E mentre lei si rifugia nel suo mondo, il resto dove va a finire?

Sono andata a Lucca, da mio fratello.

Per arrivarci ho dovuto prendere un Flixbus con un cambio a Firenze, verso le 22. 

Appena arrivata a Firenze ho avuto un assalto al cuore. Pensavo, stupidamente, si fermasse alla stazione e invece si è fermato ad un parcheggio immerso nel buio, dislocato, pericoloso, ansioso, ansiogeno. Probabilmente un posto per me, adatto stimolatore della mia ansia e del mio necessario senso di pericolo, di limite, di necessità, di bisogno di attenzioni.

Mamma guarda dove sono finita, da sola, alle 22, in mezzo al nulla, al buio.

Vedo una guardia che sorveglia un angolo di luce.

Chiedo informazioni.

Il bar è chiuso?

Sí, è chiuso.

Come diavolo è possibile che sia chiuso?

Le persone dove vanno allora se non c’è luce, se sono sole e sono le 22 e non vogliono essere immerse nel buio con le altre anime perse?

Si attaccano, risponde.

Mi sembra una risposta clausola, conclusiva, per quanto non soddisfacente.

Gli comunico che abiterò lo spazio che abiterà lui per quell’ora e mezza, che ho intenzione di fruire della sua autorità da uomo in divisa, deputato alla sicurezza per quei novanta minuti.

É cordiale.

Accetta di divenire la mia guardia personale, pur continuando ad essere la guardia di tutti loro, di tutti noi nel buio a quella fermata dislocata. 

Fino a mezzanotte almeno. 

Dopo mezzanotte se la vedono con lo spirito santo. 

Anche questa mi sembra una risposta clausola, conclusiva, ma non soddisfacente, soprattutto per chi rimarrà dopo mezzanotte. Gli offro la focaccia che avevo portato per mio fratello, una simil barese, fatta da me. Lui accetta e io penso di essermi guadagnata con il cibo la sua protezione e, magari, la sua amicizia. Mi parla del suo lavoro, di quanto sia complicato e a quante implicazioni legali debba essere soggetto. Mi racconta che quando non ci sono le videocamere è più facile lavorare, perché può rispondere alla violenza con la violenza ma senza avere ripercussioni, senza essere lui stesso accusato di essere la stessa persona che cerca di calmare, di sedare.

Mi racconta che è appena nato suo figlio, Gioele Francesco, Francesco perché sua moglie ha avuto un rischio aborto quando stava ad una messa nella chiesa di San Francesco. Mi dice che da quando è nato si sente limitato, come se la sua vita fosse finita, come se fosse condannato a pensare a quella di un altro prima della sua, come se non esistesse più lui ma il bambino. Mi dice che prova invidia quando i suoi colleghi vanno in trasferta, quando colgono possibilità lavorative all’estero, quelle un po’ più pericolose, non adatte a chi sta costruendo una famiglia. Mi dice che è innamorato di suo figlio, come non esserlo e come non pensare di dedicargli la vita. Gli dico che c’è tempo per le altre avventure, che si sta vivendo una delle più grandi. Dice che ho ragione, che magari più avanti andrà meglio, che sì forse questa è veramente la più grande. 

È arrivato il mio flixbus.

Buona avventura, gli dico.

Anche a te, mi risponde.

Arrivo da mio fratello il sabato sera mentre la domenica mattina scopro il suo nuovo mondo. 

Scopro cosa mangia a colazione, scopro che la domenica pomeriggio fa passeggiate, scopro che è un tipo riflessivo, scopro che non ha paura a fare le cose da solo, scopro che ha mangiato un kebab in macchina sabato sera e non ha trovato strano il fatto che l’abbia mangiato da solo, in macchina, di sabato sera. Scopro che si è preso l’intero menù, composto di bibita, kebab, patatine e un dolce turco, di cui non ricordava il nome ma che gli è piaciuto. Scopro che gli piace il verde, l’erba, che in ogni parco che vede immagina correre il nostro cagnolino che è rimasto a casa con i nostri genitori. 

Scopro che ad ogni canzone d’amore che sente pensa a lui.

 Scopro che non dorme finché la palla luminosa che gli ho regalato non finisce di proiettare sulla parete la sua alternanza di colori. 

Scopro che il suo colore preferito è il blu. Lo rilassa, è lo stesso delle lucine che abbiamo a casa giù.

Scopro che gli manca terribilmente casa, che gli dispiace per mamma e che è un ottimo coinquilino. 

Scopro che è rispettoso verso le donne. 

Scopro che non si ricorda tutti i nomi delle porte di Lucca. 

Scopro che i suoi nuovi amici, con i quali siamo usciti domenica pomeriggio, gli vogliono un bene dell’anima. 

Scopro che mio fratello è una persona facile da amare.

Esco con lui domenica pomeriggio perché lì si esce dalle 16 per tornare alle 21, perché poi tutto chiude e fa freddo. Scopro l’ ebbrezza di fare un aperitivo alle 17 e mangiare alle 19. Ascolto i discorsi al tavolo, mentre bevo una birra, media, aspra perché mio fratello deve sapere che sono diventata un tipo da birra media e aspra, forte, indipendente, grande. Scopro le vite della coppia di amici che si è trasferita da Milano a Lucca perché hanno capito che si lavora per vivere e non il contrario. 

Scopro che avere poche ferie è brutto e che non vedono l’ora di andare al mare. 

Scopro che per il suo coinquilino mio fratello è un punto di riferimento. Mentre mio fratello racconta che stava pensando di valutare altre opportunità di lavoro più vicine a casa il coinquilino si rattrista. Lui dice che no, ha rifiutato la proposta di lavoro a Brindisi, anche se più vicina a casa. Non era in grado di sopportare l’idea di doversi costruire di nuovo una nuova vita.

Lui mi chiede consiglio prima di rifiutare.

Io mi sento grande.

Gli dico che se la sua vita gli piace lí, di tenersela stretta, senza sensi di colpa, senza pensare a mamma. Non è sbagliato pensare a sè, lo sto imparando anche io.

Ora è lunedì mattina, io sto tornando a Roma e mi sono accorta oggi che al mondo c’è il mondo e io questo non lo sapevo.

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Discussioni

  1. Un testo intimo, onesto, che vive di osservazione e di scoperta. La tua prosa è piena, diaristica, volutamente spezzata, e proprio per questo autentica. Procede per accumulo di dettagli quotidiani che costruiscono senso emotivo senza mai dichiararlo apertamente.
    A mio parere, funziona molto la ripetizione di “Scopro che…”, che diventa ritmo, crescita, presa di coscienza.
    Il finale è semplice ma vero, e chiude il cerchio con una consapevolezza che non suona costruita.