
Donna in gioco
Dalla posizione in cui mi trovo, posso osservarla solo di spalle.
“Una donna che sa mettersi in gioco, di certo”, penso, con l’impressione che qualcosa di lei mi sfugga. Anche se non posso vedere il suo volto, la sensazione è che possa conoscerla. Ammiro le sue curve sinuose, immaginando il suo corpo anche attraverso le vesti. Posso osservare la sua figura slanciata, la gonna lunga fino a terra, in cui spicca il disegno di un grosso fiore colorato. Dallo spacco della gonna ogni tanto, a seconda di come si muove, fa capolino una lunga gamba ben tornita, dal color fumo di Londra regalatole da un aderentissimo collant.
“Una donna che sa mettersi in gioco, di certo”, ripeto a me stesso, posizionandomi meglio e aspettando con pazienza che lei si giri per poter finalmente ammirare il suo volto. Un movimento del braccio sinistro, leggero, quasi impercettibile, mi fa intuire che sia alla ricerca di qualcosa all’interno della borsetta. E dopo pochi movimenti, ecco innalzarsi la nuvoletta di fumo sopra la sua testa.
“Strano, ha acceso la sigaretta con la sinistra, tenendo immobile il braccio destro, quasi non ne avesse l’uso. Su, girati un poco, fammi vedere il tuo volto…”, e proprio in quel momento inclina un poco la testa per fare un’altra tirata. Ma una ciocca dei suoi fluenti capelli castani, assumendo la forma di un punto interrogativo, si dispone di lato al suo viso a impedirmi di ammirare le sue fattezze.
Dal lato opposto della strada vedo sopraggiungere un signore distinto, sulla cinquantina, con una valigetta ventiquattrore in mano. Lei sbuffa ancora una nuvoletta di fumo in aria, la ciocca sempre disposta a nascondere il suo volto, e tende la mano sinistra all’uomo che si sta avvicinando a lei. Un abbraccio, baci sulle guance: “Sarà il suo uomo?”, penso, quasi provando una punta di gelosia. “Ma anche per abbracciarlo sta usando solo il braccio sinistro. Come mai?” Poi la scoperta repentina, fulminante. La manica destra della camicetta ciondola in maniera strana. Al suo interno non c’è nulla. Non ha il braccio. Sono sconvolto, o forse no, forse sono ancor più incuriosito.
“Una donna che sa mettersi in gioco, di certo, nonostante i problemi fisici”, ripeto a me stesso ancora una volta, sperando di poter vedere anche il suo volto. Ma ancora una volta riesco a focalizzare solo i suoi folti capelli castani, che ricadono morbidi sulle sue spalle. Vorrei essere al posto di quell’uomo, per poter apprezzare anche la fragranza del suo profumo. Ecco, ora si china per afferrare la ventiquattrore dalle mani di lui.
Un fulmine a ciel sereno. La riconosco, è lei, non può essere che lei. Come un nastro che si riavvolge veloce, il mio pensiero ritorna a un giorno di quasi venticinque anni fa.
“Ti voglio bene, ti amo, sei l’unico uomo con cui farei una famiglia”, mi ero sentito dire, il cuore che pulsava forte dentro il mio petto, perché intuivo già come andasse a finire. “Ma ho deciso di seguire la mia strada, e nel mio cammino non c’è posto per un compagno, né tu, né nessun altro. Sono una giornalista e partirò per i Balcani. Inviata speciale, reporter dai territori in guerra. Avrò un cameraman a mia disposizione e saremo testimoni diretti di ciò che sta accadendo là, per farlo sapere al mondo. ”Non c’era stato il tempo neanche per le lacrime, era scappata via prima ancora che potessi ribattere. Ma il cuore mi era saltato in gola quando, qualche tempo dopo, avevo ascoltato la notizia al telegiornale. La jeep dei giornalisti italiani, inviati del TG3 nei territori dell’ex Jugoslavia, era saltata in aria su una mina anticarro. Il cameraman era morto sul colpo, mentre la giornalista, di cui non era stato menzionato il nome, lottava tra la vita e la morte. Sarebbe stato fatto di tutto per trasferirla a Parigi per un intervento d’urgenza, ma avrebbe perso il braccio destro e per recuperare un volto decente, qualora fosse sopravvissuta, si sarebbe dovuta sottoporre a una serie di interventi di chirurgia plastica.
Non avevo saputo più nulla di lei, se fosse morta, se fosse ancora viva. Nessuna traccia, nessuna apparizione, neanche per sbaglio, in qualche reportage, di guerra o meno che fosse. I giornalisti, a volte scrivono libri. Avevo passato pomeriggi interi in libreria, cercando invano un libro che, sul dorso, riportasse il suo nome. Niente. Il tempo è la migliore medicina, e tutte le ferite, anche le peggiori, guariscono. Ma non scompaiono, lasciano una cicatrice. Così i ricordi, possono cadere nell’oblio, ma non si perdono mai.
Aspetto che il tipo, dopo averle ceduto la valigetta, si allontani. Cosa contenga quella ventiquattrore – documenti, manoscritti? – non mi interessa. Mi interessa lei, e ora posso prendere coraggio e avvicinarmi. Non voglio spaventarla accostandola da dietro come fossi un ladro, così la chiamo: “Laura?”. Lei si gira lentamente, la ciocca a punto interrogativo si dispone avanti al suo volto devastato, come se la cosa fosse studiata al fine di nascondere le gravi deturpazioni. Non vedo il suo volto, ma i suoi occhi sì. Li catturo i miei, continuando a osservare quella singolare ciocca castana, che di quella donna può rivelare tutto, come può nascondere alla vista ogni particolare.
“Una donna che sa mettersi in gioco, di certo”, e questa volta pronuncio la frase sottovoce, ma vicino al suo orecchio, in maniera tale che lei possa udire.
Calde lacrime scendono dai suoi occhi, e dai miei, i volti si avvicinano e le lacrime si fondono. Ma le parole stentano a uscire. In cinque lustri, ripensando a lei, ho immaginato tanti e tanti discorsi da poterle snocciolare in un momento come questo. Ma adesso neanche uno ne affiora, e neanche dalle sue labbra fuoriesce una parola. Sono gli occhi a parlare, più che le labbra.
Ecco, ora che gli occhi si sono raccontati tutto, mi stacco da lei, mi rigiro e faccio qualche passo verso la direzione da cui sono venuto. Mi giro di nuovo verso di lei. Mi fa un cenno di saluto con la mano, continuando a guardarmi, proprio come faceva anni fa, quando mi salutava e mi inviava baci con la mano, finché io non giungevo in fondo al vialetto, allontanandomi da casa sua. Allora mi giravo più volte, prima di scomparire dalla sua vista. Adesso basta una volta. Mi allontano senza indugi, sicuro che la strada che ho intrapreso in questi anni è quella giusta, e non consente di tornare indietro, non consente di girarsi, non consente di tornare sui propri passi.
“Una donna che sa mettersi in gioco, di certo. E che di certo sta continuando a mettersi in gioco. Prova ne è quella valigetta che stringe tra le mani.”
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Grazie. Anche qui è stata un’opera d’arte a ispirare il racconto. In questo caso una scultura in legno, realizzata da un mio amico artista, poeta e scultore, Leonardo Longhi. Il titolo che aveva dato all’opera era appunto “Donna in gioco”.
“Ma una ciocca dei suoi fluenti capelli castani, assumendo la forma di un punto interrogativo si dispone di lato al suo viso a impedirmi di ammirare le sue fattezze. ”
Il racconto è disseminato (termine appropriato per la trama) di queste frasi sublimi, narrativamente parlando potenti, come del resto lo è il contenuto del tuo racconto, della storia che narri però con incredibile dolcezza e senso femminile, pur avendo il gusto narrativo innato di uomo, mi piace questo stile, questo tuo mix di sessi e sentimenti e temi profondi e insieme scottanti. BRAVO BRAVO BRAVO!