Famme Fatale

L’odore e il sapore della tequila sembrano essere l’unica cosa in grado di anestetizzarmi, ormai non comprendo più se sia io a vivere la mia vita o lei a vivere me e io devo scegliere quale ho intenzione di seguire. Dentro di me, due persone lottano per riuscire a venir fuori, per imporsi su me stessa come fossi un guscio privo di arbitrio e pensiero. Io voglio vivere, sentire il sole sulla pelle e poter correre nel bel mezzo di una piazza affollata e potrei farlo. Potrei davvero.

Ma non avrei te.

E tu sei la vita che vuole vivermi.

Tu sei inverno pieno, la neve che ti arrossa le mani e il vento che ti spacca le labbra. Sei quella pioggia maledetta che si insinua tra il colletto della camicia e la pelle, provocando brividi gelidi. E io, che ho sempre amato il tepore nel gelo, mi sono dovuta accontentare di non morire assiderata.

Entri e esci dalla mia vita come si fa in un bagno pubblico, mi usi, abusi e te ne vai lasciandomi sporca e inutilizzabile. Non ti importa cosa succederà dopo, non ti importa chi mi incontrerà chiusa la porta, prendi ciò che ti serviva e vai via. Metti le tue mani su di me con la stessa delicatezza di un pugile che prende a pugni il sacco appeso al soffitto, colpisci, lasci lividi e graffi e io resto immobile a permettertelo. Non ho la forza di mandarti via, l’unica volta che l’ho fatto sei sparita per troppi mesi lasciandomi come unica amica la paura di non vederti ritornare. Non una chiamata, non un messaggio. Ti sei ripresentata alla mia porta con quel sorriso di chi sa di vincere sempre e un nuovo colore di capelli. Sei entrata come fosse casa tua, gettando uno zaino per terra lontano. Quando sei entrata nei miei occhi, di nuovo, questi si sono riaccesi. Come se fossi stata cieca fino a quel momento, come avessi un sacco a coprirmi la testa che hai appena tirato via. Giri per casa, tocchi cose, annusi i mie vestiti come se il mio odore non andasse più bene per te. Apri il frigo cercando non so cosa, riesco a malapena a prendermi cura di me stessa figurarsi pensare a chiunque altro. Sei così a tuo agio nel mio tormento che non ti sei nemmeno accorta che sono ancora ferma accanto alla porta, le dita ancora attorno alla maniglia, incredula. Da quanto non ti vedo? Settimane? Mesi? Anni? Forse solo secondi, non lo so. Mi hai completamente resa disfunzionale nei confronti di me stessa, comprendo di star respirando solo perché non sono svenuta in apnea. Ti volti a guardarmi e io non ho abbastanza alcol in corpo per poter sostenere la biotite che hai negli occhi. Sorridi sfacciata, sorridi beffarda, sorridi cattiva. Sai che ti lascerò fare ancora una volta quello che vuoi con me, con la mia vita, con la mia pelle. Ti avvicini passando una mano tra i lunghi capelli che hai tinto di viola, sai che mi fa impazzire il modo in cui lo fai. I tuoi passi sono veloci, rapidi, così come i tuoi gesti. Mi prendi per i fianchi e ti vieni a schiantare contro di me come un treno su un’utilitaria, spingi indietro ed è insieme che chiudiamo la porta di casa. La tua bocca sa di fumo, di liquore, di dramma. Conosci così bene la pianta di casa mia che riesci a portarmi in camere da letto a occhi chiusi e senza inciampare nei miei piedi. le mie mani si sono aggrappate alla tua maglia come una bambina al padre in un lunapark affollato, hanno sempre bisogno di aggrapparsi. A te che sei la mia pallottola preferita, al lavoro che è un sedativo, alla vita che non ha ancora deciso se vivermi o lasciarmi vivere. Come una perfetta famme fatale mi obblighi a seguirti nelle tue ombre, in quel posto che ha come unica luce i tuoi occhi scuri. Mi schiacci sotto il tuo peso mentre cadiamo sul materasso, mi svesti in un attimo e senza chiedermi il permesso. Ma anche se lo avessi fatto, non ti avrei mai negato di possedermi, di lasciarmi tutte le cicatrici che vuoi. Lascio che mi trasporti ovunque tu voglia sul tuo corpo e che tu faccia lo stesso con il mio perché nonostante so che mi ucciderai, non posso fare a meno di te. Sei una dipendenza per la quale non esiste centro riabilitativo, sei una radiazione che fa danni a lungo termine. Sei tutto ciò che odio e l’unica cosa che riesco ad amare, sei la giornata di temporale nel bel mezzo del ferragosto e il Natale che arriva di domenica. Ma io amo la pioggia e le feste sono sopravvalutate.

Riempiamo la casa di noi, di ricordi con i quali dovrò convivere e di incubi che mi faranno compagnia finché non deciderai che è tempo di uccidermi ancora e non voglio viverne uno a occhi aperti. Non voglio assistere al momento in cui lascerai questo letto per prendere un treno che ti porterà a cinque minuti o a cinque mesi da me. Quindi mi addormento, lascio che tu possa affondare la freccia tra le scapole senza che io possa in alcun modo ribellarmi e senza darti possibilità di fingerti anche vagamene umana.

Sogno.

Sogno una vita migliore per noi due. Sogno di ridere con te in questo letto, che tu sia un uomo così almeno potrei parlare a qualcuno di te invece di fingere che non mi sia innamorata di una donna. Sogno di poggiare la testa sul tuo petto, che mi stringi forte e ridiamo insieme di una qualche battuta idiota. Sogno di sentirmi protetta, di non aver paura che quando tornerai ad essere mostruosamente te io non crollerò di nuovo. Sogno di svegliarmi e di trovarti ancora qui.

Mi sveglio e non serve aprire gli occhi per comprendere che sei sparita di nuovo. Me lo dice il gelo che c’è nel letto, me lo dice il solo profumo di vaniglia che si disperde dalle lenzuola, me lo dice il cuore che ha già preso a incrinarsi. Mi alzo tenendomi il lenzuolo sul seno, guardandomi attorno, ma non c’è nulla. Niente in casa segna il tuo passaggio qui, stanotte. Tutto sul mio corpo descrive per quante volte mi hai fatta tua.

Vado in cucina per versarmi un bicchiere d’acqua, anche se avrei bisogno di una bottiglia di tequila per non sentire il dolore che si espande dal petto come le radici di un albero.

La settimana prossima forse ricomincerò a respirare.

Tra due forse i lividi saranno spariti.

Tra tre saprò mentire a me stessa, non ricapiterà.

Tra quattro aspetterò il tuo ritorno come una vedova il soldato.

Poi tornerai.

Forse mi troverai ancora in apnea, forse con i lividi, forse sulla porta. Ma tornerai. E io ricomincerò il mio ciclo in questa bolgia infernale.

Perché la vita ha deciso di vivermi o io ho deciso di farglielo fare.

Perché io non so vivere.

Io, so solo aspettare la prossima pallottola.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Simona, ormai ci conosciamo e sai cosa penso del tuo modo di mettere a nudo le emozioni. Ero tentata di mettere un like, perché senza parole, come ho fatto in altre occasioni. Dico solo questo: hai un grande dono e sono felice che tu lo abbia messo a disposizione degli altri. Riesci a trapassare i cuori.

    1. Simona Lombardi Post author

      Ciao Micol,
      i tuoi complimenti mi fanno sempre arrossire anche se ci conosciamo!
      Grazie,
      S.

  2. Cristina Biolcati

    Bello questo viaggio nella mente di una donna che soffre, ed essere testimoni diretti delle sue elucubrazioni. Delle sue paure e debolezze. Della sua forza di rassegnarsi e spettare. Ciao Simona, alla prossima 👍

  3. Claudio Chiavari

    Simona!
    Un pugno nello stomaco la tua storia. Un pugno che ti colpisce e rimane là…in attesa di somatizzare tutto quello che ha scosso!
    Sei stata bravissima a descrivere le emozioni, positive e negative, della protagonista!
    …e poi un incipit da paura!!!
    Complimenti!

    1. Simona Lombardi Post author

      Grazie infinite per le bellissime parole, davvero. Non saprei che altro aggiungere.
      Spero alla prossima,
      S.