La biblioteca notturna-1

Serie: Resto a leggere in stazione


Cadevo, cadevo e continuavo a cadere. Eppure ero pervaso da una flebile gioia che raramente incontrava le mie labbra. Il vuoto mi regalava leggerezza, una candida angoscia nell’inconfutabile certezza che il controllo, ormai, mi era negato. Attimi, piccoli sguardi e speranze che lanciavo disperatamente, è il rimpianto di un fallimento, l’eco lontano che non può essere udito. Tentavo di impormi un modus operandi per agire, per muovermi mentre la noia mi ancorava alla monotonia, era l’urlo silenzioso più rumoroso che potessi gridare. Ma nel vuoto si è soli con sé stessi e con tutti gli altri, la mia voce non raggiunge nessuno, non riconosco volti amichevoli e sono sicuro che a nessuno importi, nemmeno a me.

Mi risvegliai vestito di un lenzuolo consunto e di vergogna, il sole era già sorto da ore e la finestra accompagnava quei pochi attimi in cui la luce mi impediva di dormire.

Evitavo di affrontarmi stringendo il sonno finché i pensieri non divenivano troppo rumorosi, o per lo meno abbastanza da ricordarmi chi fossi. In fondo, mentire a sé stessi è prerogativa dei codardi, e degli sciocchi.

La tiepida luce dell’alba regala tranquillità e sicurezza, di contro svegliarsi con il sole già alto è come essere catapultati in modo decisamente troppo violento nella bolgia quotidiana, di un viavai di persone e di pensieri pronti a ricordarti quante ore e quanti sorrisi hanno già superato il tuo letto.

Scelsi distrattamente i vestiti ed il volto da utilizzare quel giorno e per non dimenticare le ore sprecate, raccolsi un sassolino. Ogni giornata comincia allo stesso modo, è difficile immaginare che un risveglio ordinario possa inaspettatamente portare un cambiamento, eppure non c’è preavviso né ordine quando il caos decide di intromettersi.

Mi affrettai a lasciare il mio appartamento. Sul pavimento erano sparsi calzini e mutande tolti nei giorni precedenti, la polvere aleggiava dolcemente tra i pochi mobili che riempivano la piccola stanza da letto ed un fascio di luce calda sembrava evidenziarla come a consigliarmi di aprire le finestre e donargli libertà. L’odore pungente che irradiava l’ambiente sembrava sparire ad ogni risveglio per tornare di sera, accompagnando il mio rientro a casa. Odiavo il disordine ma la pigrizia mi impediva di rassettare l’opera di puntinismo che decorava la casa, tuttavia, come un amico fidato, il disordine mi permetteva di sentirmi migliore nel momento in cui decidevo di sbarazzarmene, accompagnando propositi, speranze e progetti.

Decisi di evitare il traffico, raccolsi il cappotto dal tavolino vitreo che adornava il salotto, scuotendolo per liberarne la cenere di qualche sigaretta. Diedi un’ultima occhiata al disordine chiudendomi la porta di casa alle spalle. Non ricordo il cielo, certamente placido, non importa di tali contorni se non si è disposti ad accettarli. Dei passi che feci quel giorno, come ne feci in molti altri giorni, non ho memoria. É curioso come non ricordi la strada percorsa né i palazzi né i volti delle persone percorrenti quei viali. Tuttavia le sensazioni, quei volti anonimi scaturivano in me sensazioni d’odio che ragion non riesco ad attribuire se non a me stesso. Eppure li odiavo. Perché quei volti restavano lì ad essermi inutili? Non so se cercassi o se semplicemente desiderassi un volto diverso. Diverso da loro. Erano lì appoggiati su corpi che evitavo di definire tali per trovarne aggettivi più denigratori, non servendo ad altro. Cosa mai potevano offrire quei volti anonimi, banali, sorridenti. Avevano davvero un motivo per sorridere o erano semplicemente compiaciuti dal farlo? Non avranno di certo avuto storie degne di esser raccontate o idee capaci di sorprendere. Banali, superficiali, stupidi. Mi disgustavano e non potevo farne a meno. Sentire tale disgusto provoca tre reazioni scindibili da disgusto stesso. Prima di tutto la rabbia, rabbia che tali esseri debbano occupare posti decisamente meglio riposti ad idee e pensieri migliori di loro. La gioia che il senso di superiorità scaturito da tale vista provoca nell’osservare sacchi di carne empi d’ogni altro aspetto descrivibile, senso, che poi ho scoperto, esser ben più empio d’ogni feccia immaginabile. Ricordo un capannello di uomini robusti affiancato un bar dall’insegna inespressiva, quando m’affiancai a loro per dirigermi verso la biblioteca ne sentì un insieme di risa becere che sembravano esser motivate da qualche sorta di avvenimento sportivo. Mi fermai un attimo a guardarli, senza distinguerli, senza fissarne uno in particolare. Si susseguirono le due sensazioni di cui ho già parlato. Ad un tratto un uomo della comitiva si volse a guardarmi. Lo ricordo. Mi fissò con degli occhi eccessivamente piccoli e vispi coperti da lenti graffiate in più punti, i capelli unticci e disordinati adornavano un volto grassoccio di cui non distinsi i tratti, quanto il sorriso. Mi fissò per breve tempo ma sembrò durare molto più di quanto meritasse. Per un attimo temetti che fosse riuscito a leggermi e che avesse visto nei miei occhi il disgusto con cui li fissavo. Interruppe il contatto visivo dopo poco per tornare alla sua schiera di genti da bar. Bastò quel sorriso per evocare in me un’angoscia che mi impedì di pensare ad altro se non a me stesso, a quel sorriso ed alla terza reazione. Chi soffre d’arroganza ed ancor maggiormente chi disprezza i più vedrà prima o poi quanto ogni forma di disprezzo ritorni alla propria persona nel momento in cui, continuando a prestar odio, si vedrà superato da coloro che tanto tracotanti si avrà avuto l’ardore di giudicare. Non mi servivano grandi successi o imprese, bastò questo: lui sorrideva. Un sorriso beota ma che mai avrei sognato di etichettar quanto finto. Voleva forse dire che era felice? Dunque i miei pensieri e la mia ricerca a cosa dovevan portare se con tanta semplicità qualcuno di così insulso riusciva a trovar la felicità in qualcosa di assolutamente insignificante. Mi sentì estremamente debole davanti alla forza di quell’uomo nel riuscire ad essere felice. Mi portò molti pensieri negativi ma non volli dimenticarlo, e per non dimenticare raccolsi un sassolino. Continuai a camminare per qualche minuto con gli occhi rivolti a quel pensiero. Senza accorgermene giunsi dinanzi all’imponente palazzo marmoreo in cui era situata la biblioteca notturna.

Serie: Resto a leggere in stazione


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni