Effetto Prismatico

Il panettone giallo era coperto in parte dalle sue gambe.

Indossava dei jeans neri slavati, un paio di fantasmini bianchi totalmente coperti dalle scarpe Air Max Silver Bullet che le avevo regalato due mesi prima per il compleanno.
Stavo pensando a come il colore del dissuasore per la sosta si abbinasse bene alla fascia grigia catarifrangente che lo avvolgeva.
«Ma… mi ascolti?» il tono era quello di una supplica infastidita.
Non sarebbe servito a nulla, ascoltare. Parlava di colpe e di menefreghismi verso degli stati d’animo mai riscontrati.
Dieci anni. Più due di corteggiamento e di lettere scritte a mano, su carta. Parole su parole appassionate e piene di sentimenti sinceri e di profumi che non avevo mai utilizzato, ma che pensavo dessero un effetto uomo che odorava di maschio: Whisky Affumicato Torbato, una delizia.
«Certo che ti ascolto. Ma non riesco a capire dove ti ho persa. Fino a ieri abbiamo fatto l’amore sul tavolo preferito di tuo padre e mi dicevo che stava filando tutto liscio come l’olio, che stavamo una meraviglia insieme, ma ora mi stai mollando, no?» parlavo fissando le Naike, la sua espressione di profonda delusione mi urtava.
Aveva concluso il discorso su come la colpa cadesse tutta sul mio carattere infantile e poco maturo. Fumetti, videogiochi… mi sa che aveva ragione.
Mi salutò commuovendosi, ma per finta.
Ritornai a lavoro, finivo il turno alle cinque quel giorno.
Francesca, la promoter delle stampanti Epsilon, era diventata una buona amica, aveva un modo di fare spigliato e simpatico che a me divertiva.
Non le dissi niente del panettone giallo e del fatto che avessi un carattere da bimbominkia immaturo.
I clienti che non avevano idea di cosa volessero acquistare, invece, erano le nostre prede preferite: lei sparava supercazzole ed io le sostenevo il gioco e alla fine ridevamo, a volte davanti allo stesso cliente frastornato.
Tornai a casa camminando piano, non avevo voglia di prendere i mezzi pubblici. Potevo così pensare a quanto mi sentissi svuotato e inutile..
Il portone del mio palazzo si richiuse rumorosamente e non appena poggiai un piede sul primo gradino delle scale, riuscii a sentire il bisbiglio del mio coinquilino Maurizio sussurrare all’altro affittuario, Giovanni, un allarmato: «Eccolo.»
La voce si era già propagata come un’influenza intestinale.
Mi aspettavano davanti la porta d’ingresso, avevano la faccia di quelli che guardavano in TV i bambini che morivano di fame, con una voce suadente fuoricampo  che t’invitava a donare una cifra prestabilita a vita .
«Ehi.» riuscii a dire, poi silenzio.
Ci abbracciammo senza alcuna spiegazione, senza scuse o giustificazioni.
«Prendiamo da bere.» ordinò Jò.
«Ci spacchiamo d’alcol e non pensiamo più a niente.» decise Maury.
«Domani lavoro.» dissi, ma le mie parole si persero tra le scale e lo zerbino dell’ingresso.
Due bottiglie di vino Lancert rosè e una di liquore Unicorn comprate nel negozietto sotto casa.
«Non credo sia una buona combinazione.» dissi ricordando il sapore dell’amaro che richiamava alla memoria un elisir medicinale di fine ottocento con la dicitura “MORTE CERTA” come controindicazione nel bugiardino.
Le bottiglie di vino finirono quasi all’istante, io riuscii a berne un mezzo bicchiere scarso, poi nient’altro.
Il digestivo durò quasi un’ora abbondante. Maury stava biascicando colorite metafore su quanto l’amore somigliasse ad un mostro deforme dotato di sedici tette sproporzionate e fori carnosi sparsi per l’intera superficie corporea.
Jò rise sguaiatamente, si strappò via la maglietta e vomitò un fiotto di liquido rossastro tra la sala, il corridoio e parte del muro, il suo sorriso si era trasformato in consapevolezza impaurita. Cercò di correre verso il bagno, ma barcollava talmente tanto che batté una spalla sul termosifone, piegato com’era mentre cercava invano di mantenere l’equilibrio, cadde di faccia, tossì, vomito ancora e strisciò col sedere aggrappandosi alle sporgenze della parete.
«Cazzo Jò!» Dovetti saltellare tra le pozzanghere di cocktail d’amaro e vino portoghese da supermercato.
In lavanderia presi il mocio, riempii per metà il secchio con acqua e tre misurini di detergente Lesoform all’aroma di pino selvatico o forse era silvestre.
Quando finii di pulire, Giovanni si era addormentato seduto a terra, poggiato alla porta del bagno. Maury guardava un punto indefinito al centro del salotto, bianco in volto. Di quando in quando aggrottava la fronte ritmicamente.
«Maury, stai bene?» chiesi strizzando il mocio alcolico.
Mi fece un cenno affermativo, sembrava sicuro di sé: vomitò al secondo piegamento della testa.
«Vaffanculo.» sussurrai estraendo nuovamente il mop.
Erano le due passate, Maury dormiva seduto male sul divano, mentre Giovanni sembrava un Darth Vader a petto nudo con problemi di flatulenza oltre che di asma e giaceva seduto scompostamente a terra. Ero tentato di svegliarli e accompagnarli in camera loro, ma volevo solo mettermi a dormire.
Svuotai il secchiello maleodorante, posai il mocio e mi lavai nel lavabo della lavanderia col mattone di Marsiglia, vista la porta del bagno bloccata da un corpo svenuto male.
Feci un paio di passi verso la mia stanza, ma il feroce suono sgraziato del citofono mi bloccò.
Vicini che si lamentavano del baccano, pensai.
«Chi—»
«Sono Francy.»
«Francy?»
«La promoter Epsilon.»
«Che ca… sono le due passate.»
Bestemmie dalla porta del bagno. Bestemmie anche dal salotto.
«Qualcuno mi ha detto che Ire ti ha mollato. Mi fai salire Emi?» più che una domanda sembrava un ordine dato da Obi-Wan con un movimento peculiare della mano.
«Sali.» risposi rassegnato.
Altre bestemmie, questa volta con più passione e colore e un bell’effetto surround.
«È Francesca. Andate in camera vostra.»
«Cazzo… e noi che pensavomolo… fossi sullorlon del succidio, che vulevan ammazzarti.» Maury barcollava, raccattò Jò da terra.

Francesca parlava veloce. Accennava ad amori perduti e ritrovati, a tradimenti forzosi, a notti infuocate ignuda sul balcone di un albergo due stelle.
«Lo sai che ho i peli pubici di colore diverso a seconda di come la si guarda?» disse così, dal nulla.
«Si chiama effetto prismatico!» urlò Maury da camera sua.
«Anche io ho un testicolo prismatico!» biascicò Giovanni da dietro la sua porta.
«Quella si chiama orchite.» lo corresse Maurizio.
«Domani lavoro di mattina, mi sa che è meglio se andiamo tutti a dormire.» provai a suggerire.
«Va bene. Resto con te. Mi metto in un angolino e ti guardo.» sorrise amabilmente Francy.
«No, meglio di no.» dissi con una certa serietà.
«Tu sei tutto prismatico!» fu la sentenza definitiva di una delle due porte chiuse.

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Discussioni

  1. Ciao Emi, mi piace moltissimo questa nuova versione di te autore di narrativa realista. L’ ironia con cui racconti i fatti veri o verosimili, mi ha divertito tanto. Un racconto ad effetto buonomore meglio del Prozac e senza effetti collaterali. Aspetto il prossimo sempre su questo genere.
    Complimenti.

    1. È stata una provocazione. Su IG mi hanno chiesto di commentare un’esperienza reale con un coinquilino particolarmente stravagante e tra mille episodi folli, mi è tornato in mente quello appena raccontato. Ti giuro che è tutto vero, magari i dialoghi li ho resi un pelino più divertenti e “puliti”, ma non ho neanche ritoccato i nomi. 😀
      Grazie Emme, le tue parole mi fanno credere ogni volta che scrivo roba sensata. Ed è per questo motivo che ti adoro.

  2. Tutto quello riportato su questo racconto è basato su fatti realmente accaduti, ho solo modificato qualcosa nei dialoghi per non risultare estremamente blasfemo. Il Veneto è una regione particolarmente difficoltosa per quanto riguarda gli intercalari. 😀