E poi venne il primo giorno e tutti lo videro.

Serie: Alder Venn


Alder Venn

Il lunedì arriva come sempre arrivano i lunedì: senza chiedere permesso, non lo aveva chiesto neanche a Dio nella settimana della creazione. Alder Venn invece già aspetta la ricreazione attraversando il corridoio della scuola con passo misurato. Il caffè nella tazza di carta è già freddo, ma continua a tenerlo in mano. Un oggetto. Una scusa per avere qualcosa da fare con le mani quando le parole non bastano.

L’aula è quella di sempre. Ventitré sedie, due finestre che danno su un cortile che nessuno usa, una lavagna che porta ancora tracce di equazioni cancellate male. Gli studenti entrano a scaglioni. Alcuni guardano il telefono fino all’ultimo secondo possibile. Altri si siedono come se la sedia fosse un castigo divino.

Alder aspetta che tutti trovino posto. Non parla subito. Ha imparato che il silenzio è il primo insegnamento.

“Oggi parliamo del Mito della Caverna,” dice alla fine. La voce è ferma, ma non autoritaria. “Qualcuno di voi lo conosce già.”

Una mano si alza. Ragazza con gli occhiali, sempre prima fila.

“Le ombre sulla parete. I prigionieri credono che siano reali.”

Alder annuisce. “E se uno di loro uscisse?”

Silenzio diverso. Più denso.

“Resterebbe accecato,” dice un ragazzo in fondo. Voce bassa, come se stesse confessando qualcosa.

“Esatto. La luce fa male. La verità fa male. E qui arriva la domanda vera.” Alder si appoggia alla cattedra. “Se tornasse dentro, a dirlo agli altri, lo crederebbero?”

Nessuno risponde.

“No,” dice Alder. “Probabilmente lo ucciderebbero.”

La ragazza con gli occhiali lo guarda. C’è qualcosa nei suoi occhi. Riconoscimento, forse. O paura.

Quella sera, Alder non torna subito a casa.

Si ferma in un bar che conosce. Luci soffuse, poche persone, musica che non disturba. Si siede al bancone ordinando del gin. La barista è giovane. Tatuaggi sulle braccia, occhi che hanno visto troppo per la sua età.

“Giornata lunga?” chiede.

“Normale.”

“Le giornate normali sono le peggiori,” dice lei, versando. “Quelle straordinarie almeno ti tengono sveglio.”

Alder sorride. “Dipende da cosa ti tiene sveglio.”

Lei lo guarda. “Insegni, vero? Si vede.”

“Come?”

“Il modo in cui ascolti. Gli insegnanti veri ascoltano diversamente.”

Alder beve. Il liquido scende caldo. “E quelli finti?”

“Aspettano solo il loro turno per parlare.”

Quando finalmente arriva a casa è quasi mezzanotte. La porta scricchiola e le luci sono spente.

Natan è seduto al tavolo della cucina. Non è davvero lì. Ma allo stesso tempo lo è. Sta vibrando come una trasmissione che va e viene.

“Sei in ritardo,” dice.

“Avevo bisogno di aria.”

“L’aria non ti serve. Ti serve smettere di scappare.”

Alder appoggia lo zaino. “Non sto scappando.”

“Allora cosa stai facendo?”

Silenzio.

Andrew Bateman compare nell’angolo della stanza. Braccia conserte, espressione severa. “Stai temporeggiando. Aspetti che le cose si risolvano da sole.”

“Le cose non si risolvono mai da sole.” dice Alder.

“Appunto.”

Omen resta invisibile, ma la sua presenza riempie la stanza. È quello che Alder sente quando nessuno degli altri parla. La parte che non può permettersi di dormire.

Alder accende una lampada. Piccola, su un tavolino. Abbastanza luce per vedere, non abbastanza per disturbare le ombre.

Si siede. Apre il taccuino.

Domanda: cosa succederebbe se smettessi di aspettare?

Risposta: _____

La penna resta sospesa.

Continua...

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