Errore umano

Serie: The place


Il trio di Mina, Oswald e Jonathan prosegue il viaggio per la casa di Vera, amica di Mina. Durante il tragitto ci si interroga sulle cause dell'attacco nucleare

“Io e Mina” attaccò Oswald dopo una lunga pausa. Si erano lasciati alle spalle il condominio in fiamme, ma le colonne di fumo erano ancora ben visibili. “Noi ci chiedevano se verranno i soccorsi. O se invece ci sarà un’invasione da parte di qualche esercito nemico. Tu cosa ne pensi?”

“Non credo che arriverà alcun nemico” disse Jonathan convinto.

“Che intendi?” chiese Oswald alzando lo sguardo dall’asfalto e posandolo sul ragazzo.

“Negli ultimi due o tre anni” spiegò Jonathan, “mio padre ha fatto avanti e indietro dalla base militare. Ed era sempre al telefono. Delle volte eravamo insieme nel soggiorno…” si fermò dubbioso. “Insieme è un parolone, più che altro ce ne stavamo seduti su due poltrone ai lati opposti della stanza, io leggendo un romanzo e lui una rivista giuridica. Spesso capitava che squillasse il telefono, e lui dopo aver ascoltato nel ricevitore qualche istante prendeva il telefono e lo portava con sé nel suo studio. Quando faceva così, sapevo che c’erano di mezzo i militari.”

Un boato giunse dal centro della città. Seguì uno stridente clangore metallico, poi il silenzio. Mina ora si immaginava Jonathan seduto sulla poltrona davanti a suo padre. Immaginava che fosse in imbarazzo, perché sapeva che suo padre lo disdegnava, e che avrebbe preferito se invece di leggere un romanzo senza farsi troppe domande sul mondo attorno a sé avesse invece studiato legge. Si chiese se anche lui avesse provato a compiacere il volere del padre. Forse, quell’uomo non meritava di essere illuso. Non meritava un bel niente, perché sapeva solo dispensare odio, e camminare sulla testa degli altri. Per la prima volta, Mina non desiderò di essere qualcun altro.

“Una mattina eravamo seduti l’uno di fronte all’altro, ognuno assorto nelle sue letture. Squillò il telefono, lui rispose, ascoltò un attimo e corse nello studio. Mi alzai e lo seguii, nascondendomi dietro la parete. Il cavo che dalla presa nel muro varcava la soglia dello studio impediva che la porta si chiudesse completamente, quindi potevo sentire tutto. Lo sentii balbettare nel ricevitore, come un ragazzino intimorito del suo capo il primo giorno di lavoro. Piagnucolava scuse, supplicava seconde possibilità. Rimasi in ascolto per qualche minuto, fino a quando tentai di muovere una gamba che mi si stava intorpidendo. Inciampai in quel maledetto cavo; mi sfuggì un vaffanculo. Non feci in tempo a togliere lo sguardo dai piedi aggrovigliati nel filo, che mio padre mi fu addosso. Agitava i pugni nell’aria, e sbraitando mi sputò involontariamente in faccia.

“Mi disse che non erano affari miei, che non potevano esserlo, perché non ne ero all’altezza. Che avrei fatto meglio a restarmene zitto sulla poltrona. Mi diede un ultimatum: se non mi fossi laureato entro un anno, avrei dovuto lasciare la sua casa.”

Jonathan rise. “Sul momento pensai di tirargli un destro, convinto che gli avrebbe finalmente sistemato il cervello, ma più tardi capii che quella telefonata riguardava qualcosa di molto importante. Lui – o qualcun altro, non lo so – l’aveva combinata grossa.”

Oswald esitò. Disse: “Un errore umano?”

Jonathan annuì distrattamente e proseguì: “Posso giurarvi che volevo aiutarlo. Non sapevo cosa fosse successo e non mi interessava, ma… ecco, mi preoccupava saperlo nei guai. Forse perché io stesso conosco bene cosa vuol dire esserci”. Jonathan alzò gli occhi al cielo, grigio per la polvere. “Credo che sia stata la prima volta che ho desiderato una cosa simile” disse, poi sospirò. “Di sicuro è stata l’ultima” aggiunse, e la voce gli si fece amara. “Una sera, saranno passati due giorni, mi affaccio al soggiorno. Lo trovai seduto sulla sua poltrona. Non stava leggendo, fissava il vuoto. Ero sul punto di estrarre dalla tasca i due biglietti d’ingresso per il Club di Golf che avevo preso quella mattina – da spendere insieme, ovviamente – quando di colpo alzò lo sguardo, e si accorse della mia presenza. Mi fissò per un lungo istante e disse: “Ti mancano trecentosessantatre giorni.”

Il silenzio calò fra il gruppo. Solo lo scricchiolio dei vetri sotto le suole penetrava nell’aria polverosa.

“Avevo la mano in tasca; afferravo i biglietti, pronto per estrarli. Le dita mi si chiusero in un pugno, riducendoli in brandelli. Non risposi. Uscii di casa e non ci tornai più. Quella notte dormii fuori, e a mezzogiorno del mattino dopo il mondo era finito.”

Tornò il silenzio. Mina cercava di immaginarsi un campo da Golf, che non aveva mai visto di persona, dove padre e figlio giocavano dandosi pacche sulla spalla. Forse anche Jonathan sperava di ritrovare suo padre in mezzo alle macerie? Forse anche lui, proprio come lei, aveva un suo progetto post-apocalittico; qualcosa a cui aggrapparsi. E se invece non l’aveva?

“Non mi torna una cosa” disse Oswald dopo un po’. “Perché, se si tratta di errore umano, non si sono ancora visti soccorsi?”

Jonathan alzò le spalle e scosse il capo.

Non parlarono più; camminarono e basta. Mina si ripeteva mentalmente le parole di Jonathan.

Un incidente… un test sfuggito di mano.

E non riusciva a distogliere lo sguardo dal collo di Oswald.

Si chiedeva se la pelle arrossata sul suo collo fosse dovuta al sole che aveva ripreso a battere sulla città. 

Continua...

Serie: The place


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