Destini

Dio mio, che giornata…

Riunione di lavoro massacrante, nove ore in ufficio, e adesso mi aspetta come minimo un’altra mezz’ora di viaggio per arrivare a casa. Ormai questa strada potrei farla ad occhi chiusi, tanto la conosco a memoria: sono solo sette chilometri, ma il traffico cittadino nelle ore di punta è mortale. Mi rimane giusto il tempo per una doccia, poi un trucco non troppo ricercato, una sistematina ai capelli, cambio d’abito e via al ristorante: mio marito e mia figlia mi aspettano, queste cene spesso sono il miglior rimedio allo stress. Anche per colpa di questi semafori, che a volte sembrano sincronizzati apposta per non fartene prendere verde neppure uno…

Oh no, ci risiamo… eccolo lì, il solito lavavetri. Puntuale come la morte e le tasse. Che poi io dico: ma non si stuferà di stare sempre allo stesso semaforo? Almeno ogni tanto cambia incrocio, no? Macchè, sempre al solito posto, a mezzogiorno d’agosto sotto il sole cocente, come alle undici di sera d’inverno, quando basta tenere una mano fuori dal guanto per cinque minuti e già non senti più le dita… e con quegli stracci addosso, poi. Quasi sempre gli stessi. E sono sicura che mi ha riconosciuta: ormai l’avrò incontrato più di cento volte, lui mi conosce almeno quanto io conosco lui. Ogni volta che scatta il rosso, scatta anche lui… oddio, scatta si fa per dire, ha un’andatura che più ciondolante non si può, sembra quasi che siano i vestiti a portare lui, più che il contrario. Si avvicina ai finestrini, con quella spugna lurida in una mano, la spazzola nell’altra, e sempre quell’accenno di sorriso sul volto che probabilmente vorrebbe ispirare pietà. Tutto sommato si potrebbe quasi definire anche un bell’uomo: occhi castani sul viso ambrato, e quello sguardo che qualche anno fa (e in condizioni più decenti) avrebbe anche potuto ammaliare più di una donna. Ma io dico: ma come si permette?

Ma come ti permetti di venire qui, nel nostro paese, e sbatterci in faccia la tua povertà? Pretenderesti forse che ci sentissimo in colpa per il nostro genere di vita, vuoi farci ritenere responsabili della tua misera condizione? Io sgobbo tutto il santo giorno in ufficio, caro mio, e non c’entro niente se tu e tuoi compagni ogni tanto ci lasciate la pelle sulle carrette del mare… e poi cosa credi, l’ho visto quel bambino seduto sul marciapiede, sempre dietro di te. E’ tuo figlio? Sì, immagino sia tuo figlio: è sporco come te, chi altri può essere? Pensi forse di riuscire a muovermi a compassione, portandotelo sempre appresso? E quello sguardo, sempre a metà tra la disperazione e la malinconia… malinconia di cosa, poi? Della tua terra? Ma se non vedevi l’ora di scapparne, un giorno uguale all’altro, in cui il tuo unico obiettivo era quello di arrivare a sera rimanendo vivo… tu e la tua famiglia. Dove sarà la madre di tuo figlio? L’hai portata con te in questo paese, oppure l’hai lasciata al suo destino, senza più speranze, senza più desideri se non quello di veder sopravvivere il proprio bambino ad un’esistenza fatta di guerre, e soprusi, e stenti? Sì, forse quello da cui siete scappati non era esattamente il Paradiso sulla Terra ma… questa, invece? Guardati, è questa la vita che sognavi per te, per loro?

Non è giusto. Non è giusto che tu venga qui a mendicare, ad importunarmi mentre sono in fila al semaforo. Queste soste dovrebbero servirmi a riassettare il trucco, non a tenere a bada te che tenti di sporcarmi (più che pulirmi) il parabrezza. Non è giusto che tu tenti di insinuare nella mia coscienza il rimorso, perché non è colpa mia se sono nata in un paese più libero e più progredito del tuo, non è colpa mia se ho avuto la possibilità di studiare e trovarmi un lavoro, non è colpa mia se ho avuto le opportunità di regalare un futuro decente a mia figlia. Diciamo che così ha voluto il buon Dio… se ti può consolare, possiamo dire che io sono stata fortunata e tu no. Posso anche concedertelo, ma questo non cambia la realtà delle cose.

No, no e no: lasciami in pace, te l’ho detto tante volte e te lo ripeto anche oggi, non ce l’ho, un euro da darti.

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“Mamma, mamma, sei arrivata! Ma quanto ci hai messo?”

“Finalmente, cara… trovato traffico?”

“Uff, non sapete quanto… sono distrutta. Dai, entriamo: una bella cenetta a base di pesce, è proprio quello che mi ci vuole. Da quanto tempo non assaggio più un astice? Ma non temere, caro: il vino lo lascerò scegliere a te, come sempre…”


A chi ha perduto tra le onde tutto quello che aveva. Anche la vita.

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