Elicotteri e cacàmberi

I tre cuccioli di Cacàmbero abbandonano le biciclette e si lanciano sul prato, per ora sono salvo.

Portarli fin qui è stata un’impresa. Sopravvivere è stata un’impresa. Una corsa continua, un posticipare la mia fine due minuti per volta. Sapendo che senza dubbio arriverà, la fine, quando non riuscirò più a distrarli e si getteranno sul mio corpo.

Come hanno fatto con mia moglie.

Non ho avuto nemmeno il tempo di piangerla, povero amore mio. Solo un’immagine, un flash, che mi perseguita e che mi strazia il cuore. I suoi occhi vuoti, il capo reclinato. Lei stesa, e loro tre sopra di lei, che le succhiavano via l’anima dal midollo, come iene che si spartiscono una carogna. Poi sentono il rumore della porta che si richiude alla mie spalle, e mi guardano, si accorgono che sono rincasato, si avvicinano.

Cacàmberi, sembravano così innocui quando il governo propose le adozioni di questi cuccioli alieni. “Entrerete nella storia”, dicevano, “Allungano la vita di almeno cinquant’anni”. E dire che adesso non vorrei altro che morire, per quanto sono stanco. Il riposo eterno: niente suona più allettante di questo alle mie orecchie.

Ne scegliemmo tre, tutti di colori diversi: rosso, giallo e celeste.

«Sarà più facile riconoscerli così no?» le dissi ingenuamente.

«Guardali, sono così carini mentre dormono» mi rispose.

Eh già, proprio carini. Ma avremmo dovuto giudicarli da svegli, quando sarebbero usciti dal letargo, come scoprimmo poi.

Il Cacàmbero rosso si avvicina, non è attratto dallo scivolo e dal ponte sospeso del parco. Con lui è sempre una sfida, incanzonarlo è impossibile; l’unica possibilità è far leva sulla sua curiosità. Mi guardo intorno, non so cosa inventarmi per allontanarlo da me. Tic-tac, tic-tac, il tempo scorre. Due panchine malandate, il selciato, niente di interessante.

È il parco stesso l’unica fonte di salvezza. Ci sono diverse piante: una quercia, un tiglio, un acero, due piccoli ulivi e un castagno. Le tinte dell’autunno danno calore al paesaggio, mentre a terra un tappeto di foglie variegate crea un mosaico di forme e colori. Ed è lì che rivolgo il mio sguardo speranzoso.

Mi alzo dalla panchina e prendo un ramo secco, il Cacàmbero rosso mi osserva. Anche il giallo ora smette di saltare sul ponte e mi viene vicino. Mi imita, quest’ultimo, a modo suo: stacca un piccolo arbusto verde dalla base della quercia, e comincia ad agitarlo come fosse una bandiera, muovendo un enorme volume d’aria. Faccio due passi di lato, se mi prendesse con quella forza potrebbe cavarmi un occhio nella migliore delle ipotesi. Con il mio ramo scosto alcune foglie. Mi accorgo che quelle sopra, verdi e gialle, sono più resistenti; mano a mano che le scosto, le foglie cambiano: secche e marroni, poi bagnate, sempre più scure e sporche di terra, tanto che quelle a contatto con il terreno sembrano nere e a malapena si riescono a distinguere.

Ma non mi servono, così non mi servono a niente. La mia non è curiosità, non ho la pazienza e la predisposizione d’animo di scoprire la natura che mi circonda. Il mio è terrore di non trovar nulla. Ho un bisogno disperato di trovare qualcosa che accenda la curiosità dei Cacàmberi. E finalmente qualcosa. Sotto una foglia nera e rovinata, un bruco grigio lentamente si avvia verso una nuova era della sua vita. Il rosso lo vede subito, e chiama gli altri a raccolta. Tutti e tre appollaiati ad osservare un esserino quasi invisibile, che con caparbietà tenta di muoversi in quel coacervo di foglie. Sembrano quasi docili così. Altri due minuti guadagnati alla mia fine.

Non posso rilassarmi, devo già pianificare, pensare alla prossima mossa. Mi torna in mente un gioco che facevo da bambino: raccogliere foglie dello stesso tipo e colore, farne dei bei mucchietti. Al celeste piacerà, dei tre è quello più logico e metodico, catalogare è una cosa che fa per lui. Anche al rosso potrebbe piacere, ma non è detto. Il giallo invece distruggerà tutto, come suo solito, e poi tornerà dal suo ramo-bandiera.

Qualcosa scricchiola alle mie spalle, passi sulle foglie. Il rosso, immagino, si sarà già annoiato del bruco. Presto, cerco le espressioni per spiegare la mia prossima mossa, ma le parole non vengono. Sono paralizzato. Il rumore si trasforma in un fruscio e poi cessa. Mi volto. Uno dei due piccoli ulivi ha la corteccia completamente aperta a metà, così tanto da creare di fatto un incavo che si immerge nel terreno creando un buco di trenta centimetri buoni. Il rosso lo osserva affascinato. Tempo bonus, devo sfruttarlo, elaborare, prepararmi.

Le foglie d’acero si prestano al mio proposito, comincio a raccoglierle, nonostante la schiena mi faccia capire che piegarsi non è più cosa per me. Sento le urla del giallo, il celeste ha ucciso il bruco e ora guarda soddisfatto il dolore del suo simile: è infido celeste, dei tre è quello che mi fa più paura. Giallo corre verso di me e guarda le foglie che ho in mano. Le dispongo in tre mucchi: verde, giallo e marrone. Indico le altre foglie per terra. Giallo e celeste corrono a raccoglierne altre, sta funzionando.

Ma rosso? Non è più al tronco cavo, non lo vedo. Mi giro a destra e sinistra, niente. Non dovevo perderlo di vista.

«Ahi!» Un dolore forte e pungente sul mio polpaccio. Vedo il riccio di una castagna attaccato al retro dei miei pantaloni, mentre sento una goccia di sangue colare e immergersi nei miei calzini. Con la mano il rosso richiama il riccio e lo unisce all’altra metà che aveva. Poi lo chiude nel suo pugno e lo sbriciola in mille pezzi. Si avvicina, fissandomi negli occhi. Indietreggio guardandomi intorno. Pensa, pensa, pensa! Vedo solo alberi. Il tiglio! Faccio un altro passo indietro, non posso abbassarmi, non posso espormi al suo attacco. Sbatto la schiena contro il ponte sospeso, proprio sotto l’albero. È la mia unica speranza. Allungo una mano alla cieca sul pavimento del ponte, cerco tra la sporcizia, poi sento tre piccole sfere, sento il gambo che le unisce, l’ala intatta. Afferro il seme di tiglio e lo lancio in aria, davanti al rosso. L’ala comincia a roteare, mentre i tre semi spingono in verticale verso il basso.

«Elicottero» dico indicando il seme.

L’espressione sul viso di rosso cambia, si direbbe quasi felice. Questo varrà di sicuro almeno cinque, se non dieci minuti di tempo.

Sento pesanti scricchiolii e il loro caratteristico squittire, accorrono anche gli altri due. Giallo ha di nuovo il suo ramo bandiera, mentre celeste ha un mucchietto di foglie gialle e perfettamente uguali in mano. Sono attratti da aerei ed elicotteri, forse qualche ricordo ancestrale del loro pianeta natale. Cominciano tutti a cercare i semi di tiglio e ben presto il ponte sospeso si trasforma in un eliporto da cui decine di piccoli elicotteri si lanciano nel vuoto, roteando la loro singola pala.

Mi siedo su una delle panchine. Sono stanco, la schiena a pezzi, ho fame e sete. Ma il problema principale è la testa: non riesco a sopportare questa corsa incessante, senza mai una pausa, un momento. Voglio la lentezza, voglio il mio autunno, voglio fermarmi.

Giallo urla e corre verso di me, cerca la mia mano e si gira verso gli altri. Urla contro di loro, mostra i denti e brandisce il suo ramo-bandiera. Mi alzo in piedi. Piccolo giallo, il mio Cacàmbero affettuoso, non pensavo che avresti provato a difendermi. Rosso mi guarda negli occhi, non mi sta sfidando. Mi sta salutando, con rispetto: grazie rosso. Il mio momento è giunto. Celeste non c’è, non lo vedo. Ecco, sento il suo odore, il suo alito dietro di me. Affonda i suoi denti nel mio collo. Sapevo che saresti stato tu ad uccidermi celeste, alle spalle.

Cado privo di forza, sento il sangue fluire via dal mio corpo. L’odore di terra bagnata e foglie in decomposizione saranno miei compagni in questo ultimo viaggio. Sopra di me una quercia, un tiglio, un acero e un castagno: incorniciano il cielo grigio di nuvole cariche di pioggia. Giallo ha smesso di urlare, anche lui si arrende alla sua natura e lo sento affondare i denti sul mio bicipite. Però, in fondo, sono carini mentre mangiano.

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Discussioni

  1. Ciao Marco, bello mi ha installato curiosità e tensione. Non è molto lontano dalla realtà se per un attimo pensiamo ai cacàmberi come le nostre ansie quotidiane, le scadenze, il lavoro, le preoccupazioni e tutte quelle situazioni in cui “Non posso rilassarmi, devo già pianificare, pensare alla prossima mossa.”. Grazie per questo racconto.

    1. Grazie Massimiliano, mi fa piacere che tu abbia trovato una chiave di lettura alternativa: non facciamo altro che correre da una scadenza all’altra fino all’ultima “deadline” XD
      Grazie a te per averlo letto e commentato

  2. Credo che la tensione tra morte, vita (una coppia) e amore (in fondo, i cacàmberi non sono altro che cuccioli) in questo racconto crei un’atmosfera impressionante e originalissima. Una distopia fin troppo verosimile…veramente un racconto che ho letto con foga. Grazie!

    1. Ciao Matteo, ti ringrazio molto per questo commento. Hai colto perfettamente il rapporto che c’è tra il protagonista e i cuccioli. Alla fine mi sono limitato a raccontare una normalissima giornata di un genitore con tre figli 😄

  3. Ciao Marco. Leggendo il tuo racconto, ho pensato che dovermi alzare alle tre del mattino per sfamare due mici irritabili è una sciocchezza: in fondo, si accontentano delle crocchette. Meglio loro dei cacamberi! Ho vinto a stento la tentazione di spulciare in rete per vedere che tipo di animali fossero, per fortuna la trama introduceva la loro natura aliena già dalle prime righe. Da amante del fantastico, fantascienza compresa, la tua storia mi è piaciuta moltissimo.

    1. Grazie Micol, un complimento da parte tua vale molto per me. In ogni storia che scrivo, cerco di metterci un pezzettino della mia vita, ovviamente sotto un filtro che renda tutto fantastico, ma quella sensazione di dovermi inventare qualcosa di nuovo ogni 5 minuti di sicuro non è inventata 😅

  4. Ho visto le piume nell’immagine e ho letto il titolo. Mi sono detta ‘ Chissà che specie di pappagallo è il cacàmbero? 😃
    Mi è piaciuto il tuo racconto, così originale e con un ritmo che galoppa. Giusto il finale. Che altro poteva fare?

  5. Davvero originale! Incuriosito da questi cacàmberi, ho inziato a leggere, e sono arrivato in fondo tutto d’un fiato. Davvero apprezzabile l’idea di non non spiegare cosa siano, ma di farlo inture con poche, pochissime parole ben calibrate (sappiamo che sono alieni, non sappiamo nè da dove vengano nè come siano finiti sulla Terra; sappiamo che il governo ha spinto la loro adozione); Così come scopriamo le loro abitudini attraverso i pensieri del protagonista-narratore. Il tutto in una situazione concitata, frenetica, e non poco grottesca.
    Un racconto davvero piacevole!

    1. Ciao Sergio, grazie mille per le tue parole, mi fa piacere che i miei sforzi di evitare gli spiegoni siano stati apprezzati. E mi confermi anche che un titolo che genera curiosità ha il suo perché 😀
      Un saluto