
Dietro una pagina
Qualcosa da fare in casa si trovava sempre – appendere il quadro da mesi in attesa sulla sedia – sostituire le pile al telecomando – stringere la manopola del rubinetto – riporre nella cripta dell’armadio i teli da spiaggia – visto che era novembre – sostituire le pile al telecomando.
Antonio si guardava le dita dei piedi nascoste dai calzini – steso sul divano – termosifoni accesi e casa vuota. Telefonino sullo stomaco in stand by e la mente alla ricerca di qualcosa da fare – ma anche da pensare. Non si mosse se non un attimo per grattarsi l’occhio – gli sembrò di essere rimasto immobile per delle ore – la palpebra tremò un po’- come una foglia quando sfreccia il vento – semplice riflesso – il sole che si fa spazio nella fessura della finestra – non era completamente al buio – non poteva crearlo da zero fuori – non c’era nulla che non era dentro di lui.
Ma Antonio da fare non trovava niente – provava solo la vergogna che prova un corpo immerso inerme nella noia – mentre lassù il soffitto era lontano e incorporava i suoi propositi ogni volta che ci faceva caso – nell’intonaco spalmato male – nella vernice scolorita – nel silenzio che riempiva fino all’orlo la stanza – e che restava in lui intrappolato.
La bonaccia della domenica pomeriggio – tutto fermo come in un dipinto.
Accese il televisore.
Senza soffermarsi sui programmi cambiò decine di volte canale – voci nitide voci squillanti – flash di film fiction repliche e spot – la sigla di un cartone animato – il tg fritto pomeridiano – i risultati delle partite di calcio come il rosario.
Il televisore si piantò come esausto – si trattava di un film – cercò di ricordarselo tra tutti i film anni ‘80 che aveva visto – non lo conosceva?
Pigiò il tasto per cambiare canale – il telecomando stavolta non lo ascoltò.
Antonio seguì per qualche istante il dialogo tra i due attori protagonisti – guardò l’acconciatura che aveva l’attrice – capelli cotonati – un po’ corti ai lati – la giacca vistosamente larga – metà anni ‘80 – c’era la sua adolescenza negli anni ‘80 – ma non lo ricordava quel film – eppure c’era qualcosa che lo faceva sentire uno di loro – un vecchio reduce – uno che poteva sciorinare decine di aneddoti su un modello di quella giacca di jeans – o sulla polo celeste.
Pensò a se stesso con la polo celeste – ne aveva una simile – un po’ lunga e spesso semi nascosta dalla giacca – e quanti raggi del sole aveva assorbito – quanto fumo di sigarette e quanto smog di motorini – il forno della pizzeria – la sua polo celeste che rifletteva nei suoi lampi di ricordi i pomeriggi pulsanti di metà anni ’80 -una specie di giorno lungo anni – mattina pomeriggio sera mattina pomeriggio sera.
E come un film registrato su un altro film piombò sullo schermo della sua mente una scena – fulmineo cambio d’inquadratura – dalla sua schiena giovane sotto la polo passò a uno spiazzo – lo spiazzo della stazione del paese dove viveva da ragazzo – luogo magico e appannato – nei meandri di un’immagine che emergeva il passaggio di istante dopo istante – eccolo materializzarsi – asfalto e poche macchine – un motorino blu sotto al sole e lui in primo piano.
Lì vicino alla stazione, le domanda “e tu?” con l’occhio chiuso per la luce del sole che sbatteva in faccia – e lei risponde solo “sì” sorridendo- nello sguardo l’abbandono a un sentimento di pancia – poi aggiunge bisbigliando “ok non fa niente” la sua voce coperta da una canzone – che dal bar poco lontano pulsava – le da un bacio rozzo sulla guancia – è calda e morbida come panna – pazze immagini si sovrapponevano nella sua mente – mentre il cuore gli sbatteva sotto lo sterno. Lei che si avvia verso casa – o verso qualcos’altra cosa – senza voltarsi – lei che da quel giorno non l’aveva più rivista.
Davanti alla nostalgia – al cospetto di ciò che provava dentro non si mosse – non lo diede a vedere a se stesso – fisso come la luna nel nero del cielo – fantasticava di continuare a parlarci solo nei pensieri – ma le battute erano inconsistenti – scritte di getto.
La nostalgia chiedeva di più – chiedeva partecipazione – gli chiedeva pathos per una scena successa 30 anni prima – poteva ripensarla adesso- ripensarla – ripensarla – proprio ciò che non voleva succedesse ancora – le cose a metà che cercano da sole di ricongiungersi – erano passati 30 anni e si parlava di una ragazza – una qualsiasi – eppure la sensazione di non ricordare tutto di quella scena lo coinvolse – alla ricerca di tanti pezzetti che insieme facevano il tutto – “e tu?” – “sì”.
Si passò la mano tra i capelli grigi – quanta vile miseria in quei pensieri – come se uscissero dalle casse di uno stereo collegate con l’altrove – e mentre si accorgeva di abbassare lo sguardo dal televisore – la nostalgia si fece sotto e lo punse in faccia.
Ripensare a un pomeriggio vicino la stazione vecchio di 30 anni – cosa c’era di male? – niente se nessuno lo sapeva. S’immaginò la faccia di sua moglie che lo beccava a sospirare davanti un vecchio film pomeridiano – un film con lui – 30 anni – mica ieri.
Mara – la ragazza si chiamava Mara – un ricordo che era scivolato dall’album della sua memoria – era rimasto nascosto dietro una pagina – che non aveva mai voltato.
Mara Noseli – ricordava anche il cognome? – era il 1987 e lei aveva 17 anni, tre meno di lui.
Pigiò il tasto rosso del telecomando, la tv stavolta risposte spegnendosi di scatto sulla faccia rosea dell’attrice che sorrideva.
Antonio afferrò il telefonino e inforcò gli occhiali per vedere bene da vicino -schiacciò il pollice sul quadratino di Facebook – barra di ricerca – digitò
M_A_R_A _N_O_S_E_L_I
– in un istante sul display una fila di facce tutte chiuse dentro una cornice – caratteri voci e vite incastrate in un quadrato di due centimetri.
Mara Noseli – ha frequentato il liceo Ungaretti di… – Eccola!- si disse – con lo sfolgorio negli occhi di un archeologo davanti a un oggetto riemerso dalla terra.
La foto – cercava la sua foto, testimonianza del suo cambiamento – la bramava diversa, coi capelli di un alto colore è la pelle del viso legnosa – cambiata in maniera irreversibile – banale – sfiorita – da poterla smentire come una vecchia illusione – per ripiombare nel presente e scacciare il passato – recidere la nostalgia con le forbici del momento – relegando qualsiasi dettaglio all’oblio.
Mara cinquantenne – una donna che data lo scorrere del tempo sarebbe stata una caricatura della ragazza – su cui compatire e accettare l’inesorabile consumarsi della vita.
Ma nel profilo Mara aveva una foto di Minnie – Antonio cercò subito tra i post della sua bacheca – profilo bloccato – ne trovò una soltanto – la ingrandì ed eccola, lei, con i capelli castani cotonati e gli orecchini tondi – la faccia paffuta da adolescente – le guance morbide come panna – un giacchino con le spalline larghe – troppo larghe – con sopra la didascalia: “Ricordi…” – sotto una manciata di “like” – nessun commento.
Antonio sospirò e mise in stand-by il telefonino – si sfilò gli occhiali e lo poggiò sul divano – sconfitto dal tempo che si era congelato – mentre la nostalgia intanto si congedò come un ospite che si accorge che si è fatto tardi – dimenticando qualcosa di suo dentro di lui. Lo lasciò solo – in salotto – nella consapevolezza di non poter rivedere mai la faccia di Mara – di essere condannato a ricordarla nella scena della stazione – riemersa quel pomeriggio di domenica – e mentre fantasticava di richiederle l’amicizia per avere una sua foto e dimenticarla per sempre pensò “e tu? Cosa? Mara?” – forse lei lo ricordava – o era ancora in attesa di rivivere quella scena – scivolata anche dall’album della sua memoria – ancora nascosta in attesa di essere ritrovata chissà quando e dietro chissà quale pagina.
Sentì delle chiavi sferragliare dietro la porta insieme a un vociare famigliare – si alzò dal divano come sorpreso in flagrante – e sua moglie Chiara con i figli in una ventata di aria gelida in mezzo al frastuono di buste della spesa si era ripresa il suo presente.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Grazie! Analisi stupenda ?
Scrivi davvero bene. E non lo dico per dire. Complimenti.
Grazie ?
Scritto davvero bene con un filo lanciato tra presente e passato e la malinconia sempre dietro l’angolo o come in questo in mezzo al salotto. Non so dirti esattamente perchè ma una volta finito di leggerlo mi lascia un pò inquieta, forse per quella immensa voragine di sé e ma in cui l’animo umano si avvolge non solo ogni tanto, ma fin troppo spesso. Bravo!