Dite ad Andrea

Sono nata trent’anni fa eppure mi sembra di essere venuta al mondo ieri. Non mi riconosco e mi chiedo se davvero esisto. Lo specchio mi restituisce un’immagine frammentata di ciò che sono stata e di ciò che mi dicono, ora, io sia. Mi stanno asportando i rimpianti, stanno amputando i miei rimorsi, vogliono far sì che i miei ricordi non abbiano più un nome. Perseguono nel loro insolente intento di svuotarmi la memoria a sorsi di Leponex e a colpi di scosse elettriche, il tutto dosato con la logica del quanto basta come il sale nella pasta. Loro parlano, parlano, parlano e se non li ascolto urlano. Mi dicono che io sia affetta dal disturbo evitante di personalità. La mia introversione e il mio silenzio non possono e non devono esistere in una realtà chiassosa come questa. Lo hanno deciso loro che, di questa specie umana, pensano di possedere regole e segreti, loro che si ergono ad esperti delle menti e a correttori di coscienze che qualificano inapprovabili.

Mi forzano con ogni mezzo a dire una parola, anche una sola, un minimo sussurro, ma io non demordo. Cosa potrei mai dirgli? E loro cosa potrebbero mai capire? Allora resto in silenzio con gli occhi fermi e umidi, e con un’unica angoscia a comprimermi la testa: quella che possano farmi diventare come vogliono loro.

Dopo avermi legato i polsi con le cinghie di cuoio, e avermi fatto ingerire pillole come fossero pop-corn, vanno via. Li osservo dalla porta di ferro, dal piccolo vetro opaco che porta impressi i segni delle dita di chi prima di me è stato qui e ha bussato a lungo, senza che nessuno gli abbia mai aperto. Li guardo e non li comprendo: camici bianchi che blaterano e gironzolano in un mondo di cui credono di aver capito tutto, poveri sciocchi! Potrei essere pericolosa, bisbigliano tra loro, per me stessa e per gli altri. Ma cosa ci può essere di pericoloso, chiedo a voi, in una come me che al dialogare con gente sorda, preferisce parlare col vento?

Sono rinchiusa qui dentro da molti mesi, non so dire esattamente quanti, ma io, alla faccia del Leponex e delle “cure”, ricordo quasi ancora tutto. Come ogni giorno da due anni, me ne stavo seduta sul mio pezzo di cartone sgualcito, di fianco all’entrata del supermercato. Reggevo tra i palmi un berretto arancione che, adattato a cestino, raccoglieva le offerte di chi era mosso a compassione nel vedere in me una donna arrugginita dalla pioggia, appassita dal sole, irrigidita dalla neve, sferzata dalla borea ma non sfiorata da vita alcuna. Gli avventori mi lanciavano qualche centesimo che bastasse ad acquistare un panino o una coperta nuova ma, il più delle volte, era un sorriso quello che io cercavo. E quando finalmente lo ricevevo, mi sentivo ricca, così ricca che la sera, prima di cedere al sonno sulla panchina del parco, fingevo di prendere in affitto il cielo dalle stelle. L’erba ed il cemento mi davano più sicurezza delle mura di una casa dove le persone entrano, si stringono la mano, si accomodano, bevono un caffè –con poco zucchero, grazie, altrimenti ingrasso! – parlano senza ascoltarsi, si spiegano senza mai veramente capirsi e poi vanno via, senza essersi mai davvero incontrati. E la cosa che trovo più scoraggiante è che di questa vuota coreografia non se ne dolgono. Beh, se tale è il modo di fruire della propria esistenza, io l’ho rifiutato. La verità è che mi sono allontanata dal mondo almeno il doppio di quanto l’ho sempre sentito distante da me, dalle mie aspettative sempre vive e mai soddisfatte, dai miei sogni sempre grandi e mai presi sul serio. Mi sono concessa la libertà di non conformarmi a sistemi e a norme troppo ingiusti, né di assimilarmi a persone per troppo tempo distratte per potersi rendere conto che il tempo, invece, è l’unica cosa che si ha in questo segmento di eternità. Così ho aperto gli occhi sulla strada e li ho chiusi sulla gente. Ho smesso di volermi riconoscere a tutti i costi in qualcuno, di voler trovare un pezzo di me nell’anima degli altri, di cercare amici che ammirassero i tramonti indossando il mio medesimo sguardo. Ho lasciato che tutti mi superassero in una corsa verso qualcosa che non si sa bene nemmeno dove sia, ed ho fatto della strada la mia immobile scenografia. Vi giuro, però, per quanto estranea ed aliena io mi senta alla mia razza, per quanto ne rifiuti le condotte, mai ho desiderato il male per alcuno, mai ho minato la sicurezza di un mio prossimo; nemmeno quel giorno in cui, ingenuamente, provocai l’ira di chi già da un lungo periodo mi esaminava, non attendendo altro che un mio passo falso. Prontamente, dall’osservazione si passò all’azione contro quella che consideravano una barbona fetente, una sporca zingara rapisci-bambini, una spacciatrice di benedizioni dietro compenso, una parassita in cerca di danaro.

Ebbene, me ne stavo rannicchiata al solito posto, a elemosinare spiccioli e sorrisi, quando vidi un bambino giungere insieme a suo padre. Mi colpì come un raggio di sole dritto negli occhi. Quel bambino era identico, uguale, spiccicato al mio piccolo Andrea. Un’indomabile felicità mi convinse che doveva essere lui. Mi alzai di scatto, gli corsi incontro e lo afferrai dal cappuccio del piumino verde. Riuscii a stringerlo a me per un instante, e avrei voluto dirgli che la mamma non lo aveva dimenticato, non appena le lacrime di gioia e i singhiozzi mi avessero restituito un po’ d’aria per farlo. Non ebbi il tempo di aprir bocca. Il piccolo, terrorizzato, scoppiò in un pianto convulso richiamando l’attenzione del padre. Questi lo avvicinò a sé tenendoselo stretto e, dopo avermi sputato addosso un fiume di offese, lo consolò dicendogli: “Stai calmo, Mattia, è soltanto una misera pazza. Papà è qui con te; adesso ci pensa lui!”.

Nel giro di pochi minuti il parcheggio del supermercato si riempì di curiosi e, presto, si formarono schiere di vigili del fuoco, carabinieri, medici, dipendenti comunali con annesso sindaco i quali convennero, tutti, per un’unica punizione: trattamento sanitario obbligatorio. Mi legarono le mani per opporre resistenza alla mia, e mi caricarono su di un’autombulanza. Le persone divennero una folla indistinta, e il loro chiacchiericcio si fece flebile ronzio. Avrei potuto spiegare ai medici che non volevo far del male al bambino, che mi era sembrato quel figlio che mio marito mi aveva portato via, e che volevo lasciargli soltanto un ultimo bacio. Avrei potuto raccontargli che il bastardo me lo aveva preso in un giorno di aprile, dicendomi che lo avrebbe portato al parco e che, invece, non fecero più ritorno. E gli avrei potuto anche rivelare che, per quell’uomo, io non ero altro che una moglie pazza, una madre incapace perché insegnavo a mio figlio a parlare col vento e coi fiori, oltre che con le persone. Avrei potuto dirgli tutto questo ma non parlai. Mi resi conto che la mia voce sarebbe andata a sbattere, per poi rompersi, contro il muro della loro arroganza. Del resto, il loro unico scopo era curare un individuo mentalmente difettoso e socialmente pericoloso.

Oggi Andrea ha otto anni, ha i capelli color delle spiagge e gli occhi come il mare, e sulla sua nuca dorme una voglia di fragola. Io non so se avrò la possibilità di riabbracciarlo, perciò se mai un giorno vi capiterà di incontrarlo, ditegli che queste parole sono tutto ciò che, in questo luogo, sono riuscita a custodire per lui.

Ditegli che sua madre non lo ha abbandonato, che non lo ha dimenticato e che lo desidererà fino a che avrà respiro. Dite ad Andrea di non lasciare mai che qualcun’altro gli imponga la propria opinione perché non esiste una verità assoluta ma almeno tante verità quante sono le persone, e che persino questa non è altro che la mia. Ditegli che semmai qualcuno volesse convincerlo che pensare contrariamente alla maggioranza è un errore, allora ha il sacrosanto dovere di commetterlo. E ditegli, poi, che se altri dichiareranno che essere diversi è sbagliato, allora dovrà combattere, perché non c’è battaglia più leale e più morale di quella condotta per difendere ciò che si è. Dite ad Andrea di non smettere mai di parlare col vento e coi fiori, se lo vuole, ché se un modo di vivere felici esiste, è proprio quello scelto da sé. Ed infine ditegli che anche quando sarà un uomo e, durante una notte insonne, si affaccerà dalla finestra cullando suo figlio, potrà vedermi. Mentre le foglie e i rami degli alberi oscilleranno nell’aria, mentre le folte chiome si inchineranno al passaggio del vento, io sarò lì e, insieme a quel vento, mi lascerò spiare.

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Commenti

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  3. Lucia Cabella

    “Ma cosa ci può essere di pericoloso in una come me che al dialogare con gente sorda, preferisce parlare col vento?”.Storia toccante, e, soprattutto, scritta magistralmente: sei riuscita a entrare, e a farci entrare, perfettamente nella testa della protagonista e a toccare temi importanti con una grande delicatezza. Complimenti Martina: il tuo “Dite ad Andrea” mi ha emozionato molto e posso dire che è il racconto che mi è piaciuto di più tra quelli che ho letto finora!

    1. Martina Del Negro Post author

      Credo di non avere sufficienti parole per ringraziarti come vorrei. Sono contenta che, nonostante non sia un racconto gioioso e frizzantino, sia giunto lo stesso all’ attenzione e al cuore di chi legge. I tuoi complimenti mi rendono felice e, soprattutto, un po’ più sicura di me. Grazie, grazie, grazie!

  4. Marta Borroni

    Davvero coinvolgente e potente questo racconto, una storia forte in cui tu riesci comunque e far scorrere la narrazione con una lente di dolcezza tipicamente femminile, davvero brava!

  5. Raffaele Sesti

    Che dire… ho immaginato la voglia di fragola di Andrea e ho immaginato lui che culla suo figlio mentre la madre lo osserva trasformata in tutto ciò su cui il suo occhio si posa guardando dalla finestra.. mi ha ricordato il discoro che Tom Joad fa a sua madre in Furore…perciò, a parere mio, sei stata brava.
    Si.. proprio brava.

    1. Martina Del Negro Post author

      Lieta di aver fatto “camminare” la tua immaginazione! Ti ringrazio tanto per il tempo speso nella lettura del racconto e nel commento (accurato, cortese e, per la mia autostima, soddisfacente).