Era un mercoledì… e pioveva-3

Serie: Resto a leggere in stazione


Le luci della biblioteca erano fioche, illuminavano l’ingresso quanto bastava per non inciampare ed orientavano la vista verso il bancone che, con mia sorpresa, risultò vuoto. Mossi qualche passo e mi schiarì la voce sperando che Ada, sentendomi, tornasse alla sua scrivania. Aspettai quanto bastò per comprendere che non sarebbe arrivata. Mi diressi ai tavoli camminando a tentoni. La vista della grande sala nella sua interezza era preclusa dalle tiepide lampade che illuminavano ogni tavolo lasciandone il contorno preda dell’oscurità. Sembrò di vedere un insieme di piccole isole illuminate in un mare invisibile. Raggiunto il tavolo mi guardai intorno e con stupore mi accorsi di non riuscire a vedere oltre. Ogni tavolo diveniva un mondo separato dagli altri i cui unici segni di vita erano i timidi rumori che scambiavano con l’aria.

Sedetti su di una sedia non troppo comoda, il legno piegato dagli anni e dall’umidità spingeva sulla mia schiena ad evitare di concentrarmi su quelle pagine a cui avevo già rifiutato il mio interesse. Lessi varie frasi senza capirle e senza curarmene, senza ricordarmi di cosa parlassero e notando un’inquietudine che salì dal ventre, torcendomi stomaco e intestino fino ad annodarmi la gola, passando dal cuore. Raccolsi una sigaretta che fu rifiutata dalla biblioteca. Eppure quel luogo non mi parve lo stesso dove spesi tante ore, la mia vista non me ne concedeva certezza ed una strana forma di terrore avanzava velocemente dietro ogni ombra indistinta che affievoliva di quando in quando le luci sparse. Una voce mi fece trasalire, chiedendomi se il posto fosse occupato. Pensai fosse Ada. Nascosi la sigaretta spezzandola malamente in tasca e risposi con parole che si rifiutarono di farsi sentire, regalando qualche verso di consenso. Una donna sedette di fronte a me, delle labbra sottili tagliavano un volto pallido sul quale le luci del lumino danzavano all’unisono dell’imprevedibilità del fuoco. Venni scrutato da quegli occhi accusatori mentre ella mi incolpò di essere la causa della sua noia. La ragazza dai capelli d’un nero corvino indicò i libri che tenevo tra le mani e che di quando in quando sfogliavo colpendomi con un altro sguardo. Era lei dunque, che aveva chiesto quei libri ad Ada e che stava aspettando nient’altro che me per poterli leggere. Una risata strappo via il cipiglio dalla sua faccia e notando il mio stupore s’accentuò. Niente di male in una tale beffa ma la repulsione per le persone mi impose di sorridere senza mostrare troppo interesse, di consegnarle i libri accompagnati da parole cariche di scuse di circostanza e di sperare che sparisse in quell’oscurità da cui non l’avevo vista arrivare. Si sciolse i capelli dapprima legati e trattenuti da una matita come a volersi mettere a suo agio, aspettò qualche istante per far sparire quel sorriso che gli bloccava le labbra e si presentò.

<<Io sono Luna>> disse aspettando una risposta che neanche mi accorsi di dover dare.

<<Non troppo affabile per una persona che intende farsi perdonare>> mi apostrofò volgendo lo sguardo altrove.

<<Perdonare>> sussurrai.

Luna rimase li rendendomi preda di quegli occhi scaltri e di un riso che tentava di reprimere. Il perdono si concede o si nega, non è qualcosa che va meritato o guadagnato. Perdonare resta prerogativa di chi, ferito, sceglie di non ignorare il dolore ma neanche di soccombervi.

<<Me ne scuso, ma vivrò altrimenti anche senza il tuo perdono>>

Luna borbotto e sbuffo intimandomi quanto il nemico di una donna possa rimaner sopraffatto dalla perfidia di una vendetta. Trattenne un’espressione truce per qualche secondo che volse nell’ennesima risata.

Talvolta i momenti si stagliano al di sopra di ogni logica, di ogni pensiero e di ogni convinzione. Permettono azioni di cui normalmente non saremmo in grado e regalano occasioni che non è possibile preventivare. Non so perché ma tutti i momenti caratterizzati dalla loro importanza, oltre le persone, le parole e le volontà mi si presentano col sole ormai calato. Non avrei parlato con Luna, non le avrei raccontato nulla di me, non avrei speso le ore che spesi a trovare le parole giuste per risultare più di quanto credessi di essere agli occhi di una persona verso la quale non provavo nulla. Né considerazione, né interesse, né rispetto. Tuttavia i momenti sono in grado di plasmare a loro piacimento ciò che una persona farebbe normalmente e l’importanza di questi detta parole ben più importanti di quelle che diremmo solitamente. Alle volte tuttavia credo che ognuno abbisogni d’avere da parlare con un nessuno: qualcuno verso il quale non si prova nulla, di cui non ci si importi e di cui non si conosca niente. Ci sono parole che è difficile rivolgere a coloro che si ama o si odia, per motivi diversi. I primi vanno protetti dai demoni che accompagniamo giorno dopo giorno con noi e temiamo che mostrandoli costoro possano vederci diversamente, gli altri invece non meritano di sapere. Di certo tali parole non posso essere udite da qualcuno verso il quale non proviamo né amore né odio, persone di tale considerazione non corrispondono a ciò che ne definisce per ogni persona il valore ed insudiciare parole d’un tale peso con costoro sarebbe un’offesa verso il senso delle stesse. Tuttavia un nessuno, qualcuno di cui non sappiamo assolutamente nulla, che non amiamo, non odiamo né conosciamo abbastanza per renderlo indifferente ai nostri occhi talvolta può risultare la persona giusta. Una persona che, dettata dal momento, assume un valore assoluto e che può udire ciò che nel tempo che esula gli istanti intensi della nostra vita non viene pronunciato. Una tale persona, che terminato il frangente in cui i nostri pensieri divengono i suoi torni ad essere nessuno, senza mai più vederla, ne considerarla, ne scambiarvi parola, è decisamente la persona ideale con cui aprirsi. Per quella notte Luna fu il mio nessuno.

Serie: Resto a leggere in stazione


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