Dolce Sonno

La Rottamazione stava arrivando.

Era così che la chiamavano da giovani, quando era solo una cosa di cui non preoccuparsi, un problema del “me del futuro”. Ora i ragazzi avevano altri nomi, meno cruenti forse, ma lui preferiva chiamarla così, in ricordo di quando era troppo ingenuo, o inesperto forse, per capire l’importanza di quello che facevano.

Erano quasi le otto, alle otto era previsto il loro arrivo, e quelli della Rottamazione non erano mai in ritardo.

Sigillò la lettera che aveva scritto al figlio, sperando che leggendola avrebbe capito un po’ di più il suo vecchio padre, la poggiò di fianco all’orologio destinato a suo nipote, e si sedette sulla poltrona ad aspettare. Avrebbe lasciato tutto in casa, a disposizione dei suoi eredi; l’unica cosa che desiderava portare era la foto di sua moglie.

Era sopravvissuto di cinque anni a Evelyn, cinque anni di tristezza e solitudine. E nostalgia. Nostalgia che lo prendeva di notte, quando nel buio cercava le mani di lei nel grande letto in cui dormiva da solo, quando si annodava la cravatta ricordando la sua espressione di pietà mista a divertimento davanti al nodo impietoso che usciva dalle sue mani, quando si guardava allo specchio senza il suo volto a completare il quadro della sua esistenza. Gli mancava come l’osso a un cane, avrebbe detto il suo ex-collega giù alle Discariche (la Rottamazione l’aveva preso l’anno prima, lasciando una moglie e nessun figlio), ma la verità era che nessun cane avrebbe sentito la mancanza di nessun osso come lui sentiva la mancanza di lei.

Se era arrivato alla sua età senza denuncie o faide era anche grazie a lei, che mitigava il suo carattere litigioso e spegneva la sua rabbia con un sorriso – il sorriso più dolce del mondo. Durante la sua carriera alle Discariche aveva rischiato più volte di essere punito per la sua testardaggine e la lingua lunga, e – soprattutto – per mettersi sempre contro il suo capo, invischiato nel Partito e strenuo difensore del diritto dei capi di trattare i sottoposti come schiavi, forte della legge che non permetteva ai lavoratori di licenziarsi se non per cambiare impiego, cosa che succedeva sempre meno spesso con il passare del tempo.

Mancavano solo due minuti alle otto. Strinse al petto la foto, e si mise a contare i centoventi secondi che mancavano al Prelievo. Fino a quel momento era sempre stato a favore del Dolce Sonno, come lo chiamava il Partito, ed ogni anno aveva votato per non variare il Sistema; ma ora, con l’avvicinarsi del suo turno di Rottamazione, cominciò a provare una maledetta paura, di quelle che ti congelano il petto e accelerano il respiro, come quando aveva chiesto a sua moglie di sposarlo o quando gli avevano detto che lei se ne stava andando.

Mancavano sessanta secondi. Come dicevano nei libri che leggeva da ragazzino, sembrava che il tempo stesse rallentando,che ogni secondo ne durasse tre, costringendolo a immergersi nei ricordi della sua lunga vita.

Suo figlio era nato sano e forte, e quando il Dipartimento Nascite gli chiese se intendesse tenerlo non ebbe dubbi. Lo volle crescere a modo suo, ignorando i consigli della TV di Stato e quelli delle donne della Parrocchia, tirandolo su con la vita all’aperto e libri letti voracemente quando era troppo freddo per i giochi nel bosco. Lo spronò a continuare gli studi fino all’ultimo grado delle Accademie Pubbliche Enciclopediche, consapevole che suo figlio non sarebbe vissuto ammazzandosi di fatica ogni giorno nelle Discariche, a spalare ciò che gli abitanti della Metropoli ritenevano superfluo per vivere bene. Si era poi sposato con una ragazza della Città di Mezzo, di famiglia più ricca della loro, e si era trasferito ai Quartieri Medi per crescere il suo di figlio.

Quando ormai mancavano solo pochi secondi, rifletté sul fatto che per tutta la sua vita aveva saputo che quel momento sarebbe arrivato, ma aveva nascosto questo pensiero come gli struzzi nascondono la testa, allontanandolo come si fa con un randagio pieno di pulci, cacciandolo dalla propria mente. Ora però era tornato a prendersi gioco di lui, che vecchio e debole si rese conto delle bugie a cui aveva sempre creduto – il lavoro assicurato, la sanità per tutti, l’istruzione gratuita, il tutto al prezzo di qualche anno alla fine della propria vita. Il Partito aveva fatto un bel lavoro con i loro cervelli, davvero un bel lavoro, e ora era troppo tardi per tornare indietro.

L’orologio sopra il camino batté gli otto rintocchi. Baciò la donna nella foto, chiuse gli occhi, e si preparò alla morte.

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Discussioni

  1. Francesco scusami, volevo farti notare un passaggio che forse potrebbe essere perfezionato: “Era sopravvissuto di cinque anni a Evelyn…” Immagino intendessi che Evelyn era scomparsa già da cinque anni, di primo impatto sembra poco chiaro…

  2. Ciao Francesco, grazie per questo LibriCK, di cui ho apprezzato l’ambientazione distopica, lo stile fluido e il tema ineluttabile e angoscioso della Fine (o Rottamazione). Ben descrito il tormento del protagonista, provato dalla rottamazione ma anche dal distacco da Evelyn. Solo una domanda: ci sono diversi riferimenti ad un’organizzazione sociale che appare chiara nella tua mente, ma che per esigenze di battitura non vengono sviluppate nel LibriCK ( le Discariche, la Città di Mezzo, i Quartieri Medi, ecc.). La storia finisce davvero qua? O è l’incipit di una Serie?

    1. Ciao Tiziano,
      Grazie per il commento. Come hai notato, non ho potuto approfondire l’organizzazione sociale della società distopica per via delle “imposizioni” di un LibriCK, ma anche perché mi piaceva dare una visione appena accennata di quella società, il fulcro doveva essere la storia del protagonista; non so se sarà l’inizio di una serie, ci penserò su, nel caso approfondirò anche la distopia che presentato in questo LibriCK.