Eppure sorrido

È rientrata all’alba anche stamattina, la mia vicina. Lei chiude la notte, io apro il giorno — un passaggio di consegne tra pareti sottili. Nei palazzoni popolari la vita scorre così: il cemento ci separa, ma il resto passa, filtra. Qui dentro ognuno tira avanti come può. L’aria che si respira è intrisa di odori speziati e fumi ipnotici che si mescolano sulle scale, dove tutto si fonde: lingue, dialetti, colori, frammenti che si incontrano e si sfiorano continuamente. Tutto insieme. Tutti insieme.

Oggi va così. Mi pesa anche solo alzarmi dal letto. Non vorrei farlo, ma il turno inizia tra un’ora e la mia testa mi dice che non posso mancare. Non posso fare un torto a quei poveracci come me, che sudano, faticano, rischiano la vita per portare a casa un tozzo di pane e tanta miseria. Hanno bisogno di me, come io ho bisogno di loro. Condividere la fatica aiuta a superarla. Lo spirito di sacrificio che ci accomuna è più forte della voglia di mandare tutto a fanculo, alzare il dito medio, girare le spalle e fuggire senza meta. La fabbrica è la mia famiglia.

Quante giornate ho passato così: il rumore assordante, la fatica, il dolore, il rischio di farsi male e la paura per la vita. La polvere e il caldo infernale del forno che curva il vetro a ottocento gradi. L’amianto nei polmoni. Le cicatrici sulle mani, e nell’anima. Il freddo degli inverni sotto zero, fradicio d’acqua chimica in un capannone gelido dove il forno, lui sì, viene tenuto ben isolato per non sprecare metano. La mia vita si consuma così, tra macchinari vetusti e la polvere che ti resta dentro, anche quando provi a scappare con i pensieri. Sono le cinque e venti, ora devo andare. Un ultimo sguardo a chi, di spalle, ha passato la notte con me, un sospiro, e si va.

Quando rientro, lo sguardo cerca la sua porta. Chiusa. Come al solito. Sul pianerottolo resta il suo profumo dolciastro, mescolato al fumo e all’odore di sconfitta di chi sa che passerà la notte tra mani diverse. Ci incrociamo ogni tanto, soprattutto nei fine settimana. Sempre di fretta. Un cenno, due parole, niente di più.

In un’occasione mi mostrò sul telefono la foto di un bambino. Suo figlio. «È mio figlio, sta con i miei», disse, «così può crescere sereno, studiare. Con me non potrebbe…». Abbozzai un sorriso amaro e le dissi di capirla; i miei li vedevo ogni due settimane, senza spiegare altro. Annuì, come se sapesse. Poi entrò in casa. Io rimasi un attimo a guardarla — è bellissima — finché la porta si chiuse. In quell’attimo pensai a due persone che si sfiorano nel tempo di un respiro, prima che ognuno torni al proprio ruolo, in questa miserabile esistenza.

Questo fine settimana sarà tutto per i ragazzi. Sabato: pizza e birra, cinema, un briciolo di tristezza e qualche risata. Domenica: sport in TV, passeggiate al parco, tempo permettendo, videogiochi. Li osservo, provo a capirli, cerco di dargli una spiegazione, ma non è facile. Ogni sorriso, ogni discussione su cosa fare o vedere, su chi è il più bravo a Mario Kart, mi restituisce una normalità fragile, che costruisco a fatica.

Quando li riporto dalla madre, il silenzio in macchina è pura disperazione. Le mani sul volante, lo sguardo fisso davanti a me, mille pensieri che girano: perché era finita, perché avevo perso tutto, perché un bastardo si è messo tra noi, attirandola con la promessa di una vita agiata, portandomi via ciò che avevo costruito con fatica e sacrificio. E poi lei, le sue urla — ricordi ancora presenti, come schegge nella testa — «Fai schifo… non vali nulla… sei un poveraccio… guardati, sembri un barbone… come ho fatto a voler mettere su famiglia con uno come te». Una rabbia cieca mi stringe le mani sul volante, come a volerlo spezzare. Una fitta amara mi squarcia lo stomaco, ma sorrido nei loro silenzi. Li saluto in fretta. Se mi fermo, è finita. Li guardo sparire dietro le vetrate di quell’ingresso di lusso.

Rientro. Sul pianerottolo sento un singhiozzo. La porta della mia vicina è socchiusa. Mi fermo. Busso piano. Nessuna risposta, solo un pianto appena accennato. Entro. La casa è per aria. Lei è seduta sul divano, la testa tra le ginocchia, nascosta da una cascata di treccine. Mi avvicino piano. Non reagisce. Resto lì in piedi, poi mi siedo accanto a lei. Sussurro qualcosa, le chiedo che è successo. Aspetto. Alza il viso e mi guarda: il trucco colato, gli occhi gonfi, i lividi. Poi riabbassa lo sguardo. Restiamo così, in quel silenzio che sa di sconfitta. Per entrambi.

«È stato lui», sussurra. «I soldi non gli bastano mai. Devo darmi da fare… così mi dice. Mi ha preso tutto quello che avevo e se n’è andato. Io non ce la faccio più». Poi, con un sospiro: «Non ce la faccio davvero». Mi guarda come chi cerca risposte che io non ho.

Le sfioro una mano. È fredda. Non si ritrae. Le asciugo una lacrima, piano. Appoggia la testa contro di me. Le concedo un braccio su cui appoggiarsi. Le parlo piano, senza pensarci. Frasi semplici, buttate lì. Cose normali: i miei ragazzi, le loro risate, il cinema, le partite. Quanto sarebbe bello vivere senza tutto questo schifo che ci circonda. Il respiro si fa regolare. Un accenno di calma. Si addormenta così, contro di me. La sistemo sul divano. Le sposto una treccina dal viso. La guardo, così giovane, così bella. Perché. Cazzo di vite.

Rientro nel mio appartamento. Mi fermo in mezzo alla stanza. Respiro corto. Poi esplodo. «Basta.»

La voce si spezza mentre urlo tutto quello che ho dentro. La vita, il lavoro, la fatica, la merda addosso ogni giorno. Urlo finché non resta più niente.

Poi il vuoto, solo il sibilo costante del silenzio nelle orecchie.

Nel buio mi guardo allo specchio.

Eppure sorrido.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

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