DISPERSIONE PARTE DUE

La pioggia arriva di traverso e batte sulle tapparelle con un rumore secco, più vicino a unghie che a gocce. Non rinfresca: insiste.

Guido si sveglia con un gemito corto. Nel colpo di tosse l’inguine tira. Una fitta cattiva, sotto l’elastico. 

Porta la mano lƬ senza pensarci. La cicatrice ĆØ una cresta, un rilievo che col brutto tempo si sveglia come un cane vecchio.

In altri giorni ci avrebbe scherzato sopra. Avrebbe detto, con quell’ironia da poco: Ā«Me l’ha lasciata leiĀ». Sua madre. L’ultimo regalo. Adesso no. Adesso quella cosa viscida che sale dal ventre e stringe la testa gli toglie persino il gusto di parlare da solo.

La casa non odora più di casa. C’è un vapore di brodo tiepido, canfora e plastica di blister; un fondo dolciastro che la gola riconosce senza sapere da dove. L’aria resta sulla lingua come una pellicola.

Ada ĆØ nel letto, di traverso, le braccia fuori dalla coperta: caldo e freddo insieme. Il fermaglio non c’è più. I capelli le stanno incollati alle tempie. Ogni tanto preme due dita alla gola, come se potesse tenere dentro il respiro.

Lucia ĆØ seduta per terra in corridoio, schiena al muro. La maglia di lana addosso come un errore ostinato. Accanto un secchio, un fazzoletto accartocciato e un cucchiaino: cose lasciate dove non dovevano restare.

Guido scende in cucina appoggiandosi al muro. Il pavimento gli pare inclinato. Sul tavolo ci sono i fogli del patronato e la busta paga. La carta ha preso umiditĆ : bordi arricciati, fibre alzate. Passa un dito e l’inchiostro gli lascia un’ombra sul polpastrello. Non ĆØ sangue. ƈ un segno.

Il telefono vibra. Numero del lavoro. Guido lo gira a faccia in giù. La vibrazione continua un secondo nel legno, poi si spegne.

Sul davanzale c’è un bicchiere. Non dovrebbe esserci. Vetro sottile, bordo scheggiato in un punto. Ćˆ freddo anche a distanza, come se avesse memoria di frigorifero. La sera prima ne aveva messi tre, allineati. Ora ce n’è uno solo, e questa mancanza stona. Dove ieri c’erano gli altri due restano due segni opachi. Guido li conta senza volerloI conti, lƬ, si fanno da soli.

Non aveva acceso la luce. Non per romanticismo: per non vedere. Aveva lavorato al buio come fanno quelli che non vogliono essere testimoni di se stessi. Mani che fanno senza vedere: cosƬ gli sembrava più semplice. Aveva fatto le cose con la precisione con cui si piegano le lenzuola: tirando bene gli angoli, evitando le pieghe. 

Poi Ada aveva tossito. Un colpo lungo, profondo. E lui si era fermato con le mani ancora in mezzo alle cose, ad ascoltare come si ascolta un rubinetto che perde: sperando che smetta da solo, sapendo che non smette.

Sta zitto e conta. Uno. Due. I respiri, non i minuti

Vivi e malridotti, svegli e a pezzi, e quel gesto rimasto a metĆ  ĆØ nell’aria come una parola non detta che però tutti sentono.

Si versa acqua. Il bicchiere pesa poco, ma il freddo del vetro gli risale nelle dita. Beve. In fondo alla lingua resta un gusto piatto, estraneo. Non ā€œamaroā€: fuori posto. Come quando tocchi una moneta e l’odore ti resta sulle mani anche dopo averle strofinate.

Si ferma. Beve di nuovo. Il gusto non cambia. Il bicchiere non cambia. Il bordo scheggiato gli gratta appena il labbro. Un graffio che non si vede ma si sente.

Apre l’armadietto dei farmaci. Flaconi mezzi vuoti, pomate appiccicose, il termometro vecchio con la custodia spaccata. Niente ordine: solo accumulo. Ma Guido non guarda davvero le etichette. Cerca uno spazio preciso, un angolo che ieri sera gli era sembrato comodo, naturale, come se la casa stessa gli avesse offerto un nascondiglio.

Sposta una scatola, poi un’altra. Dietro una boccetta trova la linguetta di stagnola piegata male, una striscia strappata in fretta. La prende tra pollice e indice, con due dita sole, come si prende una cosa sporca. La infila in tasca senza guardarla. Non ĆØ un gesto furbo. Ćˆ un gesto animale: togliere di mezzo prima che il mondo abbia il tempo di accorgersi.

Poi si accorge che gli stanno tremando le dita.

Chiude l’armadietto. Resta un attimo fermo, con la mano ancora sullo sportello, come se il legno potesse trattenere la memoria.

Dal corridoio Lucia sussurra: «Guido.»

Lui torna. Lucia ha gli occhi lucidi, ma non piange. Le mani tremano. Ā«Mi gira.Ā»

Guido si inginocchia davanti a lei. La lana gli gratta le ginocchia. Le prende il polso: battito rapido, spaventato, un animale piccolo che sbatte.

«Bevi.»

Le porge acqua. Solo acqua. Lucia prende un sorso e tossisce subito. Poi si piega. Un conato corto, trattenuto, che lascia saliva e vergogna sul bordo delle labbra.

Guido sente l’inguine tirare di nuovo, più forte. Un lampo gli taglia la testa: la cucina di sua madre, anni prima. Pavimento freddo. Lei che scivola dalla sedia. Il corpo giĆ  mezzo altrove. 

Lui che la afferra sotto le ascelle e la rimette nel letto, peso morto sulle braccia. Lo strappo dentro, senza rumore. 

Quella cicatrice era stata cura. Ora la cura ĆØ un bicchiere che non sa più d’acqua. Gli resta addosso il gesto di ieri: prendere, spezzare, fermarsi. La mano non sta ferma.

Lucia lo guarda. «Che hai?»

Guido toglie la mano dall’inguine. Ā«Niente.Ā»

Lucia non insiste. Ćˆ il loro modo: tenere chiuso ciò che spalanca.

Dalla camera Ada tossisce. Un colpo profondo, come se strappasse.

Guido entra. Ada lo fissa come se fosse lontano. Poi gli occhi si agganciano.

«Hai sete?» chiede lui.

Ada annuisce appena. Le labbra sono secche, screpolate. 

Guido trova una cannuccia in un cassetto, ancora incartata. Gliela mette. Ada succhia piano, poi smette. Il petto fa su e giù a scatti.

«Non chiamare nessuno,» dice.

Ā«Ada…»

«Non voglio gente.»

Gente: corpi che entrano, occhi che guardano, mani che spostano. Domande. Il tavolo. I bicchieri. I tempi.

Ā«Non entra nessuno per curiosare,Ā» dice Guido. Ā«Entrano per aiutare.Ā»

Ada prova a sorridere e non ci riesce. «Aiutare costa.»

Guido non risponde. Sta fermo. Nel corridoio Lucia vomita piano. Il secchio fa un rumore sordo quando lo sposta di mezzo palmo.

Guido tiene le mani in tasca. La stagnola gratta contro il tessuto, come un insetto che non muore. Gli passa un pensiero secco: cosƬ no.

E subito dopo un altro, più brutale: così era più semplice.

Gli sale una nausea breve. Deglutisce, ma non cambia niente.

Poi il campanello.

Una volta, secco.

Guido si immobilizza. Il campanello suona di nuovo.

Ada, dalla camera: «Chi è?»

Lucia, dal corridoio, quasi senza voce: «Non aprire.»

Guido guarda la porta. La maniglia ĆØ lucida.  Sembra fatta per lasciare impronte. La pioggia continua a graffiare le tapparelle. Per un secondo gli pare che basterebbe non muoversi. Restare. Lasciare che il suono finisca da solo.

Il campanello suona una terza volta.

Guido inspira. L’aria sa di canfora e plastica. L’inguine tira, come se la cicatrice volesse trattenerlo. 

Si muove verso la porta.

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Discussioni

  1. Mi hanno colpito la casa, gli oggetti. I tre protagonisti mi sono apparsi, non dico pronti, ma rassegnati. Tranne quella cicatrice che continua a pulsare, ma la vita lo fa, si ostina anche dove abbiamo smesso di farlo noi. L’armadietto dei medicinali poco curato, pomate appiccicose e in disordine. Bicchieri sbeccati che tagliano. Quel tonfo del catino. Li senti, ti viene da toccarli, magari aggiustarli o provare a sistemarli. Come se la vita avesse abbandonato i tre abitanti e fosse passata in qualche modo alla casa, che appare comunque stanca, rotta quanto loro, ma sembra ancora esserci e pulsare. Loro invece li ho percepiti come fantasmi, quasi impalpabili. GiĆ  assenti. Anche le due donne, che nella parte Uno in qualche modo a qualcosa sembravano aggrapparsi, ora si sono arrese.

  2. Frasi brevi, essenziali, crude. Oggetti inanimati che dicono tutto. Storia dal forte impatto emotivo, un pugno nello stomaco per il lettore. Questo ĆØ il tuo carattere distintivo, trasmetti emozioni forti, cosƬ forti che non basta l’amaro Petrus per digerirle. Ogni tua opera lascia un segno indelebile.

  3. “La pioggia arriva di traverso e batte sulle tapparelle con un rumore secco, più vicino a unghie che a gocce.Ā Non rinfresca: insiste.”
    Un avvio potente, che anticipa l’atmosfera che di percepisce per tutta la narrazione.

  4. Le descrizione, il ritmo, il punto di vista della voce narrante. Sono gli ingredienti di un dramma che si consuma lentamente. Sei stato molto bravo a trasmettere le emozioni che i protagonisti vivono nel mondo.

  5. Una prosa poetica e brutale.
    Ho sinceramente provato un senso di disorientamento e di smarrimento, dinanzi a quest’uomo che si trova a fronteggiare la malattia e la morte di una persona cara.
    Il moscerino nell’occhio ĆØ prepotentemente tornato…

  6. Testo molto forte. Mi ha colpito soprattutto la tensione continua, mai dichiarata ma sempre presente, e la sospensione che regge ogni scena: sembra che qualcosa sia giĆ  successo e che il racconto viva tutto nel peso di quel ā€œdopoā€. Gli oggetti, i gesti minimi, i silenzi fanno più del non detto che di qualsiasi spiegazione

  7. Un dramma della solitudine spiegato attraverso i sensi: le piccole manie di chi ĆØ rimasto troppo a lungo solo, l’odore dei medicinali misto a quello dell’unico pasto concesso. Sembra un fine vita sospeso, che ci lascia nell’incertezza se sia stato voluto. Grazie per la lettura, Lino.