Era un mercoledì… e pioveva

Serie: Resto a leggere in stazione


Non vidi il sole. Mi risvegliai confuso. Guardai lo specchio e vidi due nemici: la smania e il senso d’impotenza. In momenti del genere i pensieri sono lenti, ma bisogna correre. Più tempo passa più le sensazioni si rafforzano. Più tempo passa più hanno ragione d’esistere, vengono motivate. Ciò che sfiora e copre come un velo diventa realtà. Tangibile. Pesante. Ebbi due scelte: affidarmi al tempo o ad un proposito. Il tempo è decisamente inaffidabile, scorre costante, non s’importa di nulla e non rallenta, non aspetta. Ne ho sempre avuto paura, anche oggi mi terrorizza. È facile perderlo tra una scusa e l’altra. Cominciai a pensarci ma mi fermai. Era proprio ciò che non dovevo fare, ciò che avrei dovuto evitare. Scelsi il proposito. Avevo cominciato a scoprirmi e doveva essere il primo passo per un miglioramento. Non si può migliorare altro che se stessi eppure è così facile vedere imperfezioni in ogni cosa che ci circonda. Trovare soluzioni è molto più facile che applicarle. Raccattai i vestiti sporchi dal pavimento e da qualche sedia. Aprii le finestre e restituii a qualche mobile la libertà dalla polvere. Passai ore in movimenti lenti accompagnati da ragionamenti che ho dimenticato. Il tempo scorreva passivamente, mi muovevo e riordinavo il caos che mi impediva di estendermi, da esterno. Ebbi la sensazione di non aver fatto nulla mentre guardavo da qualche gradino più in alto il mio corpo muoversi. Ne riacquisì il possesso solo quando la luce decisamente troppo calda dei lampioni superò le tende. Era già sera. Tornai alla realtà e per non venir meno al mio neonato proposito mi vestì di iniziativa, di un maglione e del solito cappotto. Mi lasciai velocemente la porta di casa alle spalle per riportare, come d’accordo, quei due odiosi libri ad Ada. Uscì dal portone e notai di essere decisamente distratto quella sera. Pioveva. La pioggia è uno spettacolo ben più affascinante del sereno. I continui ticchettii delle gocce orchestravano tra le grondaie che creavano vortici e mulinelli. Piccoli corsi d’acqua che rasentavano il marciapiede culminavano in piccole grate. Tanti volti coperti e protetti evitavano la pioggia correndo rapidamente da un capo all’altro del lungo viale che conduce alla biblioteca. Si può descrivere la pioggia in molte maniere. In ogni poesia assume un significato diverso ed ogni volta ha un motivo diverso per piovere. Per ogni persona piove con toni differenti e c’è chi, sordo, neanche riesce a sentirla. Tuttavia, e di questo ne sono certo, quella melodia fu dedicata a me, e a me soltanto. Cantava e cantava di me, dei miei propositi; li incoraggiava. C’è chi vede la pioggia e si incupisce, chi la reputa tristezza terrena, ma la pioggia è forza. Lasciai cadere i libri a terra che in pochi secondi cominciarono a confondere le parole tra lettere sbiadite, sempre di più finché l’inchiostro non tornò a definirsi tale e le pagine non fossero più carta. Levai il cappotto e camminai, lentamente, lasciando la protezione di qualche palazzo. I primi brividi di freddo mi colpirono in testa e sulla schiena, gli occhi dovettero schiarirsi un paio di volte prima di accettare l’acqua. Avevo accettato la pioggia ed essa si era adattata a me. Mi contornava carezzandomi la pelle e il viso ad ogni occasione. Mi guardai attorno e m’accorsi che la gente non si curava di me, probabilmente neanche riusciva a vedermi. Ormai ero tutt’uno con la pioggia. I capelli fradici ed i vestiti zuppi, il peso di ogni secondo sulle spalle ed il vento che continuava a spingermi, sentivo tutto, e sentivo la sua forza. Un tacito accordo, una sfida ed una dimostrazione di vita. Ogni lacrima di pioggia un pugnale a cui tuttavia resistevo, nulla poteva negarlo, avevo assunto la sua forza. Ogni lacrima tra la pioggia una sfida, ma ben nascosta, impossibile da riconoscere. Quale connubio migliore per marcare un proposito. La pioggia cadeva per me e su di me diveniva completa. Un grido sotto la pioggia è quando di meglio si possa fare per risultare invincibili, ed io gridai, gridai fortemente, gridai con tutto il fiato che avevo. Gridai abbastanza da destarmi da quelle immagini e rinsavire. Camminai rasentando i palazzi per averne la protezione, con una mano alzavo il cappotto per ripararmi il capo e con l’altra vi nascondevo i libri per proteggerli.

Serie: Resto a leggere in stazione


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