Entusiasmi e non

Serie: Cronache dai trent'anni - Appunti in ordine sparso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Nuova cronaca che, a più riprese, parlerà di entusiasmi e idiosincrasie.

LA COLAZIONE

Una volta compiuti trent’anni ho definitivamente perso la capacità di emozionarmi o di provare entusiasmo per le cose semplici.

Molte persone, durante tutta la loro vita, a prescindere da ciò che di bello o di brutto gli capita, conservano immutato il senso della meraviglia nei confronti di determinati eventi, più o meno ricorrenti.

Talvolta può trattarsi del rito laico della colazione. Mi è capitato spesso di parlare con dei colleghi, solitamente più anziani, i quali – ove sapientemente stimolati sul tema “colazione” – esplodono in un monologo che di solito ha il seguente incipit:

«Ahhhhhhhhhhhhh nononononono. MI DISPIACE. Io, cascasse il mondo, la mattina ho BISOGNO di fare colazione con CAaaaaaaaaaaaaalma».

Solo la prima A di “calma” è maiuscola, mentre quelle successive sono minuscole e quasi sospirate, proprio a comunicare un onomatopeico senso di quiete dopo la tempesta.

Mi sono sempre chiesto quale calma debba essere ristabilita o comunque riconquistata dopo appena dieci minuti da quando ci si alza dal letto. Un momento prima eravamo letteralmente morti, in quanto – ce lo insegna la psicoanalisi – durante le ore di sonno noi, semplicemente, non esistiamo. Ci dissolviamo, notte dopo notte, da quando siamo nati, in una sorta di terrificante incantesimo nel quale per svariate ore dimentichiamo chi siamo. E tutto ciò che resta di questo inquietante rituale sono delle immagini confuse in cui il nostro defunto nonno aveva la faccia di Walter Chiari, la voce di Corrado Mantoni e ci consigliava, inspiegabilmente, di non cuocere le trote nel microonde. Perché, onestamente, questo è il tenore medio dei sogni che fanno gli esseri umani.

Ammettiamo pure, per assurdo, di comprendere questa esigenza di calma dopo il temporaneo stato di morte che ho sopra descritto.

Ora. Fatto questo sforzo, per moltissime volte sono caduto nell’errore di ritenere che se un essere umano, scientemente, si sveglia all’alba con questa indomabile necessità di fare colazione «con CAaaaaalma» non può che essere per una ragione: il suo frigorifero e la sua dispensa debordano di leccornie.

Infatti, ipotizzando un simile scenario, potrei forse abbracciare i postulati e i numerosi corollari di questa scuola di pensiero, in quanto – mi dico – una tavola imbandita di cornetti alla crema, cannoli siciliani gonfi di ricotta, croccanti toast al prosciutto e formaggio, brocche di thè freddo, schiumosi cappuccini e frutta tropicale tagliata alla moda della geometria euclidea, giustificherebbe un approccio meditativo al pasto.

Peraltro, ciò è vero solo in parte (anzi, non lo è affatto), nella misura in cui avendo io un atteggiamento tendenzialmente bulimico nei confronti della vita, una volta svegliatomi e trovatomi innanzi agli occhi questo luculliano banchetto, lungi dal mantenere la CAaaaaalma, mi comporterei esattamente come un cavallo, che – seguendo i consigli del Dott. Morelli – ho scelto come mio animale guida. Ciò significa che mangerei in piedi, descrivendo movimenti agitati con il corpo e con le mani, rovescerei e verserei a terra tutto ciò che è possibile rovesciare e versare a terra e ingoierei con drammatica velocità ciò che entra nel mio spettro visivo, con l’inspiegabile paura che qualcuno me lo porti via. Almeno tre volte rischierei il soffocamento. Ne avrei paura. Ma poi ricomincerei daccapo, rimuovendo e rivivendo il trauma ogni volta. Infine, mi odierei per aver mangiato così tanto e per avere terminato i macronutrienti disponibili per quella intera giornata alle ore 06:07 del mattino.

Ma al netto di questo imbarazzante spaccato di vita privata, la realtà è ancora diversa e ben più assurda.

Gli amanti della colazione tranquilla, infatti, consumano degli alimenti che sono assolutamente disgustosi. E si badi, non sto parlando di quegli alimenti che io stesso ho mangiato durante la lunga fase in cui – dopo un significativo dimagrimento – ero salito sull’onda lunga del wellness. Infatti, quei cibi, benché assolutamente privi di gusto, trovano la loro profonda ragion d’essere nel salvifico senso di redenzione che si prova mentre li si deglutisce. Non parliamo poi dell’indescrivibile senso di superiorità che si sperimenta nel raccontare ad amici e conoscenti di quanto i nostri livelli energetici risultino accresciuti dalla quotidiana ingestione di farina d’avena, pane di segale, avocado e noci pecan.

Io qui faccio invece riferimento ad una combo di pietanze che non fa né bene, né male, limitandosi – invero – a fare schifo. Di solito, la tavola che ci viene raccontata è così imbandita:

– latte caldo del discount «che tanto», sostengono, «se leggi l’etichetta, lo producono nello stesso stabilimento di Fattoria Scaldasole». Ma se così fosse, ho sempre pensato tra me e me, guardandomi bene dal ribattere, a quale scopo gli uomini marketing del suddetto marchio biologico dovrebbero impacchettare quel prezioso nettare in un anonimo cartonato bianco e grigio, vendendolo a un decimo del suo prezzo sugli scaffali di un merdoso supermercato tedesco?;

– caffè fatto rigorosamente con la Moka, in quanto il caffè in cialda – affermano fieramente – non è vero caffè (di solito, il sapore e l’odore della bevanda ricordano l’urina di un soggetto dializzato);

– biscotti del tipo Petit Oro Saiwa (su questi non si bada a spese, perché la differenza con le imitazioni, affermano, «si sente»);

– in alternativa ai biscotti, talvolta, fette biscottate Buitoni le quali – senza giri di parole – si prestano ad essere maritate tanto con la cioccolata quanto con la porchetta di Ariccia, tanto anonimo è il loro contributo organolettico. Spesso vengono estratte dal contenitore salva-freschezza già orribilmente spezzate, ma non per questo vengono scartate in favore di quelle rimaste integre; («che qua l’inflazione galoppa!!», e fanno il gesto del fantino che regge le briglie);

– le fette biscottate di cui al punto precedente, vengono completate da un sottilissimo velo di confettura di arance amare di Sicilia, marca “Rigoni di Asiago”, brand per il quale l’umanità in commento alimenta un’autentica parafilia;

I più ortodossi fanno addirittura a meno del latte e consumano un’enorme tazza di the senza zucchero. Cosa spinga un essere umano a ingurgitare mezzo litro di acqua bollente alle sei del mattino, resta per me un mistero ben più grande della morte.

Se vi state chiedendo, invece, quale sia la ragione che induce questa singolare minoranza a rinunciare al latte, provate a chiederlo ai diretti interessati. Sappiate che la risposta sarà sistematicamente la seguente: «siamo gli unici mammiferi che dopo i primi mesi di vita continuano a berlo». Subito dopo alzeranno gli occhi al cielo e scuoteranno la testa, indispettiti dall’improvviso formarsi di alcune scie chimiche.

Il rito della colazione, dunque, non mi entusiasma.

Andare al ristorante è invece una delle poche cose al mondo che mi rendono felice ma, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, le pietanze servite rappresentano la cosa che meno mi interessa dell’esperienza. (CONTINUA NELLA CRONACA SUCCESSIVA…)

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Discussioni

  1. “Non parliamo poi dell’indescrivibile senso di superiorità che si sperimenta nel raccontare ad amici e conoscenti di quanto i nostri livelli energetici risultino accresciuti dalla quotidiana ingestione di farina d’avena”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  2. Bella foto invitante… E che colori! Sulla prima colazione si potrebbero scrivere fiumi di parole; ognuno a modo suo, per esprimere i propri gusti, o per motivi di salute, o disturbi alimentari (dall’ anoressia alla bulimia), o per esigenze di altro genere. Qualsiasi replica in questo spazio, sarebbe riduttiva. Sulla psicanalisi di Sigmund Freud, forse non aver capito nulla. Ero convinta che nel suo testo ” L’interpretazione dei sogni”, il padre della psicanalisi sostenesse che nel sonno rielaboriamo non solo cio´ che e´ accaduto durante il giorno, ma anche desideri, paure e altre emozioni, per poi realizzare. oniricamente, cio´ che il nostro inconscio desidera. Insomma non proprio morti e neppure tanto casuali, ma bensi´ simboliche, le immagini dei nostri sogni. Io nel mio piccolo credo, pero´ che anche Freud ne sparasse di cavolate, a partire dalla cosiddetta invidia del pene, da parte del genere femminile.
    Il tuo stile di scrittura; comunque, sempre impeccabile.

    1. Grazie del commento Maria Luisa. Sì, forse dovrei eliminare quell’inciso sulla psicanalisi che ho inserito quasi a voler corroborare il mio assunto in chiave narrativa. Tuttavia, io non ho evidentemente le competenze necessarie per pronunciarmi sul tema. Credo di aver letto qualcosa ad opera di qualche psicoterapeuta sul fatto che per tutti gli umani, a volte, è necessario immaginarsi come entità altra rispetto all’immagine precostituita che si è creata nella vita reale (se ad esempio io sono una persona riservata e introversa, dovrei fare l’esercizio di immaginare un’altra versione di me stesso molto disinibita ed estroversa). A riprova della bontà di questa tesi, il professionista osservava come ogni notte noi ci addormentiamo diventando, sostanzialmente, qualcosa di altro. Credo, però, di avere decisamente estremizzato il discorso, grazie dello spunto di riflessione!

  3. Continuo a deliziarmi dei tuoi racconti. Pur amando bere con CAaalma un paio di caffe’ prima di iniziare a ragionare, il mio personale primato del disgusto mattutino va ai fagioli tipo-cannellini acquosamente pomodorosi serviti come parte essenziale dell’English breakfast. Meriterebbero un capitolo a parte intera.

    1. Grazie Nyam! In effetti anche la colazione all’inglese mi ha sempre inquietato moltissimo…i fagioli cannellini immersi in quel maleodorante liquido di governo sono una prova davvero impegnativa!

  4. “Cosa spinga un essere umano a ingurgitare mezzo litro di acqua bollente alle sei del mattino, resta per me un mistero ben più grande della morte.”
    😂