Ero Felice

Il torpore lasciò il mio corpo. Il mondo attorno a me ricomparve con suoni ovattati ed immagini sfocate.

“Ben svegliata signorina.”

Il volto non più giovane e grezzamente truccato dell’infermiera fu la prima cosa che vidi nitidamente. Provai a risponderle, ma non emisi che versi incomprensibili.

“Non si sforzi, si è appena svegliata e ci vuol tempo per buttar fuori tutta l’anestesia. Ma intanto, come aveva chiesto, può vederlo.” Dicendo questo posò un piccolo contenitore argentato sul bordo del comodino. Provai ad alzarmi, ma non vi riuscii.

“Guardi, usi questo.” Dicendolo mi porse un piccolo telecomando bianco con stilizzate sopra due frecce. “Serve per regolare lo schienale”

Un leggero ronzio accompagnò la mia salita. Lentamente quel maledetto parassita si mostrò a me come l’inutile cumulo di carne e sangue che era. Finalmente la mia maledizione era stata asportata.

“Come si sente signorina?”

“Felice” quella fu la mia prima parola. Finalmente ero libera di realizzarmi come donna.

“Se posso… come si chiamava?”

“Marco.”

 

L’aula era gremita, molti conoscenti, alcuni amici, sconosciuti quanto basta e nessun parente; essi scomparvero a vario titolo dopo l’operazione, quello fu il prezzo della mia libertà.

Davanti a me, oltre ad una pesante cattedra di legno scuro, la commissione d’esame e al mio fianco tre miei compagni di corso, tutti uomini.

“Fa sempre piacere conferire la laurea a giovani così meritevoli.” Chi parlava era il rettore, un uomo molto vecchio con occhiali fuori moda da quando la televisione trasmetteva in bianco e nero, oltre che un gigantesco porro quasi al centro della pelata. Continuò svariati minuti con complimenti vuoti come solo quelli proferiti da una voce sconosciuta possono essere. Finalmente terminò.

“Qualcuno vuole aggiungere qualcosa?” chiese rivolgendosi agli altri professori.

“Sì” fu Giuseppe, mio relatore, a rispondere. Quarant’anni, capelli totalmente bianchi che sovrastavano un volto perfettamente rasato e gioviale. Una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto.

“Chi di voi intende continuare nella ricerca?”

Alzai la mano solo per ritrovarmi nell’imbarazzo della solitudine. Ero la sola a volerlo fare.

Giuseppe mi fissò con i suoi stupendi occhi grigio chiaro. Un sorriso gli si dipinse sul volto.

“Sono contento quando una ragazza,specialmente con queste potenzialità, decide di dedicarsi alla ricerca. Ma sono curioso, non potrei non esserlo, come mai? Cosa la spinge?”

Ispirai profondamente.

“Credo che il massimo successo dell’essere umano sia il dominio sulla natura e la capacità di correggere alcune sue ingiustizie. Voglio lavorare per aumentare questo nostro potere.”

Mi sorrise senza proferir parola.

 

Dopo la festa, di cui mi rimangono solo sfocati ricordi, la mia vita proseguì in maniera non dissimile a prima: si studiava, ma questa volta l’obiettivo era l’ammissione al dottorato.

Non che mi sia pesato, pochi amici e nessuna famigli aiutano nello studio.

Meno distrazioni.

 

Il sole splendeva in cielo, dietro di me il tabellone che certificava il mio successo. Chiusi gli occhi e riempii i polmoni con tutta la calda aria che potevano contenere, volevo che quel momento penetrasse in me il più possibile.

“Sapevo che ci saresti riuscita.”

La profonda voce mi sorprese alle spalle.

Giuseppe!

Il cuore accelerò, pensai che fosse per lo spavento, mi sbagliai.

” Buongiorno professore” mi stupii del tremore della mi voce ” Grazie, ma…” le mie parole vennero ricacciate in gola dal suo dito posato sulle mie labbra.

“Non devi ringraziarmi” ritrasse la mano “A volte si incontrano persone molto speciali, persone a cui si possono vedere chiaramente in mano le briglie della propria vita.” I suoi occhi mi trafissero fino ad una profondità che non credevo di possedere. ” Tu sei una di quelle.” decretò “É per questo che per i prossimi tre anni sarai con me a lavorare”

Il cuore aumentò così tanto il battito che non mi sarei sorpresa di vederlo balzare fuori dal petto.

Del resto di quell’incontro mi ricordo poco, ma ho ancora ben impresso nella mente che me ne andai felice.

Da lì a due settimane avrei iniziato il lavoro nei laboratori.

 

Lui c’era sempre, mai lo vidi arrivare o andare via. Qualche volta pensai addirittura che vivesse lì. Fu a metà del secondo anno che mi chiese di iniziare a stare con lui fino a tardi, si giustificò dicendo che apprezzava molto il mio spirito critico. Ovviamente mentiva, ma io volli credergli.

Ci volle del tempo ma infine successe; una sera, il dipartimento era deserto, su un tavolo del laboratorio, fu stupendo e la prima volta che veramente feci l’amore da donna.

Dopo quella notte scoprì che una casa effettivamente l’aveva. Un delizioso e ordinato appartamento in centro.

Tenemmo segreta la nostra relazione sino a quando terminai il dottorato.

Poi mi trasferii da lui.

Ero felice.

 

“Mi spieghi perché non vuoi andare dal dottore?”

Per la prima volta sentii la rabbia nella sua voce. I suoi occhi erano sbarrati e l’appartamento parve stringersi su di me.

“Non posso…” questa fu la mia risposta, il peso delle mie menzogne mi cadde sulle spalle tutto in un colpo.

Gli avevo sempre mentito e ora non avevo la forza per poter spiegare. Mi trovai accovacciata a terra con il volto tra le mani. Piansi come mai prima, sentivo il trucco colarmi sul volto e mi parve che la collana divenisse così pesante da portemi staccare la testa.

Con la poca forza che mi rimaneva spinsi fuori l’unico pensiero che la mia codardia non volle racchiudere nell’ammasso tremante che era il mio corpo “Le scoperte… quelle sono le nostre figlie… non ti bastano?”

“Ovvio che no” pensai.

Lui si sedette accanto a me.

” Ascolta” ora la sua voce pareva calma ” io voglio un figlio, voglio potermi specchiare nei miei stessi occhi. Hai detto che ci avremmo provato. Ormai ho quarantacinque anni, non posso aspettare. Andiamo lì e ci diranno chi dei due ha problemi… magari sono io. Troveremo una soluzione e finalmente potrò donare al mondo un altro essere come te.”

Mi posò delicatamente la mano sulla guancia e portò il mio sguardo nel suo. I suoi occhi erano così dolci.

” Maledetto Marco! Questa è la tua vendetta per averti ucciso” pensai.

“Vedrai, sistemeremo anche questa ingiustizia della natura.” quelle sue parole non fecero altro che farmi schiantare nuovamente contro l’insuperabile ingiustizia della mia nascita.

Piansi più forte.

Lui rimase con me.

Gli chiesi di lasciami sola.

Quando se ne andò presi tutta la mia roba e scappai via.

Io amavo quell’uomo, ma non potevo esaudire il suo desiderio a causa di quello che sono. Non potevo spiegare, perché ho mentito troppo e il peso di quelle bugie mi schiacciava.

 

” Quindi: sì. Sono stata felice anche senza di voi, ma ora è tutto finito, perché mai potrò diventare come vorrei, mai potrò essere come te sorellina.” alzo lo sguardo, solo poche nubi bianche in cielo “Te come stai?”

” Come vuoi che stia? Tu te ne sei andato dieci anni fa e ti ripresenti al funerale di mamma pensando che non avrei riconosciuto mio fratello solo perché si è fatto tagliare il cazzo”.

Ora il suo volto, un tempo così grazioso, è segnato da nuove lacrime e da un misto tra rabbia e tristezza.

” Sto male Marco, ecco come sto. La mamma è morta, mio fratello è una donna e sono stata piantata una settimana fa.” si asciuga le lacrime “sai perché mi ha lasciata?”

Non riesco a rispondere, la sua disperazione mi atterrisce.

” Perché vuole un figlio e io sono sterile. È impossibile che abbia figli. Così dicono i dottori.” Sputa per terra.

“Maledetta ironia, non trovi Marco? Entrambe ora siamo donne in egual maniera, oppure nessuna delle due lo è” Alza lo sguardo al cielo ” Vedi? Hai vinto. Mi hai raggiunta. Ora nessuna di noi è una donna. Ma con questo hai anche perso, infatti come vedi la tua bella scienza non ha il dominio di questa natura crudele ed ingiusta.”

Il suo sguardo si sposta in basso, piange come quando aveva cinque anni e come allora mi si getta tra le braccia.

Mi stinge forte e chiede “Cosa siamo?”

” Persone” rispondo senza pensare.

Si scosta dal mio petto quel tanto che basta per guardarmi in viso.

“Marco… ora come ti chiami?”

“Veronica”

” Bel nome sorellona.”

 

Siamo le ultime a lasciare il cimitero, un freddo vento spazza il parcheggio ormai vuoto.

“Io ero felice” gli occhi di mia sorella sono persi lontano all’orizzonte “ma ora non più, non mi rimane più nulla per cui esserlo. Quando mi ha lasciato ho sentito come se qualcosa dentro me sia morto, ho sentito che in un solo istante tutta la felicità che mi aveva donato mi veniva strappata via. Ho perso tutti quegli anni per nulla…”

I suoi occhi tornano su di me carichi di lacrime.

“Non credo che non ti sia, ci sia, rimasto nulla. Ci rimane il ricordo di quei momenti felici. Io ero felice, prima di lui non sapevo nemmeno cosa fosse questo sentimento. Ora lo conosco bene, grazie a Giuseppe.”

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Discussioni

  1. Temi argomenti molto delicati su cui mi vine difficile esprimermi, forse l’unica cosa che mi sento di dirti è di rendere ancora più incisivi i dialoghi.
    All’inizio ho fatto molta fatica a capir di cosa stessi parlano, ma credo sia voluto come gioco di scoperta alla storia, quindi brava.

    1. Grazie per il consiglio, fa piacere avere feedback costruttivi. L’inizio è volutamente confuso ed ambiguo. Per quanto riguarda i temi mi rendo conto della loro complessità, infatti la gestazione di questo racconto non è stata delle più rapide, anche perché man mano che scrivevo si arricchiva di svariate sfumature che non erano certo facili da gestire, ne tantomeno stendere, in sole 1500 parole. Comunque il mio obiettivo non è certo dare una spiegazione o trasmettere cosa dovrebbe essere tutto ciò per me, anche perché se avessi le idee chiare mi mancherebbe il contrasto interiore che mi porta a scrivere, ma muovere qualcosa nel lettore portandolo a pensare e/o a sentire qualcosa mentre leggere, oltre a scrivere qualcosa che sia anche piacevole. Non so se mi sono spiegato.

    2. Quando si parla di alcune tematiche non è mai facile, e sì capisco benissimo che dover attenersi alla brevità non è così naturale e immediato.
      Certo, ti sei spiegato benissimo, ed è proprio questo il bello,ognuno ha il suo modo di scrivere e anche il modo di vivere la sua scrittura, quini per ognuno è una rappresentanza di ciò che vuole dare.
      Aspetto di leggerti in altre storie 😀