Fili invisibili
Serie: Di ombre e luce
- Episodio 1: Prologo
- Episodio 2: Premonizioni
- Episodio 3: L’addio a Milano
- Episodio 4: Dall’Europa all’America
- Episodio 5: Anahí, tra sogni e tradizione
- Episodio 6: Una bambina sotto la luna
- Episodio 7: Dove finisce il mare
- Episodio 8: Straniero tra fratelli
- Episodio 9: Quando il vento cambia
- Episodio 10: Una parte di me resta qui
- Episodio 1: Tra le righe del massacro (parte prima)
- Episodio 2: Tra le righe del massacro (parte seconda)
- Episodio 3: Orizzonti
- Episodio 4: Oltre il buio del Paraná (parte prima)
- Episodio 5: Oltre il buio del Paraná (parte seconda)
- Episodio 6: Oltre il buio del Paraná (parte terza)
- Episodio 7: Il canto della terra lontana
- Episodio 8: Quello che resta
- Episodio 9: Gli uomini non vivono da soli
- Episodio 10: Fili invisibili
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Quella sera, nella stanza della locanda, Pietro lesse fino a tardi. Frédéric stava seduto sulla sedia, con le gambe allungate e il tamburo sulle ginocchia. Ogni tanto batteva un ritmo leggero, finché Pietro gli tirò una scarpa.
«Se continui, ti butto giù dalla finestra.»
«Leggi ad alta voce, almeno mi istruisco anch’io.»
Pietro esitò, poi lesse alcune righe sul telefono e sulla voce che poteva viaggiare attraverso un filo. Frédéric ascoltò con un’espressione seria che gli durò poco.
«Quindi un uomo parla qui e una donna lo sente laggiù?»
«Così pare.»
«Pericoloso.»
«Perché?»
«Perché adesso anche da lontano possono rimproverarti.»
Pietro rise della battuta, ma quella possibilità lo affascinava. Una voce che attraversava lo spazio, un pensiero capace di arrivare dove il corpo non poteva andare. Non era soltanto un’invenzione, per lui significava un modo nuovo di stare nel mondo.
Nei giorni successivi altra gente cominciò a fermarsi davanti alla locanda e i due furono presto riconosciuti. Qualcuno li chiamava ‘gli stranieri’, altri ‘i musicisti’. Ramiro, che all’inizio li aveva tollerati appena, si era oramai accorto che quando loro suonavano i tavoli si riempivano più facilmente e smise di lamentarsi del rumore.
Una sera, dopo una canzone più vivace, un uomo ben vestito si avvicinò e posò alcune banconote sul tavolo. Erano più di quanto ricevessero di solito in una settimana.
«Suonate anche per feste private?»
Frédéric anticipò Pietro. «Dipende dalla festa.»
«Compleanno. Casa importante.»
«Quanto importante?»
L’uomo guardò prima Pietro e poi Frédéric, con poca voglia di scherzare. «Casa di Don Carlos Paz.»
A quel nome Pietro sollevò appena il mento. Il francese gli lanciò un’occhiata rapida, divertita e cauta insieme.
«Quando?»
«Sabato prossimo. Cinquanta persone, forse di più.»
Frédéric si piegò verso Pietro e abbassò la voce. «Quelli pagano meglio di Ramiro.»
«E comandano peggio.»
«Appunto. Facciamogli pagare anche quello.»
Pietro rimase in silenzio per qualche istante. Non amava l’idea di suonare per chi viveva dietro cancelli e porte alte, ma non poteva negare di essere curioso. La casa di Don Carlos gli era passata davanti ogni mattina, con le sue porte sempre sbarrate che ora qualcuno gli stava aprendo.
«Va bene.»
L’uomo annuì. «Presentatevi puliti.»
Frédéric si guardò la camicia macchiata. «Allora abbiamo un problema.»
Quando l’uomo se ne andò, i due rimasero in silenzio. Poi Frédéric prese il tamburo, batté due colpi secchi e sorrise.
«Vedi, italiano? Te l’avevo detto. Io porto fortuna.»
Pietro raccolse la chitarra e se la mise in spalla. «Per ora hai portato guai.»
«Finiscila, tano.»
Quella notte Pietro faticò ad addormentarsi. Frédéric russava nel letto accanto. Sul tavolo illuminato dalla luce fioca della lampada c’erano il libro di Kropotkin e quello sulle invenzioni. Li guardò a lungo, pensando ai Morales, alla chitarra ricevuta da Miguel e alle prime sere in cui aveva suonato quasi per timidezza. Ora qualcuno lo invitava nella casa dell’uomo più importante del paese e gli venne da sorridere. Non era ancora arrivato da nessuna parte, ma per la prima volta ebbe l’impressione che, camminando senza sapere bene dove andare, fosse comunque riuscito a mettere un piede su una strada che poteva portarlo lontano.
Il sabato arrivò con un vento caldo che sollevava polvere lungo la strada e faceva sbattere le imposte delle case. Quando Pietro si svegliò, il letto di Frédéric era vuoto. Doveva essere uscito presto, senza fare rumore.
Pietro passò la mattina a sistemare la chitarra, cambiando una corda consumata che minacciava di cedere proprio nel momento meno opportuno.
Frédéric tornò poco dopo con una camicia chiara sotto il braccio.
«Questa me l’ha prestata una lavandaia» disse, mostrandogliela. «Dice che devo restituirla senza macchie.»
Pietro sollevò appena lo sguardo dallo strumento. «Allora non mangiare.»
«Tu sei un uomo senza fiducia.»
«Può essere, ma ti ho visto mangiare.»
Frédéric si mise la camicia davanti allo specchio piccolo appeso al muro e si osservò con esagerata serietà. Era troppo stretta sulle spalle, ma pulita. Pietro indossava l’unica camicia buona che aveva, lavata la sera prima e asciugata alla finestra. Non era elegante, ma almeno non portava addosso la polvere della strada.
Nel tardo pomeriggio si diressero verso la casa di Don Carlos, il punto verso cui sembravano convergere persone, fili, voci e decisioni. Davanti al cancello c’era un uomo che dava indicazioni a due ragazzi incaricati di spostare alcune sedie. «Dove le mettete? Lì no. Lì inciampano tutti» arrivò una voce dall’interno.
Poco dopo comparve Don Carlos. Non aveva l’aspetto solenne che Pietro si era immaginato. Portava una giacca chiara, ma aveva le maniche rimboccate e teneva in mano un metro di legno. Era un uomo sulla sessantina, di bell’aspetto, con i capelli ancora scuri e uno sguardo rapido, abituato a vedere il dettaglio e l’insieme delle cose.
Quando si accorse dei due musicisti, interruppe ciò che stava facendo. «Voi siete quelli della locanda di Ramiro.»
Frédéric si tolse il cappello con un gesto teatrale. «Dipende da cosa le ha raccontato Ramiro.»
Don Carlos lo osservò un istante, poi sorrise. «Mi ha detto che da quando suonate voi, vende più vino. Per me basta.»
Pietro rimase un passo indietro, stringendo la chitarra. Don Carlos gli tese la mano per primo. «Tu sei l’italiano.»
«Pietro.»
«E tu?»
«Frédéric. Francese, ma non per colpa mia.» Questa volta Don Carlos rise più forte e li fece entrare senza altre formalità.
Il patio era pronto. Le sedie per gli ospiti correvano lungo una parete; dalla parte opposta, un tavolo era stato apparecchiato con bottiglie, bicchieri, pane, formaggi e carne fredda. Due ragazze entravano e uscivano dalla casa, scambiandosi parole concitate. Una stringeva alcuni fogli su cui Pietro riuscì a distinguere una fila di nomi.
Lui osservava senza dare nell’occhio. Gli bastò poco per capire che non tutti erano entrati da quella porta allo stesso modo. C’era chi chiamava le ragazze per nome e si serviva da solo; chi, invece, aspettava che fosse Don Carlos a rivolgergli la parola prima di avvicinarsi al tavolo. Le differenze stavano nei gesti, più che negli abiti.
Don Carlos li condusse in un angolo del patio.
«Suonate da qui. Vi sentono tutti e nessuno vi pesta i piedi.»
Frédéric appoggiò il tamburo e si guardò intorno.
«È già meglio di molti posti dove abbiamo suonato.»
Don Carlos sollevò appena un sopracciglio. «Dove avete suonato?»
«Dove ce lo hanno lasciato fare.»
Serie: Di ombre e luce
- Episodio 1: Tra le righe del massacro (parte prima)
- Episodio 2: Tra le righe del massacro (parte seconda)
- Episodio 3: Orizzonti
- Episodio 4: Oltre il buio del Paraná (parte prima)
- Episodio 5: Oltre il buio del Paraná (parte seconda)
- Episodio 6: Oltre il buio del Paraná (parte terza)
- Episodio 7: Il canto della terra lontana
- Episodio 8: Quello che resta
- Episodio 9: Gli uomini non vivono da soli
- Episodio 10: Fili invisibili
“Sul tavolo illuminato dalla luce fioca della lampada c’erano il libro di Kropotkin e quello sulle invenzioni.” Pietro forse sta intuendo che cooperare e comunicare sono correlati, e che con il telefono si iniziavano ad abbattere gli ostacoli della distanza. Interessante anche la titubanza del protagonista nello scegliere se far divertire chi faceva parte di un sistema che combatteva: un dilemma, tra l’altro, molto attuale. Complimenti, Cristiana!