Dicono di me, che sono il male.

«Dobbiamo restare qui, per questa notte soltanto. Ce ne andremo alle prime luci dell’alba.»
La voce di Selene riempì l’abitacolo di quell’auto abbandonata nella fitta boscaglia e avvolgendo le braccia attorno all’esile corpo del figlio, poggiò il volto tra i capelli scuri di lui inspirando il suo profumo; un misto di terra, erba e shampoo le riempì le narici facendola sentire a casa.

«Serghei non ci troverà qui, vero?»

La voce esile del figlio, la portò a stringere di più la presa su di lui, ma non riuscì a rispondergli. Non se la sentiva di fare promesse. Erano in fuga da giorni, in fuga da un uomo che avrebbe dovuto proteggerli e invece, non perdeva occasione per picchiare lei e urlare contro il bambino. All’ennesimo scoppio d’ira, Selene si era decisa a prendere suo figlio, rubare un po’ di soldi al padre di questo e aveva tagliato la corda. Ma Serghei non aveva accettato di buon grado la cosa. Diceva di amarla, di volerla al suo fianco, di amare il bambino; diceva anche di aver smesso di bere, di fare uso di droghe, di spacciare.

Qualche giorno prima li aveva trovati dentro una caffetteria e nell’ennesimo impeto di rabbia, le aveva detto che aveva bisogno dei soldi che lei gli aveva rubato, le aveva detto che non erano suoi ma di uno spacciatore.

Uno spacciatore. Ecco con chi era finita, un pesciolino piccolo che lavorava per un pesce più grosso. Con uno stratagemma era riuscita di nuovo a sfuggirgli e da un paio di giorni di lui non vi erano più tracce, ma non poteva promettere a suo figlio che Serghei, suo padre, non si sarebbe fatto più vivo.

Si sentiva costantemente in pericolo, braccata e temeva per la vita del figlio.

Tobias era piccolo, sensibile, magrolino, spaventato da quel padre che non riusciva a comprendere perché fosse sempre tanto arrabbiato con lui.

Si era decisa a scappare quando aveva trovato il piccolo in lacrime, uno dei suoi giocattoli distrutti, stretto tra le sue piccole mani. Il suo cuore si era spezzato in quel momento e aveva capito che non poteva più continuare a vivere così. Non poteva permettere che a Tobias accadesse nulla di male; avrebbe dato e fatto qualsiasi cosa per proteggerlo. Voleva per lui una vita lunga e felice. 

In quel momento, si trovavano in una piccola città in Transilvania, ma era decisa a lasciare il paese e a spingersi verso la Germania. Lì forse, avrebbe trovato qualcosa, lì avrebbero potuto rifarsi una vita, lei e Tobias.

Strinse maggiormente il piccolo al petto e chiuse gli occhi, cullandolo dolcemente.

Erano riusciti a far funzionare la radio di quel catorcio abbandonato e la musica, aveva finito per rilassare entrambi e trascinarli verso l’oblio.

Furono svegliati da un forte colpo alla portiera, a cui fece seguito un forte vociare.

Selene spalancò gli occhi di colpo, il verde dell’iride fu colpito da una luce che l’accecò momentaneamente.

«Sono quaggiù, avevi ragione, li abbiamo trovati!»

Tobias si svegliò e subito si aggrappò al collo della madre.

Quattro visi pallidi, li scrutavano dai finestrini e tra questi vi era il volto di Serghei.

Il bastardo sorrideva, stringendo tra le mani una mazza da baseball.

«Scendete o vi fracasso questo catorcio sopra la testa.»

Le risate sguaiate dei suoi amici, ricoprirono i singhiozzi di Tobias, ma penetrarono come lame nelle orecchie di Selene. Erano in trappola. Di nuovo. 

[…]

Gli piaceva quel luogo abbandonato da Dio. Sapeva, che era il cuore di un’antica leggenda e lo trovava ironico, di per sé, affascinante.

Faceva freddo tra le alte sterpaglie, l’umidità penetrava al di sotto dei suoi abiti ma tuttavia, non gli procurava un vero e proprio fastidio.

Valentine, si rigirò tra le mani una pietra liscia, piatta e dopo averla osservata al chiaro di luna, la lasciò scivolare in una tasca della sua giacca di pelle, riprendendo a camminare. Non aveva bisogno della luce, per sapere dove spostarsi. La foresta pullulava di suoni, bassi fruscii, sussurri lievi, il lieve palpitare di cuori immersi nel sonno. Poi ad un tratto si ritrovò su di un altura e guardando verso il basso, scorse quattro figure che giravano intorno a un catorcio abbandonato. Si fermò annusando l’aria e inspirò a fondo, storcendo il naso come avesse annusato qualcosa che non era di suo gradimento.

«Sangue drogato… »

La voce di Valentine, era pregna di malinconia, un sussurro che il vento condusse via in fretta come non fosse mai esistito. Si mosse veloce, una macchia indistinta tra l’erba. In bilico tra i rami di un grosso albero, sotto il quale era posto il catorcio, guardò uno degli uomini che armato di mazza, prese a tempestare il tettuccio con forti colpi ben assestati. Rabbia, rancore, odio, euforia arrivarono a lui con una ventata di adrenalina. L’uomo era completamente fatto e non si sarebbe fermato di fronte a niente.

«E dicono di me, che sono il male, questi mortali…»

Il pianto di un bambino, lo portò a inclinare il capo in ascolto. C’era anche della musica, ma era troppo lieve per ricoprire il pianto di quest’ultimo. Una donna sussurrava al bambino di non piangere; le tremava la voce, ma era ferma, sicura.

Ti proteggerò io, non piangere amore mio.

Era una bella voce quella della donna, scaldò il sangue che scorreva nelle sue vene. Valentine reclinò il capo all’indietro spalancando la bocca in un urlo muto. Il bellissimo volto dell’uomo, illuminato a metà dalle luci dei fari dell’auto dei quattro uomini, mutò in quello di una bestia leggendaria. Lunghi canini fuoriuscirono come lucide lame dalle gengive dell’uomo, accarezzandogli dolcemente le labbra.

Con un balzo, Valentine atterrò sul tetto dell’auto facendo trasalire i quattro che non ebbero il tempo di realizzare ciò che stava per accadergli.

Lo strano essere afferrò la mazza dalla mano destra dell’uomo e la sferrò con un colpo deciso sul cranio di questo. Il movimento fu dolce, o così parve. La testa di Serghei, recisa dal collo rotolò sull’erba e il piccolo spiazzo si ricoprì di urla terrorizzate. Valentine non vi fece molto caso, la soddisfazione che provò scoppiò nel suo petto come una bolla incandescente. La violenza gli piaceva, soprattutto se usata per una giusta causa. Gli amici dell’uomo, scapparono verso la loro auto e ben presto di loro non restò nient’altro che lo stridore dei pneumatici e l’odore di erba bruciata lasciata al suo seguito.

Valentine inspirò a fondo accovacciandosi sul tettuccio e poggiandovi una mano, fu tentato di affondarvi le unghie per sradicarlo via e poter vedere la donna in volto. Il suo desiderio fu esaudito, perché la donna uscì dall’auto stringendo tra le braccia il figlio e guardandosi attorno freneticamente, tentò di capire cosa fosse successo di tanto grave da far scappare via i tre uomini. Dovette scorgere la testa decapitata dell’uomo munito di mazza, perché con un singulto strinse il capo del figlio e gli nascose ciò che i suoi occhi, non avrebbero scordato mai.

Fu allora che lo vide. Ancora accovacciato sul tettuccio, le zanne sfoderate, gli occhi neri come la pece, i biondi capelli a venir scompigliati da una brezza leggera. Valentine inspirò il profumo di lei, trovandolo delizioso. Lei, era certo stesse trattenendo il respiro, ma il suo cuore batteva veloce, un suono ipnotico, per lui.

Si ritrovò davanti alla donna prima che potesse rendersene conto e scostandole una ciocca dal volto, la vide irrigidirsi come una statua.

Era bella, semplice, ma bella. Corti capelli neri le incorniciavano il volto pallido e sembravano fondersi in un tutt’uno con quelli del bambino. Nonostante fosse piccola ed esile, da lei proveniva una forza tipicamente materna. Era decisa a proteggere il suo cucciolo, a dispetto di tutto e tutti.

«Non vi faranno più male…»

La vide sgranare gli occhi al suono della sua voce. Era sicuro che stesse pensando, che somigliava a una melodia. Ah, in tanti gliel’avevano detto. Una malia che attirava a sé, chiunque.

Ma non lei. La donna e il bambino, li avrebbe lasciati vivere.

Lei lo avrebbe ricordato come un brutale eroe. Una bestia gentile. Una leggenda in carne e ossa.

Lo avrebbe ricordato anche a distanza di anni e chissà che non si sarebbero incontrati di nuovo. Un giorno.

Valentine fece un unchino, un gesto di un altro tempo, di un altro mondo e dopo averle rivolto un macabro sorriso, si allontanò a passo leggero verso il buio del fitto fogliame. O per lo meno fu quella la sua intenzione.

La voce di lei, bassa e tremante, gli accarezzò le orecchie.

«Aspetta…Noi…Puoi portarci con te?»

Anche il bambino lo stava guardando, ora. Avevano gli stessi occhi, madre e figlio. Verdi come smeraldi, brillavano sul loro volto rendendoli irresistibili ai suoi occhi. C’era paura in quegli occhi ma anche una profonda speranza.

La creatura ritrasse le zanne, non senza uno sforzo doloroso e il suo volto bellissimo,dovette apparire ai due come il volto di un angelo.

«Come ti chiami?»

La donna si mosse in avanti a passi lenti, incerti, poi affrettò il passo nello scorgere il corpo dell’uomo decapitato; si fermò a pochi passi da lui, mantenendo tuttavia una certa distanza.

«Selene… Mi chiamo Selene.»

L’uomo ripetè il suo nome, muovendo appena le labbra. Sembrò gustarlo, saggiarne consistenza, significato.

«Vi porterò con me.»

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Discussioni

  1. Ciao Vanessa,
    ho letto con molta intensità questo tuo racconto. Mi piace l’idea degli uomini bestie e la bestia con un senso di “umanità”. Un finale delizioso e tenebrosamente romantico. Secondo me ci vuole un seguito ?. Complimenti!

    1. Ciao Isabella,
      sapere che ti sei immersa in questo racconto non può farmi altro che piacere!
      Ti ringrazio per i complimenti e chissà… magari un giorno Valentine farà di nuovo la sua apparizione. I personaggi che creo decidono loro quando apparire o meno u.u ahahahahahaha A presto e grazie di nuovo! ✿

  2. Ciao Vanessa. Giusto oggi pensavo al flebile velo che a volte separa il bene dal male assoluto. Storie come la tua mi piacciono molto, ho un’insana predilezione per le “bestie gentili” ?

    1. Ciao Micol!
      Io ho una predilezione anche per quelle un pò burbere e spietate, non per niente il mio personaggio Disney preferito è la Bestia. I personaggi un pò oscuri, fanno al caso mio, ma un pochino credo si sia notato ahahahahaah Grazie per avermi letta, a presto ✿

    1. Ciao Daniele,
      il mio mondo si tuffa sempre nel fantasy.. è un mondo che spero mi dia modo di esprimermi al meglio. Ti ringrazio per avermi letta e per aver apprezzato questo breve racconto ✿

  3. “Lo strano essere afferrò la mazza dalla mano destra dell’uomo e la sferrò con un colpo deciso sul cranio di questo.”… poesia!!! Ho esultato quando ho letto questo passo! ahahaha 🙂 Hai la capacità di dare vita ai personaggi, di infondergli quel qualcosa in più, di renderli “immortali”. Poi questo finale lo trovo stupendo: “L’uomo ripetè il suo nome, muovendo appena le labbra. Sembrò gustarlo, saggiarne consistenza, significato.”. Bravissima, come sempre! 🙂

    1. Ciao Giuseppe, è sempre un piacere conoscere il tuo parere e sei sempre un sacco gentile ? devo dire che scrivere il finale è stato complicato perché avrei voluto scrivere ancora o.o ma mi sono data schiaffi sulle mani. Sono contenta che ti sia piaciuto e ti ringrazio per i complimenti ? A presto!

  4. Ciao Vanessa, da te me lo aspettavo una svolta fantasy di questo lab! Era troppo normale l’inizio, seppur ben fatto, ma quando ho letto di Valentine, ho detto “ora mi diverto!” È proprio vero che l’apparenza inganna, un vampiro può essere più gentile di noi uomini! Ci sai davvero fare a dividerti tra fantasia e realtà, con una grande cura dei dettagli vampireschi! Chissà se Selene e Tobias diventeranno come l’eroe… mi piace pensare di si!! È sempre un piacere leggerti! Brava!??!

    1. Ciao Antonino, per me è sempre un piacere trovarti qui a commentare i miei racconti e lo fai anche con entusiasmo, vuol dire che a mio modo riesco in qualcosa! L’ispirazione mi è giunta improvvisa e allo stesso modo è nato Valentine. Chissà se Selene e Tobias diventeranno come lui, o se saranno solo di passaggio nella sua vita…Grazie per i complimenti e per esserti fermato a leggermi ? a presto!