, senza enormi pretese, che vive sull’isola da quando è nato, nel 1950.

Si può dire che lui, da lì, non se n’era mai andato. Escluse un paio di “scorribande in continente“, giusto per andare a trovare qualche parente. La sua vita era tutta lì, in Sardegna. 

La sua casa, costruita dal nonno con fatica, il terreno da badare, ché la vigna impegna tanto e poi ci sono da accudire i maiali, gli agnelli, che ci assicurano che avremo carne da mangiare tutto l’anno ed il formaggio, rigorosamente di pecora, o il “casu marzu” da mangiare col pane carasau che fa sua moglie Rosa.

Vedete, Gavino è uno spaccato realistico dell’Italia di quegli anni, della Sardegna, che molti trovano “un po’ arretrata”, ma così vera e sincera, per molti versi migliore, di tutto, almeno per lui.

Al caldo di quel 23 giugno, sul suo trattore FIAT, il “nastro d’oro” 250, comprato da suo padre quasi tre lustri fa, ma che ancora andava più che bene, perché Gavino aveva imparato a metterci le mani, sul motore, che non si sa mai cosa può succedere. L’agricoltore, sotto il suo cappello di paglia intrecciato, che proiettava ombra sul viso e sulla camicia a quadri, portata fuori da un vecchio paio di pantaloni “da lavoro”, stretti in vita con una cintura fatta dal suo amico Marras, il calzolaio bravo che lavora il cuoio, stava rientrando verso casa: sul pendìo verde un po’ scosceso, da perderci il fiato per quant’è bello,  che lo separa da quella che chiama “la sua tenuta”, che, per lui e per la moglie Rosa, sono tutto un mondo intero.

Ragiona, Gavino, perché anche se ha solo la terza media, non possiamo definirlo assolutamente un ignorante, aveva scelto di lavorare invece che studiare. Però, sa molto, di molti argomenti. Magari non si esprime con un lessico forbito, d’altronde a casa sua s’era sempre parlato il sardo (“che è una lingua, mica un dialetto” diceva suo nonno) e tanti concetti li mutuava direttamente da lì, dal suo essere sardo. Ragiona, dicevo, su concetti politici legati a qualsiasi cosa. Pensa che a lui, quel Craxi lì, non lo convince per niente. Ne parla ogni tanto con Marras, il calzolaio, che lo “vede bene“, invece.

«Ha un non so che di strano; parla tanto e con una cadenza troppo italiana» – dice Gavino, a voce alta, parlando probabilmente con sé stesso, o con qualche uccellino che gli fa il coro dal verde che lo circonda. Ora al governo non c’è Craxi, c’era andato Spadolini, un annetto prima, ma Gavino non capiva proprio dove fosse la “fregatura” del pentapartito. Ammetteva sempre, candidamente, di non capire molto della politica, genuinamente, aveva le sue idee e nel suo orgoglio le portava con fierezza, anche se, il più delle volte, faticava a spiegarle. 

Cossiga aveva passato la mano, era “caduto il Governo” due anni prima. Lo aveva formato Forlani, poi era arrivato Spadolini, ma c’era confusione, a Roma,  Gavino è convinto che qualcosa stia succedendo, ma forse nemmeno i politici stessi lo hanno ancora capito.  

Secondo lui, oltretutto, la gestione politica del caso Aldo Moro aveva fatto invecchiare rapidamente Cossiga, un altro sardo, che “non farà molta strada“, almeno così dice Marras.

Quando andò a votare, Gavino non ebbe dubbi:  Enrico Berlinguer, sardo come lui. Veniva dagli stessi posti, avevano guardato e vissuto la stessa Sardegna e, quindi, sapeva di cosa parlava. secondo Gavino. C’era Nilde Iotti, presidente della camera, che era dello stesso partito di Enrico e Gavino pensava che fosse una gran donna, anche se molti non la vedevano di buon occhio, in quanto donna, in un retrogrado ed insensato maschilismo, che a Gavino faceva storcere il naso. Era un uomo semplice, lui, vero, ma non ottuso e nemmeno retrogrado: si definiva progressista, anche se non era del tutto convinto di comprendere il significato del termine e perciò non capisce quei discorsi arretrati, che non sente suoi, e che definisce “discorsi da baretto, tra un bicchiere di vino ed una partita a carte“, di anziani in pensione che, secondo la sua logica, hanno ormai appeso le speranze verso il futuro alla cappelliera del bar e che, anzi, hanno paura di cambiare le cose. 

Saltando di palo in frasca, si ritrova a ragionare sulla nazione prima, sulla nazionale poi. Come fosse una logica conseguenza, dai banchi del parlamento al campo da gioco. Pensa che, è una brutta situazione, quella dei ragazzi della squadra italiana: gli erano apparsi confusi, spaesati. Gli africani corrono tanto, “noi” (chiara espressione di appartenenza calcistica, identificazione nazionale che spesso utilizza qualsiasi tifoso di calcio per sentirsi, in qualche modo, parte del gioco) facciamo fatica; “dannato Rossi, lui e chi lo mette in campo!” pensa mentre stringe il volante del suo trattore che, rumorosamente, accompagna i suoi pensieri solitari.

Ce l’ha su con tutti e con nessuno, in realtà, probabilmente cerca solo di distogliere la sua mente dal duro lavoro, dalla quotidianità che, in qualche modo, lo circonda e nella quale sente di essere sprofondato, anche se placidamente.

Convinto, che “se Gigi Riva fosse ancora un calciatore, avrebbe risolto le partite e la Polonia l’avremmo battuta. Eh, ma sono finiti i tempi di rombo di tuono e di Domenghini, quelli sì che erano giocatori veri, non questi di adesso“. Peccato, davvero. Torneremo a casa, pensa, e rimpiangeremo Albertosi tra i pali, che se non fosse che lo hanno voluto togliere di mezzo nell’80, sarebbe ancora il titolare. Speriamo che giochi Selvaggi, quello del Cagliari, al posto di Rossi, almeno si darebbe un po’ di risalto, in qualche modo, alla Sardegna. Bei tempi, quelli, quando il Cagliari vinse lo scudetto. Quando, per una volta, la Sardegna non era più solo un’isola. 

Tornato a casa si toglie in fretta le scarpe, quel vecchio paio di stivali, perché  Rosa lo avrebbe rimproverato se gli avesse portato la terra in casa, sporcando tutto il pavimento. Saluta Laica, la sua fedele cagnetta, una meticcia tutta bianca con una macchiolina marrone che le circonda l’occhio destro ed una dello stesso colore sulla schiena, lui l’aveva trovata qualche anno prima, piccolissima, sicuramente scappata da qualche cucciolata e non se l’era sentita di lasciarla lì, l’aveva presa e, avvolta nella giacca per ripararla dal freddo, l’aveva portata a casa. L’avevano adottata e lei, Laica, era molto felice di quella vita. Gavino avrebbe voluto chiamarla Riva, ovvio omaggio al suo idolo calcistico, ma la moglie si era opposta, sicché, dopo lunga contrattazione sul nome, vagliati diversi nomi, dai più comuni ai più assurdi, perlopiù proposti da Gavino, erano giunti ad un accordo. Un bacio a sua moglie, poi a sedersi sulla sua poltroncina del salotto. Quello che chiama “il trono del padrone” e che Rosa lascia che sia così, anche perché il marito non era mai stato il classico padre padrone, tutt’altro, e lei con un sorriso affettuoso ed amorevole, chiamava ormai quella sedia nello stesso modo. Qualcosa di loro, di privato, di intimo, che strappa un sorriso ogni volta e lo sanno bene entrambi.

Rosa ha già acceso la televisione, anche se la radio, dalla cucina, invade tutto con le note di “Non succederà più”.

Gavino pensa per un attimo che, davvero, non succederà più che l’Italia giochi una finale. Figuriamoci vincere un mondiale, questo qui poi, dopo lo scandalo del calcioscommesse, bisogna ringraziare che la nazionale sia presente, a quel campionato del Mondo. Dopo la buona figura nel 1978 in argentina, era un peccato, anche se potevamo vincere gli europei in casa, nell’80, ma l’avevano vinti i tedeschi. Collovati aveva sbagliato il rigore decisivo, sennò almeno saremmo arrivati terzi. Ci arrivarono i cecoslovacchi, con buona pace degli italiani. Mentre questo turbine di pensieri assale la sua mente, in un misto tra speranza e rammarico, Gavino nemmeno si accorge che la musica si è fermata e la voce, consueta, placida, professionale, del telecronista stava dipingendo, in qualche modo, l’inizio di quella partita.

«Signori e signore, buon pomeriggio dallo stadio Balaidos di Vigo, da dove ci apprestiamo a raccontarvi di Italia e Camerun, che si affrontano per la terza ed ultima partita del girone…come sappiamo, i due pareggi maturati con Polonia e Perù, ci hanno messo in una situazione non proprio favorevole, in settimana sono continuate le critiche contro Bearzot e, soprattutto, sulle prestazioni a dir poco imbarazzanti di Paolo Rossi…pare che gli azzurri abbiano adottato un silenzio stampa, rifiutandosi di dare spiegazioni a noi giornalisti sulla crisi del gioco espresso fino a questo momento dalla nazionale» dice l’inviato attraverso il televisore, ridestando Gavino dal suo pensare. 

Ecco, lasciamolo qui, Gavino, con l’incertezza del risultato, del futuro, ma che dà tanta fiducia e la certezza che qualsiasi cosa accada, domani la sveglia suonerà e, come ogni giorno, Gavino prenderà i suoi vestiti, accenderà il “nastro d’oro 250” e, salutate Rosa e Laica, andrà di nuovo nella vigna, tra le uve ed i suoi pensieri privati, calcistici, politici, umani. 

Serie: Spagna 1982


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Discussioni

  1. Ciao Marco, premetto che di calcio non capisco un tubo e questo racconto sarebbe passato inossarvato se non avessi scritto Sardegna nel titolo. Leggendo, ho ritrovato il nostro Gigi Riva e l’ amato Berlinguer. La commozione per Rombo di Tuono e` ancora latente. Essere Sardi come Enrico Berlinguer (per non citare Gramsci e tanti altri)` ci rende fieri; percio` ti dico grazie.

    1. Ciao M.Luisa, grazie per le tue parole, molto apprezzate. Dovendo concentrare in tot battiture, ho cercato di rendere le prime due “immagini” che mi venivano in mente. La Sardegna l’ho scelta per discendenza di nonno materno, sassarese (anzi, tattaresu) 😉 e, in generale, per omaggiare una terra meravigliosa come quell’isola stupenda. Il calcio in questi racconti è un semplice contorno, come hai potuto vedere, non volevo dilungarmi in documentari calcistici, ma riportare un po’ di quell’Italia. Per i documentari, in realtà li sto scrivendo, sempre “parlando” ai lettori meno appassionati, sto cercando di portare letteralmente “ciò che politicamente o storicamente ha potuto condizionare questo o quel mondiale”…ma è un’altra storia quella ;D

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    1. Vale lo stesso per me, nacqui l’anno dopo! Prima del 2006, però, abbiamo dovuto ingoiare i rospi per Italia ’90, USA ’94, Francia ’98, Euro 2000 e la sciaguratissima edizione nippo-coreana 2002. Ci siamo rifatti in Germania però!!

  3. Qui le sigarette non ci sono, ma c’è un’altra costante ormai chiara: Berlinguer. Era un’Italia davvero diversa, almeno in cabina elettorale.
    Dato il lutto che ha subito il mondo del calcio italiano in questi giorni il ricordo di Gigi Riva è un valore aggiunto al racconto.

    1. Rombo di tuono non potevo non citarlo, anche se il racconto è antecedente alla dipartita di Riva, in Sardegna se dici calcio praticamente dici Gigi. Ne approfitto, per mandare un saluto lassù al grandissimo Luigi Riva da Leggiuno.

    1. Qualche battuta in sardo la conosco, mio nonno era un sassarese (purtroppo non l’ho mai conosciuto), ma non ero sicuro di scriverle correttamente. Non volevo “fare un torto” al sardo che è una lingua stupenda 😉