Domani

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È un giorno di metà marzo, un giorno lucente di inizio primavera, e il dio delle maree è uscito dal suo ricovero per andare a pescare. È quasi mezzogiorno, il sole piega veloce, un’enorme nave da crociera passa accanto alla sua barca di giunchi antichi e la scuote con dolcezza. È grande quella nave, oscura il cielo con la sua fiancata di metallo dipinto, anche i pesci ne avranno curiosità e terrore. Deve parlare a suo figlio, deve farlo, non riesce più a trattenere il suo dolore. Le barche gli sfrecciano intorno, alzano onde confuse, e le mani e le braccia tremano sui remi. Anche la marea sembra essersi dimenticata di essere sempre stata al suo servizio. Torna al suo rifugio quasi stremato, e chiama suo figlio che sta giocando con i venti per imparare il loro nome.

“Vieni qui vicino” gli dice tirando a riva la sua barca. “E’ ora che tu vada, figlio mio. Il mio tempo sta per scadere, il tuo tempo sta per arrivare. Tu devi andare incontro al tuo passato per conoscere il tuo futuro. Va da tua madre, figlio mio, va da lei, e dille che le mie sofferenze sono diventate troppo pesanti per un cuore così vecchio, fosse anche il cuore di un dio. Dille che sono stanco di aspettarla e dille che vorrei rivedere il suo viso e i suoi occhi di laguna. Ho bisogno che lei torni da me.” E piange, e il mare si alza come un’onda di scirocco leggera, e i gabbiani si posano sulle bricole e le dame in mezzo ai canali. “Tu sei ancora giovane, ma già abbastanza vecchio per conoscere tutte le risposte a tutte le domande che ti dovrai fare. Va, figlio mio, incontra tua madre, parla con lei, impara il senso profondo del tuo nome e del tuo destino; e quando sarai libero, ricordati di tuo padre e delle sue lacrime inquinate.”

“Ma come farò ad incontrarla?”

“La troverai, è tua madre. I venti ti aiuteranno. Il tuo cuore ti indicherà la via.”

Il ragazzo sente che il petto gli sbalza di orgoglio e commozione, saluta i suoi amici venti e le sue amiche brezze, e si stringe al padre, guardandolo negli occhi profondi che erano diventati scuri come melma; e sorride, e si mette in cammino.

La chiesa di San Pietro è già bianca di sera quando il ragazzo lega la sua barca ad un piccolo molo semi sommerso dall’acqua che sta già iniziando a salire. “Aspetta padre” pensa: “Non piangere ancora.” Un uomo gli viene vicino e gli grida che non può ormeggiare la barca su quel pontile. Il ragazzo non è sicuro di capire bene, ma avverte molto astio e volgarità in quella voce. Sentimenti che lui non conosce. Scappa veloce, ha gambe agili e sottili. Il suo amico scirocco lo sospinge vorticando tra le calli. Passa accanto alla chiesa di San Martino e a due grandi leoni che come guardie di marmo difendono le porte dell’Arsenale. Arriva in bacino che il sole sembra appoggiato sulla cupola della Madonna della Salute, e un nuovo brivido di commozione gli scivola lungo la schiena. Smette di correre, si ferma, recupera il respiro. Suo padre non gli aveva mai detto quanto fosse bella veramente. Adesso capiva perché se ne era tanto innamorato. Adesso capiva perché tutto quel dolore, e il perché di tutte quelle lacrime. La voglia di incontrarla, di conoscerla, di abbracciarla, gli si gonfia dentro come una marea autunnale. Il bacino riverbera di luci e scintille di vetri di barche e battelli. Le fondamente sono piene di gente, ci sono donne con i bambini, uomini scuri che vendono borse e borsette su lenzuola bianche appoggiate sul selciato. I piccioni atterrano per mangiare delle briciole e fuggono in stormi disordinati perché i bambini si divertono a rincorrerli. Si sentono parlare tantissimi linguaggi diversi, le facce sono un esercito di maschere con significati diversi. E lui cammina, si fa largo tra la folla, sente gli stridori delle barche che beccheggiano sugli ormeggi. I battelli vomitano centinaia e centinaia di persone che si spingono per scendere prima. Due signore anziane se la prendono con quelli che loro chiamano stranieri.

Ma San Marco è uno spettacolo antico. Sembra che non ci siano più rumori né grida né musiche da strada, sembra che non ci siano resse né folla, suonano le campane delle sette di sera. E il ragazzo cammina ascoltando solo il battito del suo cuore. Qualcuno lo spintona, perché il suo passo non è sicuro. Forse adesso ha paura, forse è stato cacciato in una storia più grande di lui. Gli viene voglia di fuggire, di tornare a giocare con i suoi amici venti. Da una feritoia aperta sul pavimento della piazza sgorga acqua salata come da un lavandino intasato. Si ricorda di suo padre, e delle sue sofferenze. Passa sotto la torre dell’Orologio, due statue di bronzo battono con i loro grossi martelli una campana. Cammina per le mercerie, ancora spinto da una forza oscura. I negozi sono pieni di gente con tratti somatici che lui non aveva mai visto prima. Non riconosce le rughe del vento e della pioggia e del sole in quei visi che sembrano alieni. La gente è tanta, dappertutto, e sembra aggressiva e sguaiata, e parla come da sola con uno strano arnese luminescente in mano.

E lui arriva a Rialto, nel cuore della città, dove si dice che sia nata sua madre. Il ponte è tappezzato di maschere che fanno quasi paura, gioielli brillanti, scarpe e vestiti colorati, e oggetti che gli sembrano vetro di tutte le forme e di tutte le misure. Gli manca un po’ il fiato adesso. Arriva in cima al ponte e guarda il braccio di canale che va verso l’Accademia. Vede i palazzi che si formano nell’acqua e le luci e le ombra che si spezzano sotto le prue dei motoscafi e delle gondole e dei vaporetti. Resta affascinato da tutta quella bellezza, e sembra per un istante dimenticarsi della sua missione.

Una vecchia donna gli sfiora la spalla. Ha un lungo cappotto marrone e uno strano cappello con un velo di raso che le copre il viso.

“Che fai ragazzo?” gli domanda.

“Cerco mia madre, signora.”

“Capisco.”

“Mio padre la sta cercando da moltissimo tempo.”

“Va, ragazzo. Non c’è tempo da perdere. Tua madre ti sta aspettando.”

“E dove devo andare?”

“A San Giorgio. La troverai vicino al piccolo faro di pietra. Le piace osservarsi da lontano. E ora va, corri, non c’è tempo da perdere.”

E lui si mette a correre, lo scirocco soffia più forte adesso, e l’acqua sale più scura e più cattiva. Chiede a un gondoliere di traghettarlo nell’isola dove dicono ci sia sua madre. Una luna grossa sovrasta la chiesa. Il mare è agitato, la gondola è insicura, il gondoliere bestemmia perché le barche vanno troppo veloci. Ma il ragazzo non ha più tempo per queste cose. È solo, di fronte a se stesso e alla sua missione. Il gondoliere gli chiede un sacco di soldi, e lui non ne ha, non sa che fare, e anche questa volta deve scappare per nascondersi nel buio. L’isola è deserta, sferzata dal vento, nel porticciolo le barche a vela cozzano l’una contro l’altra come biglie sulla sabbia, e le onde saltano sulle banchine, oltre le protezioni, e gli bagnano i capelli e i vestiti. Si avvicina al piccolo faro di pietra all’estremità occidentale del porticciolo. E c’è davvero una donna. Una donna appoggiata alle pareti di pietra del faro. Ha un vestito lungo rosso che sembra una candela accesa nella notte, e una maschera da carnevale che le copre il viso.

“Mamma…” sussurra nel vento.

“Non ricordo neanche da quanti anni ti sto aspettando.”

“Sono venuto per riportarti a casa, e per sapere come mi chiamo.”

“Io non posso tornare a casa, tesoro mio. E il senso del tuo nome è come il senso di un destino.”

“Perché non vuoi tornare a casa mamma?”

“Perché io non più sono reale, figlio mio. Il mio posto è qui, a guardarmi allo specchio da lontano.”

“Voglio portarti con me.”

“Una vita come la mia è troppo lunga da dimenticare.”

“Perché sei qui, mamma? Perché sei triste, perché sei scappata?”

“Perché troppe cose sono cambiate, gli uomini sono cambiati, il mio volto è cambiato. E io non mi ritrovo, non mi piaccio, non mi voglio più bene.”

“Ma sei bellissima mamma. Non ho mai visto una bellezza come quella di oggi.”

“Sono invecchiata, tesoro mio. E come per tutte le persone che invecchiano l’anima resta giovane e inizia a prendere le distanze da un corpo che non riconosce.”

“Tu devi tornare in mezzo alla tua gente, in mezzo ai tuoi figli.”

“E’ proprio la mia gente che mi ha dimenticata, sono proprio i miei figli che non mi amano più. Tu sei l’unico che è venuto a cercarmi dopo tutti questi anni.”

“E sono felice di averlo fatto.”

“Ho visto troppe cose belle con questi occhi, figlio mio. Troppe emozioni, troppi rivolgimenti, troppa storia, troppa vita. Ho lottato brandendo la spada a fianco di chi difendeva il diritto e la libertà nelle ere più cupe dell’umanità. Ho combattuto per uno stato laico e democratico molto prima che queste due parole andassero tanto di moda. Ho accompagnato uomini e donne all’altare tenendoli per mano; al patibolo asciugando le loro lacrime e promettendo a me stessa che avrei lottato per pietà e giustizia. Ho raccolto dalle acque centinaia di anelli che i dogi mi hanno regalato. Ho partecipato a feste nei palazzi illuminati da migliaia di candele, ho parlato con santi, assassini e poeti. E i miei vecchi amici mi hanno lasciato sola da troppi anni ormai. Ho accompagnato Giacomo fin sulla soglie delle alcove e sulla passerella del ponte dei Sospiri. Mi son seduta accanto a Friedrich, che mi chiedeva consigli parlando di rivoluzione e di Uomo alle Fondamente Nuove. Ho accompagnato Thomas a passeggiare in riva al mare sulla spiaggia del Des Bains, al tramonto, parlando di vita, e di morte, e di amore. Ho protetto e nascosto Foscolo, quando scappava senza dimora e senza direzione. Ho parlato di donne e di onore con lord Byron, e ho bevuto vino rosso all’ Harry’s Bar, nei tavolini vicino all’entrata, parlando con Ernest di Africa e di spiagge lontane. E ho girato con Ezra di notte, per chiese e cimiteri, tenendolo per mano mentre mi chiedeva di aiutarlo ad impazzire. Ho accompagnato Gabriele e Eleonora a Murano perché non avevano mai visto soffiare il vetro. E sono sempre stata accanto a milioni di esseri umani che mi hanno chiesto conforto e consiglio. Ho aiutato a comporre musiche, creando sinfonie di silenzi come giardini immensi di ispirazione. Ho illuminato a giorno tutte le mie chiese. Ho fatto crescere fiori sulla sabbia e sul sale. Ho gridato e cantato e sussurrato per rendere solenne ogni momento comune, ogni cuore che si spezzava, ogni uomo e ogni donna che ritornava alla vita. Ma adesso tutto mi sembra lontano, senza significato. Adesso vedo solo un mucchio di gente aggressiva e violenta che non parla neanche più la lingua dei loro padri. Vedo volgarità, abbandono. Sento solo critica e pettegolezzo. Vedo una città drogata, sfruttata, dimenticata. Vedo una città chiusa, qualunquista, quando dovrebbe essere spalancata, lungimirante. Io ero aperta, cosmopolita, non ho mai giudicato nessuno, ho sempre combattuto per tenere le nostre porte e i nostri mari aperti per tutti quelli che decidessero di varcarli per venire a chiedere rifugio. Noi, da giovani, combattevano per la fratellanza, per il rispetto, per la continuità. Poeti, papi, legislatori, donne e uomini della strada; tutti cittadini e amici dello stesso luogo senza tempo. Ed è solo parlando di nuovo questa lingua che io mi sentirei ancora viva. Questo è un luogo anacronistico, figlio mio: un luogo che non è mai passato, e per questo bisogna invitare il mondo ad esibirsi di nuovo sul nostro palcoscenico immortale.”

“Io vivrò per alleviarti da queste sofferenze, madre. Te lo prometto.”

“Tu devi vivere per trovare un senso al tuo nome, e per trovare il senso del tuo nome devi combattere per il tuo domani. Solo così io potrò tornare ad essere felice.”

“Torna a casa con me.”

“Non posso, tesoro. Non è ancora giunto il momento.”

“Mostrami almeno il tuo viso.”

E Venezia si levò la maschera. Era un viso bellissimo, splendente, un viso da ragazzina. E scomparve nel buio, macchia rossa in una notte di luna piena. Lo scirocco adesso sferzava come un grido dal buio. La marea salì tumultuosa, San Marco sarebbe stata inghiottita da quel pianto disperato. Da lontano si distinguevano solo i flash delle macchine fotografiche dei turisti che sguazzavano a piedi nudi, e che saltavano urlando da una passerella all’altra.

Mario si svegliò sudato. Era già tardi. Doveva tornare al lavoro dopo mesi di cassa integrazione. Ma era stranamente di buon umore, perché sapeva cosa avrebbe dovuto fare oggi con il suo vetro. Iniziò a sagomare un ragazzo con i piedi immersi nell’acqua che regge una clessidra in mano. Aveva finalmente trovato la sua scultura.

E la chiamò Domani.

Pubblicato in Fantasy, Narrativa

Commenti

  1. Foto del profilo di Tiziano Pitisci
    Tiziano Pitisci

    Apollo questa storia è scritta in modo impeccabile, con uno stile raffinato e una prosa quasi poetica. Il significato metaforico dona spessore a questo racconto. Mi è piaciuto, grazie per averlo condiviso. Mi piacerebbe leggere qualcos’altro scritto da te

    Valutazione 4
    1. Foto del profilo di ApolloSecrets
      ApolloSecrets Post author

      grazie a te per queste bellissime parole, sono un grande incoraggiamento. è sempre un successo attirare l’attenzione delle persone sensibili. grazie ancora, hai colto in pieno il mio intento