Ehi, bellezza…

Quella ruga sopra il naso quando sbuffi. Le ciglia lunghe che sembrano ancora più lunghe quando ti addormenti davanti ai film che “non posso non aver visto!”. Quel millimetro bianco di sorriso che appena si intuisce, quando sornione ti prendi le coccole con la testa sulle mie gambe come fossi un gatto che fa le fusa. Non sei bello. Non nel senso canonico almeno. Il tuo bello me lo invento, lo indovino ogni volta che ti rivedo.

Sei bello quando mi prendi in giro e mi insegui per casa per farmi il solletico. È bella la tua faccia preoccupata e quasi in colpa, quando scappando mi faccio venire il fiatone, e fischio e batticuore si fanno insistenti. Sono belle le tue mani gelide che in metro mi stringono i fianchi e controllano che l’astuccio con le medicine sia al sicuro. È bello il tuo tono di voce che si abbassa, quando mi chiedi se hai il passo troppo spedito per “le mie nuove velocità”.

Pensavo di averti perso e di non ritrovarti mai più. Di aver perso quella tua involontaria bellezza per sempre. La tua voglia di vivere, la leggerezza con cui lo fai, la capacità di trasmettermela senza fatica. E invece quella bellezza ha fatto un altro miracolo. Sei tornato. A sorpresa. Più bello che mai. Bello nella più bella città che abbia mai amato e conosciuto.

Nell’imponenza di San Giovanni come nel negozio di giocattoli in piazza Navona. Davanti al tiramisù alle fragole o mentre mi prepari la carbonara “come solo un vero romano te la po’ fa’”. Mentre osservi attento i tuoi maestri sul palco, così come quando su quel palco ci sali tu, con quegli occhi che sarebbero capaci di sfondare il cemento armato.

Poi mi parli di lei.

Lei che la tua bellezza l’aveva ingoiata tutta. La teneva nascosta in uno stanzino buio e pieno di muffa. Rubata a me e nascosta al mondo. Per gelosia, insicurezza, paura, necessità di possesso. Lei che ti aveva vomitato il buio addosso. Lei che era stata tanto potente da spegnere quel lumino in fondo agli occhi, quello che a me tante volte aveva illuminato le labbra. La seconda stella a destra non la vedevi più, non era più lì con te, a brillare sulla tua spalla.

La tua bellezza che bellezza non è era diventata opaca e nera come una lavagna vuota. Non era amore. Era possesso. Furto. Crimine. Malato e inguaribile.

Non eri più tu, non eri più Peter.

Eri rinchiuso in un non amore marcio, un buco nero in putrefazione, denti di vampiro che ti stavano derubando di te stesso. Me ne sono accorta, forse tardi, e mi sono messa da parte, sconfitta, senza interferire. Orgoglio ferito dall’essere stata considerata una seconda scelta.

Ma adesso sei tornato. E sei quasi bello davvero. Il viso è morbido e disteso. Leggero, come sempre. Vivo. Le parole attente son tornate. Le attenzioni minuscole sono di nuovo qui e mi svolazzano intorno allegre come se il tempo non fosse passato. È la bellezza dell’amore, quello vero. Quello puro, senza recriminazioni. Quello che non si aspetta nulla. È quell’attenzione all’altro che non ci siamo mai dovuti insegnare né chiedere. Speranza e sicurezza che non ci slegherà mai. Che la bellezza di quest’amore mai dichiarato non muore, nonostante tutto. Che va al di là del dire ti amo a qualcun altro e non essercelo mai detto tra noi. Quelle cinque lettere vogliono dire catena, aspettativa, definizione. Con noi non c’entrano nulla.

Noi ci inseguiamo per casa come bambini di sei anni e corriamo per Roma in scooter passando col rosso. Cantiamo per strada a squarciagola musical da villaggio e stornelli da ubriaconi e ci prendiamo per mano senza accorgercene, per poi far finta di non averlo fatto. Saliamo sulle terrazze più alte e romantiche di Roma prendendo spudoratamente in giro le coppiette da diabete. Dopo un fanculo c’è sempre un abbraccio, dopo un rimprovero un bacio sulla fronte, all’addio al binario 19 corrisponde sempre un arrivederci al prossimo biglietto.

La nostra bellezza sta nelle foto insieme che non abbiamo, nella definizione di noi che non abbiamo mai dato, nella gente che mi chiedeva: “È il tuo ragazzo?” “No, è Peter”.

Non si può definire la bellezza. L’apnea. Le labbra che si bevono. Gli occhi che si abbracciano. Il tempo che si perde e sembra volare senza logica. Due ore o due giorni? Non lo so. Cosa cambia? Ero con te. Eri con me. Di nuovo. A sorpresa. E tanto basta per star bene. Per sentirmi bella anch’io. Persino adesso.

Anch’io ti parlo di lei. Lei che in nove mesi mi aveva ridotto ad un fantasma. Lei che non mi faceva mangiare, che mi faceva far fatica a respirare, a ballare, a gonfiare i palloncini per i miei bimbi. Lei che sarà mia compagna per tutta la vita, che starà buona se io farò la brava. Con le medicine, con la dieta, con la misura negli sforzi. Lei che non si vede ma c’è.

Lei che si fa sentire sempre e che fa paura.

Lei che mi fa sentire vulnerabile come non mai. Che mi ha fatto tirar fuori una forza che non sapevo di avere. Una rabbia che non credevo di poter contenere. Una paura tanto grande da spaventare e far scappare chi credevo mi fosse più vicino, e mi aspettavo potesse essere più forte di me.

Lei che, a quanto dici tu, ha perso almeno 6 a 0. “Ehi, guarda che sei sempre tu. Non è solo voglia di vivere, sei energia allo stato puro”.

La mattina, come sempre, apro gli occhi prima di te. La tua stanza torna ad essere familiare, l’asciugamano già pronto in bagno è quello blu che profuma d’Africa. Ma mi guardo allo specchio e, come spesso in questi mesi, non mi riconosco. La faccia gonfia, la peluria scura, le macchie sulle spalle e sulla pancia. Torno in camera con gli occhi lucidi di rabbia. Non mi chiedi perché. Mi baci in silenzio, non sorridi. Quelle macchie le accarezzi calmo, come cicatrici che ancora non conosci. Le studi attento come fai con i personaggi dei monologhi che ti scrivo. Poi mi abbracci forte, un bacio sulla fronte, e mi porti in giro come un trofeo, come una gemma preziosa, come qualcuno di cui andar fieri. Quello che per tanti è motivo di fuga, per te è orgoglio e voglia di stringermi più forte di prima. Tu la paura la fai sparire. Sei l’unico che ci riesce. Perché tu non ne hai, né di me né di lei. Anche la rabbia scappa via. E mi sento viva, carica, piena. Di forza, di voglia di vita, di questa città che mi urla “Bentornata!” ad ogni sampietrino che calpesto.

Roma mia, sarai tu che sei talmente bella da rendere bello chiunque ti passeggi in mezzo? Ti chiamano “la magica”. E hanno ragione. Solo magie accadono qui. Alchimie antiche più di te. Roma città aperta, caput mundi, città eterna. Solo e semplicemente Roma. La Roma dei romani che conoscono ogni sampietrino in terra e ogni mattoncino rosso dei tuoi vecchi palazzoni. Roma degli artisti e dei piccioni di piazza Navona, dei mendicanti, dei mimi e dei musicisti lungo i Fori Imperiali la domenica pomeriggio. Il mistero dei gatti appallottolati sulle colonne come fossero sul divano di casa.

“Niente di straordinario, vivo a Roma e so’ contento. Perché Roma è bella e c’ho tanti bei ricordi, anche se c’è casino e pe’ trova’ parcheggio devi fa’ voto come minimo a San Pietro. A villa Borghese scappavo da scuola al liceo e davanti al Vittoriano ci passavo a fa’ le guide pe’ prende la patente. A Campo de’ Fiori mi so’ preso er primo cazzotto pe’ na pischella e a San Pietro per l’Angelus mi c’ha portato mamma quand’ero piccoletto. Mi ricordo solo il male alle gambe da tanto che so’ stato in piedi ad aspettare e la carezza che m’ha fatto Giovanni Paolo.”

Mi hai fatto ritrovare la carica di provarci, di osare, di fare progetti. Con la grandiosità di Sant’Angelo, i cinguettii sul Tevere, la carbonara accanto al Pantheon, l’eco dei calci al pallone del Regina Coeli mi hai ridato la fame.

Fame di vita, di cibo buono, di amici veri, di spettacoli dal vivo, di passeggiate senza fine e scalate in motorino stretta stretta al custode dell’Isola Che Non C’è. Stretta più di prima a quell’amico-amore ritrovato dopo esser stato perso senza speranza. Dopo essere stato il pugnale avvelenato che nemmeno immaginavo il male che potesse farmi, solo perché mai avrei immaginato potesse farmene. Ci siamo fatti del male e ce lo siamo perdonato. Il buio durato più di due anni si è sciolto in tre ore sotto il sole del Gianicolo, lasciando una cicatrice bordata d’oro a entrambi. In realtà non ci siamo mai persi, mai lasciati. Silenzio e lontananza fanno parte anche loro del nostro mondo, di quella cicatrice. È anche grazie a loro se ora siamo tornati. E ho di nuovo fame, e non mi sembra vero. Di bellezza, di amore, di vita. E di te. Con me.

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Discussioni

    1. Prima o poi riprendo. Ci sono un po’ di cose da sistemare, adesso. La penna resta in pausa, ancora per un po’. Ma grazie, davvero. 🙂

  1. Ma come si fa a non amare ROMA, a non amare A ROMA, a NON AMARE. Io lo so ma non lo posso dire. E’ come camminare sui sanpietrini con un piede che ci striscia sopra, che li conta uno per uno, che ci lascia anche pezzi di suola, ma che quando arriva in fondo si accorge che la direzione era opposta. E ricomincia tutto daccapo. E a furia di invertire la marcia e consumare pezzi di scarpa fino alla pelle del piede, ti siedi fosse anche proprio sui sanpietrini, rinunciataria. Vedi coppie di ballerini e tu sola traballante. Ti chiedi perché io, dove ho sbagliato, eppure le strade sono quelle anche per gli altri insieme. Tu sola.
    Il passante sconosciuto ti tende il braccio per alzarti. Tu malvolentieri fai che accettare e lui se ne va per i atti suoi, tu ricominci a cercare la giusta direzione. Forse di là, ma, chissà! Ciao.