DeSidera

Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Decimo e ultimo racconto della serie "Le Disillusioni". I racconti possono essere letti insieme, oppure separatamente.

Capita esageri con i carboidrati a cena, ordini legumi, bibite gassate a pranzo. Quel senso estraneo, rinnegato di gonfiore. Capita me lo vada a cercare. Allento la cintura, da sotto la tavola carezzo il ventre senza darlo a vedere. Un gesto puerile, da ragazzina. Eppure. Deve essere così, mi dico, essere piene. Deve essere così. Avere dentro qualcosa.

È l’unico vezzo. L’unico atto di debolezza che a me stessa concedo.

Per il resto non mi curo più di nulla, ho smesso d’indagare. Alle ragazze insegno l’ordine, la disciplina. La devozione. Hanno corpi giovani, ben fatti, menti plasmabili adatte al sacrificio che la danza richiede. Di fronte agli specchi le addestro a sopportare il dolore e la fatica al pari di una missione. Stiro gambe fino alle vertigini, punte tese al soffitto, ginocchia a sfiorare il naso. Sollevo fronti, raddrizzo scapole, premo sulle cosce senza preoccuparmi del male.

«Guardateli.» Durante le prove indico la platea ancora vuota, immaginaria. «Vengono per voi, pagano il biglietto. Si aspettano la perfezione.»

Il giudizio del pubblico le eccita e spaventa nella giusta misura. Le schiene s’inarcano, gli sguardi infiammano. I polpacci spingono ancora di più.

Vieto loro i rapporti. Al pari degli zuccheri, del fumo, dell’alcool, rinchiudo tutto ciò che è dannoso in un’unica frase: «state lontane dai guai». Il tono sacro di chi ha per le mani una parabola. Porto il mio corpo, la mia vita ad esempio. Le ore di sacrificio, i successi, le rinunce. L’abnegazione. Mi seguono incantate, non sanno che ometto da sempre la parte più semplice, quella in cui non ho dovuto scegliere.

Mi sfuggiranno comunque, lo so. Con un compagno di banco dentro i bagni della scuola o ad abbuffarsi di nascosto, la notte, sotto le coperte. Sono pur sempre ragazze, se la andranno a cercare. Ma sarà piacere rubato, goduto a metà.

Thiago viene ogni volta, non perde una prima. Siede nelle prime file, ma sempre in disparte. Osserva ogni passo, ogni movimento, è il mio critico più attento e severo. Dietro la tenda scura delle quinte sento la sua presenza, i suoi occhi soltanto per me. Dopo ogni spettacolo mi raggiunge con un mazzo di rose bianche, le mie preferite. Mi bacia senza curarsi dei giudizi, degli sguardi. La mia bellissima stella, mi chiama. Lo dice a voce alta, ogni volta.

Con le ragazze si congratula a malapena. Ha superato da poco la loro età, potrebbe essere uno zio, il fratello maggiore, eppure quando passa loro accanto non le vede nemmeno.

Mi porge il soprabito, apre lo sportello dell’auto, cammina sempre un passo dietro a me. Thiago è l’ombra che ogni donna vorrebbe avere. 

Potrei dire di averlo scelto per molte cose – lo sguardo latino, la propensione al piacere, i quindici anni di meno – a conti fatti io credo di averlo sposato soltanto per il nome. Un nome lontano, di primitiva distanza. Un primo passo di lato, a proteggere la mia integrità.

La diagnosi, per me, è venuta presto. A soli sedici anni, subito dopo un brutto incidente. Non ho avuto modo di capire, sperimentare altro che non fosse quella che è diventata della mia vita la normale condizione.

Guardavo le altre. Le osservavo a scuola, in palestra, dentro gli spogliatoi. Le osservavo scambiarsi ricette, saltare a gambe aperte dopo il coito, scongiurare il pericolo con lavaggi alla Coca Cola – estranea da ogni fatto votavo alla danza il mio ventre già sterile.

Il mio essere donna l’ho scoperto così, costruito per sottrazione, alla luce di quell’ ovvietà biologica che le altre avevano, ma  che a me era stata negata. 

La prima volta è venuta tardi, non ho sentito nulla. Un tepore acerbo, un vago senso di intrusione. Ho accolto il mio primo orgasmo al pari di un qualsiasi altro traguardo raggiunto. Un’incombenza di meno, un pensiero levato. Subito dopo un sollievo, la sensazione che da lì in avanti sarebbe sempre e soltanto andata meglio. La paura del seme, l’insidia che tanto terrorizzava le altre, a me non è mai toccata.

Negli anni le ho viste, come si fa con gli uomini, a un certo punto smettere di fuggire il momento sbagliato per rincorrere – fiato alla gola – il momento giusto. Le ho viste districarsi tra fiale, stick per le urine, giorni buoni per la temperatura. Le ho viste pilotare il destino. Arrivare piene alla fine del mese come frutta matura o vuote come le stanze, mentre a me questa stramba malasimmetria della vita non toccava di un soffio. Ero già fuori, in disparte – ero un’eletta o un’aliena? La malasorte che m’aveva condannata era la stessa che ora mi levava dall’impiccio, da quel dover scegliere.

Thiago di queste cose non sa nulla, non se ne cura. Non ha famiglia, qui. Non ha nessuno. Una miriade di fratelli, svariati zii, nonni e genitori, ma tutti dall’altra parte del mondo. Della sua terra parla poco, o niente, ma dentro il sangue ne scorre il calore. Potrebbe avere chiunque, ha scelto me. Mi prende per pura passione, senza ambizione di stirpe, infrange i sogni di sua madre dentro il mio ventre algido.

La mia bellissima stella. Fumo nuda sopra il balcone, lascio colare il suo sperma tra le cosce senza preoccuparmi che vada sprecato. 

Mi raggiunge, bacia la nuca, cinge da dietro la schiena.

«La mia bellissima stella.»

Ed è vero. La mia carriera, la mia vita, il mio corpo non ha nulla da invidiare a nessuno, anzi. Per molti, l’invidia sono io. Il mio corpo intatto, esangue, preso ad esempio dalle ragazze e portato da Thiago sopra l’altare. Eppure. Quando mi bacia di nuovo, scompare. Sento l’acqua della doccia scorrere, ma non lo raggiungo subito. Resto a guardare la notte, le luci lontane del cielo, i suoi disegni strani. 

Succederà, mi dico, un giorno le vedrà. Passerà loro accanto, per i corridoi o dentro i camerini. Ne prenderà qualcuna. Sono pur sempre ragazzi, se la vanno a cercare. Succederà, mi ripeto. E tu non potrai farci niente.

Continua...

Serie: Le Disillusioni (serie di racconti)


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Discussioni

  1. Mi sono sentita molto coinvolta durante la lettura di questo tuo splendido brano, nonché conclusione ‘importante’ a livello di tematica di una serie già ‘importante’ per argomenti che, con la tua bravura e stile inconfondibile, hai trattato.
    Il focus del racconto è, inevitabilmente, sulla protagonista, donna per sottrazione, donna forse a metà per una società sbagliata e insensibile che tende a etichettare e catalogare basandosi su biechi parametri di giudizio.
    Vorrei però, senza ipocrisia, provare a spostare il focus su quell’ombra di splendore che sembra brillare di luce riflessa accanto a lei. Thiago, che sembra essere buono solamente a farle l’amore e ad aprirle la portiera della macchina. Thiago che non ha occhi che per lei e ne conosce i gusti in fatto di fiori.
    E se, semplicemente, Thiago fosse un uomo innamorato che sceglie di rimanere accanto alla sua donna pur sapendo che non potrà mai dargli un figlio?
    Vedo già le facce di molti, leggere il mio commento e storcere il naso per poi applaudire all’ipocrisia. Eppure, senza eccessi di ottimismo e fantasia, mi piace credere che le persone possano ancora volersi bene e volersene per davvero, in barba alla bellezza che sfiorisce, agli anni di troppo, all’aspetto fisico e, perché no?, in barba al fatto che i figli arrivino o meno.
    Allora, mi sento di dire a tutte le ‘bellissime stelle’ di continuare ad avere fiducia nella persona che quotidianamente dimostra di amarci e a tutti i Thiago, di non sentirsi mosche bianche se sono davvero innamorati della persona che hanno scelto.
    E, detto questo, cara Irene che mi conosci bene, ti mando un abbraccio con un grazie grande per questa serie che mi rileggerò e vado a rovesciarmi addosso e da sola tutto il miele che ho versato 😀

    1. Carissima Cristiana, questo tuo commento mi fa davvero piacere, e ti ringrazio per le tue riflessioni. ha i colto degli aspetti che non sono per nulla scontati (almeno per me, che questi personaggi li ho scritti). Thiago viene definito “un’ombra”. Ho perfino pensato fosse stato scelto in quanto bello, funzionale. Il suo silenzio, il consenso, il suo non porsi domande e non volere nulla non sono necessariamente segno di leggerezza o di un amore che non c’è, che se andrà alla prima occasione. Anzi, forse sono il contrario. Un amore che resta nonostante, e accetta. Forse il focus è su di lei, sul vuoto, sul suo dolore, ma anche Thiago a modo suo vive di sottrazione, dei suoi vuoti, del fatto di essere stato investito di un “ruolo” (vivere di riflesso le rinunce, il vuoto di lei, essere colui che le da splendore, dover riempire, addirittura, le parti che mancano). In certe situazione non è facile per nessuno dei due. Grazie di cuore per il tempo che dedichi a e ai miei scritti, sempre. ❤️

        1. hai visto giusto. anche io lo percepivo così. come dentro in una bolla, una specie di gabbia. non saprei dire se sua o anche riflesso di quella di lei.

  2. “Il mio essere donna l’ho scoperto così, costruito per sottrazione”
    Mi sono chiesta quante di noi e quante volte, costruiamo per sottrazione il nostro essere donna.
    Credo, quasi tutte. Certo, in forma differenze, ma quasi tutte.
    Non è forse vero che fin da piccole ci insegnano di essere state create da un pezzo di lui? Costola più o costola meno. Così ci insegnano. Esseri creati per sottrazione.

    1. Ci insegnano, forse, a essere rinunce. Mai interi. Qualsiasi cosa siamo, dobbiamo sempre rinunciare a un pezzo, lasciare una parte di qualcosa. Chissà perchè, ma è vero: siamo costruiti per sottrazioni.

  3. Ciao Irene. Questa serie merita di essere letta e riletta, e poi letta ancora. Il tuo stile inconfondibile che permette alle frasi di un testo di concatenarsi fra loro e poi rifiutarsi, come in un gioco in cui ci si insegue, fa da filo conduttore. Ed è così che i racconti stessi, finiscono per comportarsi esattamente come le parole con cui sono stati scritti. Si rincorrono, si allontanano e scambiano fra loro le storie e le persone, gli umori, le abitudini e i sentimenti. In un complesso tetrix riuscitissimo.
    Impossibile staccarsi, credo. Altrettanto e soprattutto impossibile concepire testi come i tuoi. Essi vanno vissuti.

    1. Ciao cristiana, hai colto l’essenza di questa serie. L’essere costruita come un puzzle, o qualcosa che si può intrecciare e cambiare, e il risultato non cambia. (fa molto proprietà commutativa questa cosa, ma spero che l’immagine renda l’idea). I personaggi potrebbero saltare da un racconto all’altro, mescolare le loro storie, avrebbe tutto comunque senso. Potremmo esserci anche noi. Proprio perchè i temi e i sentimenti trattati partono da un individuo, ma tendono all’universale.

  4. Ho concluso la lettura con un senso di vuoto incredibile. Il vuoto dell’anima compensato dal vuoto del corpo. Sembra quasi che lei, in qualche modo, tragga piacere da esso perché cerca di vederne i lati “positivi” a discapito delle conseguenze reali di ciò che comporta.
    Eppure la consapevolezza vera è lì e le dice che non è possibile continuare così per sempre, un po’ come gli anziani affetti da demenza che hanno quegli sprazzi di lucidità.
    Mi domando quale sia il punto di origine di questi mali.
    Non so se questo decimo episodio sia la chiusura della serie, nel caso lo fosse mi auguro di leggere altre cento Disillusioni. ❤️

    1. Non so neppure io se questo episodio sarà l’ultimo. Già mi stanno venendo altre idee! E credo ci siano ancora argomenti da trattare. Il vuoto che hai percepito è esattamente quello che avevo in mente di descrivere, un vuoto che ognuno, per i motivi le cause più svariate, si porta dentro e che cerca di compensare come può. Credo sia quel tipo di vuoto che non si può riempire, solo accettare. Grazie Mary per esserci sempre ❤️

  5. “La prima volta è venuta tardi, non ho sentito nulla. Un tepore acerbo, un vago senso di intrusione. Ho accolto il mio primo orgasmo al pari di un qualsiasi altro traguardo raggiunto. Un’incombenza di meno, un pensiero levato. Subito dopo un sollievo”
    Questa è stata la parte che più mi ha spezzato il cuore: ho percepito l’arrancare, il “raggiungere le tappe” pur di sentirsi in pari, il non provare niente perchè bisogna raggiungere la prossima il prima possibile per essere in pari.

  6. Mi ha messo addosso un freddo strano. Quella cosa del gonfiore cercato è tristissima e verissima, e poi tutto il resto è controllo, disciplina, perfezione… ma si sente che sotto c’è una crepa enorme. Thiago mi inquieta più che piacermi: sembra adorazione, ma anche possesso. E il finale con “Succederà” è cattivo nel modo giusto, perché ti fa capire che lei ci sta già vivendo dentro, ancora prima che accada.

    1. Ciao Lino, hai perfettamente ragione. Thiago è possesso, non solo adorazione. Scelto per essere un’ombra, per stare al suo posto, per far brillare quel vuoto che non si può riempire. E anche per quanto riguarda il finale, esatto: sta gia vivendo quel dolore, che potrebbe anche non accadere mai, ma rimane comunque un riflesso del vuoto. Grazie di cuore per la tua lettura!

  7. Che dire, Irene. Se dovevi chiudere Le Disillusioni con queste ultime mille parole non potevi fare di più, non potevi fare di meglio. Un quadro impressionista con il corpo che diventa il vero protagonista dei pensieri e dei ricordi.

  8. Ciao Irene! Questo decimo episodio racchiude, secondo me, lo spirito di tutta la serie: le aspettative deluse, la brutalità del corpo, la decadenza, l’incomunicabilità funzionale del sesso, la poesia. Torno a dire che hai uno stile unico, fatto di temi, atmosfere e sintassi tutti asserviti alla tua penna👏🏻🤗

    1. Ciao Nicholas! Ho voluto chiudere la serie (chissà poi se la chiudo davvero, o verranno altre idee…) con uno dei temi forse più difficili e complessi che possono toccare l’animo umano. Qui parla una donna, presa in prima persona, ma tutti prima o poi fanno i conti con scelte simili. Qualsiasi sia la direzione, non è mai facile. Grazie per la lettura 😊

  9. Quanta terrena crudeltà. Dovuta, sia inteso. Un quadro magnifico, governato da un sapere assoluto, da un’analisi dell’essere sconcertante ed asettica. Davvero, per alcuni, è questa la vita? Calcolo? La tua scrittura è ammaliante, vera e ineccepibile e leggerti è un grande piacere. Forse a me, maschietto da sempre, sfugge qualche aspetto della psiche femminile, me ne rammarico, e i tuoi racconti, spesso, mi illuminano. Sempre Dea!

    1. Ciao Giuseppe. Non so se davvero per alcuni la vita sia soltanto calcolo, spesso però molti vengono portati, volenti o nolenti, a fare del calcolo una sorta di “rimedio”, o meglio, un “metodo” per cercare di far quadrare le cose, per far fronte al destino, tenere a bada il vuoto. Avevo in mente qualcosa così, per la mia protagonista. Grazie per la lettura ❤️

  10. “Il mio essere donna l’ho scoperto così, costruito per sottrazione, alla luce di quell’ ovvietà biologica che le altre avevano, ma  che a me era stata negata. “
    È un verso di una poesia che non ha bisogno di rima. Contiene l’intero universo della protagonista.

  11. Ciao Irene.
    Ho appena finito di leggere la tua storia. Devo dirti che mi ha lasciato senza fiato.
    È raro leggere una voce così spietatamente onesta. Parli di danza, ma è una metafora perfetta di come ci possiamo costruire gabbie dorate per non sentire la mancanza di ciò che non abbiamo avuto. Complimenti 👏👏

    1. Ciao Tiziana, esatto. la danza, in questo caso, come può esserlo qualsiasi altra disciplina, o lavoro, o passione, è una sorta di rifugio, ma anche un ancora di salvezza per riuscire ad accettare la realtà quando è il destino a sceglierla per noi. Grazie per la lettura!

    1. Grazie Arianna. Non è un tema facile da affrontare, ho cercato di far parlare il cuore, far prevalere le emozioni su ogni altro punto di vista. Grazie per la lettura ❤️

  12. Ciao Irene, ci vorrebbe un fiume di parole per commentare questa storia, ma non sono brava come te a usare quelle giuste. Una frase è incastrata alla perfezione dietro a un’altra. Immaginare come il corpo potrebbe cambiare, educare con freddezza e guardare oltre, sapendo che la vita non si può imprigionare in una serie di regole. Quello che immagina per le sue ragazze lo vede anche per Thiago, usa le stesse parole, nella chiusura di un cerchio che potrebbe non concludersi così. Sei incredibilmente brava Irene, complimenti!

    1. Ciao Melania, grazie mille per questo bellissimo commento! Hai notato un passaggio a cui tenevo molto, la chiusura “a cerchio” nel finale. Nessuno sa come potrebbe o come andrà a finire, ma era una visione con la quale volevo riflettere le paure di una donna forte, si, ma non indistruttibile, come tutti, del resto. Grazie per la lettura ❤️

  13. Hai raccontato una storia di desiderio, di passione e di sensazioni bramate pitturandola con un raro blu oltremare naturale. L’alizarina che brilla nel cuore della tua “bellissima stella” viene coperta da strati e strati di blu sacrificio, blu disciplina e qualche granello di azzurro rinuncia, ottenendo così un freddo viola orchidea, che poi tanto freddo non è. Ti ho mai detto che adoro le tue pennellate Irene? Beh, è proprio così.

    1. Ciao Emi, mi riempiono sempre il cuore i tuoi commenti. Il colore che hai dato alle mie parole è magnifico, ci sta benissimo❤️
      Grazie per aver arricchito il mio scritto con le tue sfumature ❤️

  14. Brava Irene. Un altro racconto intenso che mostra uno dei tanti vuoti che possono celarsi dietro le luci sfavillanti di un palco e nel teatro della vita. Ammiro sempre la forza contenuta nella scelta delle parole, il tuo ardire con grande naturalezza, fuori dagli schemi.

    1. Ciao Luisa. Anche quando tutto è perfetto, anche quando siamo soddisfatti di ciò che abbiamo costruito, qualcosina che scricchiola c’è sempre. E magari è anche giusto così, se riusciamo a dare un posticino anche al vuoto. Grazie per la lettura. Un abbraccio ❤️

  15. Stupendo come sempre Irene. La descrizione delle fatiche a cui la nostra protagonista sottopone le ballerine è fantastica, così come tutta la restante parte del racconto. Bravissima come sempre Irene 👏👏👏

  16. Il vuoto del figlio mai venuto è incolmabile. Eppure, proprio in considerazione di tutte queste sofferenze, a volte penso che sia meglio non mettere al mondo nuove vite senza la certezza che tutto abbia un senso. Forse, però, questa è solo una personale e vana consolazione. Brava, Irene!

    1. Ciao Concetta! Sono molti i vuoti con cui ci troviamo a dover convivere, e a volte credo che l’unico modo per riuscire a rendere sopportabili certi destini, sia proprio provare a cercare un senso. Oppure trovarne uno nell’assenza di senso. Non è facile, anzi. Ho immaginato la protagonista alle prese con questa “ricerca”. Anche quando accettiamo il nostro destino e costruiamo la vita per come la vogliamo, c’è sempre qualcosa che ci sfugge, e manca. Puo essere un figlio, come un amore, la giovinezza. Ecco, c’era un po’ di tutto questo. Grazie per la tua lettura e la tua presenza. Un abbraccio.