Dove vai?

Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo una notte sospesa nello spiazzo con Sophie e Juan, l’arrivo improvviso di due operai rompe l’illusione di un rifugio fuori dal mondo. Tra tensione, caos e parole non dette, Daniele capisce che non può restare lì e decide di andarsene, lasciandosi alle spalle Sophie e quel fragile “noi” mai nato

Lo zaino, come i primi passi che feci quando lasciai alle mie spalle quello spiazzo nel bosco, mi sembrò più pesante. Perfino più pesante di quando iniziai il viaggio.

Forse erano i muscoli.

Solo quelli?

I passi si mescolavano ai pensieri e ai suoni del bosco in cui ero ancora immerso, disturbati solo da un ronzio fisso che non capivo da dove venisse.

«Daniel, fermati! Dove vai?»

Davanti a me la strada era come appannata. Sbiadita.

Ancora passi, ancora suoni e quel ronzio.

«Aspetta! Daniel!»

Il bosco diventò una stanza, gli alberi divennero sbarre e quel ronzio il tintinnio di una ciotola che ci sbatteva contro.

«Dai! Ma che ti è preso?»

Continuai a camminare.

Rumore, nebbia e bosco.

«Sai cosa? Fanculo, Daniel! Sei solo un pazzo! Vai, vai pure!»

Poi silenzio.

I passi si fermarono, i suoni confusi si spensero e la vista offuscata divenne un colore. Acceso. Forte. Quasi accecante.

«Respira. Cazzo, respira.»

Chiusi gli occhi e quando li riaprii il ronzio non c’era più.

Il sole illuminava i campi aperti tutti intorno a me.

Alzai lo sguardo e distinsi il suono di ogni singolo uccello che volava sopra la mia testa.

Sorrisi.

Il buio era rimasto dietro.

Io no.

Restai lì. Fermo. Tra il bosco e i campi e iniziai a ridere come un pazzo. Risi talmente forte che gli uccelli che volavano sopra di me fermarono il loro canto. Li immaginavo lì, con un’ala che sbatteva e l’altra piegata verso il becco, che si guardavano e dicevano:

«Ma questo sta fuori come i balconi in piena estate.»

Mi distesi a terra. Appoggiai la schiena allo zaino e allargai le braccia, i bastoni da trekking ancora stretti nelle mani. Mi misi a guardarli.

Non si erano fermati né tantomeno parlavano tra loro.

Una smorfia di disappunto spuntò sul mio viso.

Peccato, pensai.

Continuai a guardarli.

Volavano senza una meta, senza una direzione. A tratti si incrociavano e poi ripartivano tutti insieme, sincronizzati come un corpo di ballo. E a muoverli non era la musica o il maestro, ma l’istinto.

Poi qualcosa mi distrasse.

Una lacrima.

La sentii uscire, timida, e scendere lungo la guancia verso l’orecchio.

Girai gli occhi come per seguirla, lasciai un bastone e portai la mano verso quello che ne era rimasto sul viso, raccogliendo ciò che restava del piccolo torrente.

Poi la allungai davanti agli occhi per osservarla meglio.

«Meno male che non hai fatto il giro» le dissi. «Altrimenti avrei dovuto girare gli occhi a trecentosessanta gradi.»

Sorrisi, riagguantai il bastone con la mano e mi alzai.

Alzai nuovamente la testa, ma lo stormo di uccelli se n’era andato.

«Potevano salutarmi, piccoli bastardi maleducati.»

Poi mi girai e la strada immersa tra i campi sembrò chiamarmi.

Ci sono ancora, pensai. Poi ancora, stavolta a voce:

«Ci sono. Ancora.»

Feci il primo passo. Poi il secondo. Dopo il terzo, gli altri seguirono la loro natura: andare.

Lo sguardo mi cadde sul ginocchio. Provai a fare qualche passo senza bastoni, per verificare se fosse tutto a posto. Ancora non si faceva sentire.

Alzai lo sguardo, chiusi gli occhi e respirai forte, fino a riempire il fondo dei polmoni.

L’aria era buona, fresca. Mi ricaricò più di qualsiasi integratore del cazzo.

C’era odore di fuori. Erba. Terra. Mi sembrò di sentire perfino l’odore dei sassi sparsi nei campi.

E il ronzio, finalmente, se ne andò dalla mia testa, sostituito dal silenzio del vento e dai miei passi leggeri, che toccavano e spostavano appena il brecciolino della strada.

Per qualche istante apparve una figura.

Juan.

Il suo sguardo perso e quel suo masticare eterno mi fecero sorridere e riaprire gli occhi.

Va bene tutto, pensai, ma cadere mentre annusavo il mondo sarebbe stata una caduta di stile.

Non c’era nessuno intorno a me.

Mi guardai intorno e controllai comunque.

Fu in quel preciso momento, mentre cercavo di mantenere un minimo di dignità davanti a nessuno, che il telefono vibrò nella tasca.

Lo tirai fuori.

Marco.

«Eccolo» dissi. «Il servizio clienti della mia esistenza.»

Risposi.

«Pronto?»

«Oh, testa di cazzo! Allora? Da che parte del mondo sei?»

«Dove sono? Sono…»

Mi guardai di nuovo intorno. Stavolta non per controllare se il signor nessuno mi stesse guardando. Mi resi conto che non sapevo dove cazzo ero.

Rimasi a bocca aperta per qualche istante e solo l’ingresso improvviso di un moscerino riuscì a far uscire qualcosa dalla mia bocca.

Il suo cadavere bagnato.

E aria.

«Non morire, mi raccomando. Insomma? Dove cazzo sei arrivato?»

Guardai nel vuoto per un po’, stavolta a bocca chiusa. Poi mi girai a destra e a sinistra, poi nuovamente a destra, poi in basso, poi in alto. Poi di nuovo nel vuoto.

«No… non lo so.»

«Che vuol dire non lo so? Lo sapevo. Ti sei perso. Te lo dicevo io di scaricare l’applicazione, ma niente. “Faccio tutto con la mappa e con i cartelli.” Te lo dic…»

Non so per quanto continuò a parlare. La sua voce e le parole si mescolarono in un vortice di suoni confusi dal tempo e dallo spazio.

«Capito? Dai, su, non fare lo scemo. Dove sei?»

«Marco?»

«Eh?»

«Non lo so.»

Il telefono rimase appoggiato all’orecchio senza suono e senza voce.

Feci due passi verso il ciglio della strada, guardando fisso a terra, poi decisi di sedermi lì. In quello spazio tra la strada e il niente.

«Sai cosa?» gli dissi.

«Cosa?»

«Per caso ti ho detto dove sarei andato?»

«Ehm… no.»

«Ecco. Appena ci arrivo, ti chiamo e te lo faccio sapere.»

Un fruscio di vento si mise tra me, lui e il telefono.

«Va bene, testa di cazzo. Però mi raccomando…»

«Cosa?»

«Quando ci arrivi, chiama.»

Sorrisi.

«O busso alla tua porta. Va bene?»

Lo sentii sorridere.

«Va bene. A presto, pellegrino di ’sta minchia.»

Continua...

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