Due passi 

Serie: Morirò d'estate


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ● Cambiare sarebbe stato un casino, lo sapevo. Ma per la prima volta volevo provarci. Vedere la mia faccia sorridere senza chiedere scusa.
Un passo. Solo uno. Poi un altro.
Non per essere felice. Per essere vivo.
E me lo meritavo. ●

«Pronto?»

«Ciao Luca, domani alle 16:30 saresti disponibile per parlare del Campo Base?» mi chiese Suor Lucia.

«Sarei passato oggi in chiesa, ma va bene anche domani», risposi.

«Perfetto! A domani allora».

Chiusa la conversazione, mi recai al supermercato e iniziai a girovagare tra gli scaffali pieni di roba, senza avere la minima idea di cosa comprare.

Fui attratto da due ragazze, forse ancora minorenni, con in mano un pacchetto di patatine enorme e una bibita gassata a testa.

Camminavano all’unisono: gamba destra avanti una, gamba destra avanti l’altra, gamba sinistra avanti una, gamba sinistra avanti l’altra.

Mi scappò un sorriso. Le ragazzine, sentendo probabilmente la mia risata evidentemente troppo alta, si piantarono lì, mi squadrarono come fossi uno yogurt scaduto e poi sgattaiolarono via, sparendo tra gli scaffali dei detersivi.

Comprai un pacco di penne rigate, una bottiglia di passata di pomodoro e un po’ di formaggio grattugiato. Poi mi recai nella sezione delle bevande e presi una bottiglia di vino rosso.

Mi venne subito in mente mio padre e il suo disappunto per il fatto che io non bevessi vino.

«Una vergogna che il figlio di un vinificatore non beva vino» mi diceva spesso, quando al posto di un calice di vino rosso preferivo un bicchiere d’acqua frizzante.

Posai istintivamente la bottiglia al suo posto e comprai una confezione di acqua frizzante.

Quando arrivai a casa mancavano dieci minuti a mezzogiorno, così decisi di preparare il pranzo. Mentre osservavo l’acqua formare micro bollicine nella pentola, pensai a tutte le volte in cui avevo scelto l’acqua al posto del vino.

A quelle piccole resistenze quotidiane che sembravano niente, e invece erano il modo in cui tenevo mio padre vicino. O forse distante. Non so.

Quando fu il momento di mangiare, per un attimo mi assalì la paura di vomitare. Strinsi forte il pugno sinistro e con la destra versai un po’ di formaggio sulla pasta.

Cominciai a mangiare, masticando lentamente e cercando di assaporare ogni boccone.

Con la forchetta cercavo di prendere la pasta senza infilzarla, infilando i rebbi nei fori delle penne. Così avevo la sensazione di non ferirle.

«Che stupido che sono» pensai mentre deglutivo.

Sorrisi. Un sorriso sincero. Tenero.

Di tanto in tanto facevo pausa, bevevo un sorso d’acqua frizzante e poi continuavo.

A metà piatto mi sentii già sazio, quindi decisi di non forzarmi e lasciai il resto.

Andai in bagno, mi guardai allo specchio e capii: avevo appena fatto un secondo passo. Avevo mangiato e mi ero fermato prima del necessario. Prima che lo stomaco si ribellasse. Prima che la testa andasse in tilt. Prima che le mie dita si conficcassero in gola.

Avevo fatto un secondo passo, semplicemente fermandomi.

Decisi di non lavarmi subito i denti: volevo sentire ancora per un po’ il sapore della pasta con la salsa appena mangiata. Sapeva di vittoria, di rinascita.

Nel pomeriggio uscii a fare una passeggiata. Avrei voluto chiamare Serena, ma non lo feci. Non volevo sembrare assillante.

Mi diressi verso la villa comunale e, per la seconda volta da quando ero arrivato su quell’isoletta, notai quanta gente, senza distinzione di sesso o età, si prendeva cura del proprio corpo correndo o facendo ginnastica all’aperto. Pensai che forse avrei dovuto farlo anch’io. Che correre mi avrebbe aiutato a distrarmi dai pensieri e dalle elucubrazioni.

Incontrai di nuovo il vecchio col cane vecchio. Gli sorrisi, ma lui, probabilmente senza riconoscermi, non ricambiò e proseguì la sua passeggiata. Dietro di lui il cane, che sembrava crollare da un momento all’altro.

Passai un paio d’ore a girovagare e a osservare la gente. Mi resi conto di quanta bellezza avevo intorno e di come, in nove mesi su quell’isola, non ero riuscito a godermi nulla. Ero rimasto prigioniero della mia depressione e della mia solitudine.

Prima di tornare a casa entrai dal macellaio, comprai due fettine di vitello e, passando di nuovo dal supermercato, presi quella bottiglia di vino rosso che al mattino avevo lasciato lì, insieme al ricordo delle parole di mio padre.

«È arrivato il momento che esca fuori il sommelier che c’è in me. Non può essere che il figlio di un viticoltore non beva vino».

Sorrisi e ancora una volta fu un sorriso sincero. Ancora una volta fu un sorriso tenero, o forse avrei dovuto dire vero.

Quando arrivai a casa sistemai la spesa, presi il diario e cominciai a scrivere:

«Mercoledì 6 settembre 2000. Oggi è stata davvero una giornata diversa dalle altre. O forse dovrei dire che oggi sono io, diverso? Sono riuscito a non farmi sopraffare dalle paure. E soprattutto ho mangiato con gusto, davvero con gusto, e senza vomitare. Stamattina un “cornetto capriccioso” che mi ha macchiato i pantaloni e mi ha fatto ridere come non succedeva da mesi. A pranzo pasta al pomodoro, quella che non mangiavo da anni, credo. Aveva il sapore dell’infanzia e della colpa insieme. E stasera mi aspettano due fettine di carne e un bel bicchiere di vino rosso. Oggi ho capito una cosa semplice: non devo correre se voglio essere felice. Devo assaporare il percorso. Passo dopo passo, senza guardare la vetta. E oggi ho percorso due passi. Due passi veri».

Chiusi il diario, pensando alla saggezza che avevo usato nel descrivere la giornata e alla lucidità che ero riuscito a mantenere, nonostante le cadute fossero dietro l’angolo. Anzi, dentro un boccone.

Non vedevo l’ora di incontrare la dottoressa Mori. Di raccontarle ciò che lei aveva predetto. O meglio, quello che mi aveva aiutato a comprendere, elaborando il mio passato e accompagnandomi con consapevolezza verso la direzione che desideravo dare alla mia vita.

Non conoscevo ancora la direzione, ma sapevo di aver imboccato lo svincolo giusto.

Cucinai le fettine e le mangiai sorseggiando il vino comprato poco prima. Era dolce e aspro insieme, fresco e caldo, avvolgente come una coperta. Sapeva di allegria. Profumava di vita.

Andai a dormire con la sensazione di avere le mani sporche di sugo e il cuore un po’ meno pesante.

Non era pace, non ancora. Era solo l’idea che la pace potesse esistere, da qualche parte, se avessi continuato a fare un passo alla volta.

Continua...

Serie: Morirò d'estate


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Discussioni

  1. “Oggi ho capito una cosa semplice: non devo correre se voglio essere felice. Devo assaporare il percorso. “
    Veramente poetico questo episodio. E questa è una piccola cosa vera.