Finalmente Un Sorriso

Serie: I Cavalieri del Caos

“Sono incinta”

Il volto di Marco si addolcì.

Diana si ritrovò immersa nell’abbraccio del marito, poteva sentirne il pungente odore di sudore nelle narici e l’umido sulla pelle. La stretta era molto forte, ma lei non si lamentò, era da troppo tempo che attendeva un’esternazione d’affetto da parte sua e quella lo era in piena regola, non avrebbe rovinato quel momento con stupide lamentele del tipo: lasciami che soffoco.

La porta era stretta e con evidenti segni di vari tentativi di effrazione. Ilhaam la aprì e subito Nadia si fiondò dentro l’appartamento. 

Ilhaam entrò e si tolse la giacca. 

L’appartamento non era piccolo, ma decisamente mal organizzato. Entrando ci si trovava in un angusto corridoio che correva sino a troncarsi dalla parte opposta contro al muro antistante, ai lati si aprivano le varie porte che portavano a cucina, salotto, bagno e camera da letto. Questo faceva si che sia dove si trovava Ilhaam che dall’altra parte vi fossero un paio di metri senza nessuno sbocco. Il fondo era già stato adibito da tempo a sgabuzzino. Appese la giacca ad un appendiabiti giallo rimediato anni prima quando il locale dove lavorava decise di rifare l’arredamento. Il bomber di Nadia giaceva ai suoi piedi, come al solito appena entrata doveva averlo lanciato sperando che si appendesse da solo, ovviamente non era successo. Ilhaam lanciò uno sguardo severo verso la porta in fondo al corridoio sulla sinistra, là vi era la camera da letto e, sicuramente, Nadia vi si era rifugiata per continuare a leggere il libro illustrato sugli animali. Raccogliendo il giubbotto di sua figlia decise che per quella sera avrebbe evitato l’usuale ramanzina sul mettere le cose al loro posto e non lanciarle sperando nella buona sorte. Fece due passi e aprì la porta sulla sua sinistra, entrò in cucina. Aprì il rubinetto e fece scorrere l’acqua sino a che non divenne calda, prese la pentola appoggiata sui fornelli e la riempì, la mise sui fuochi e si appoggiò al tavolo di fronte al piano cottura.

Accese una sigaretta, era la sesta della giornata, stava migliorando.

I piani della cucina erano pieni di varie cianfrusaglie, così come la parte della tavola alla sua sinistra. Ma non le importava, per cucinare solo per lei e sua figlia il poco spazio rimasto ancora utilizzabile le bastava.

Fece un tiro tanto forte da sentire la gola bruciare.

Espirò.

La cucina si riempì di fumo.

Non le piaceva come si comportava Diana ultimamente. Ormai erano mesi che evidentemente c’era qualcosa che non andava con suo marito, ma lei si ostinava a non parlarne.

Il fumo si diradò.

Fece un altro tiro.

Nuovamente un nuvola la avvolse.

Anche quella frase “Questa sera cambierà” , cosa dovrebbe cambiare? Non le piaceva, non capiva e quindi non le piaceva. La sua mente tornò a molti anni indietro, in Yemen. Là aveva imparato come ragionano gli uomini.

Scosse la testa e spense la sigaretta.

La storia di Diana non poteva essere come la sua, era scappata per mettere fra se e quel modo di pensare più distanza possibile e ci era riuscita.

Doveva esserci riuscita.

Chiuse gli occhi.

Decise che non poteva essere la stessa cosa, ma qualcosa che non andava c’era e sapeva che Diana non ne sarebbe uscita da sola.

Doveva parlarle.



Marco allentò la presa.

Diana poté tornare a respirare normalmente, il cuore le batteva come se avesse scalato come gradini tutti i giorni passati dall’ultimo abbraccio. La baciò e le disse qualcosa all’orecchio.

Romano tornò a sedere sulla poltrona ed attese che la nuora andasse in camera prima di parlare.

“Cosa è successo?”

“Il sedativo non ha funzionato, quella negra si è svegliata”

“Cos’hai detto?” urlò Romano, il suo sguardo era furente.

Marco abbassò lo sguardo.

“Scusa papà”

Romano si prese un momento per ricomporsi.

“Figliolo, devi ricordarti degli errori del passato, chi ha giudicato sulla base del colore della pelle ha già causato troppi danni. Il nostro giudizio deve essere più fine, più ponderato”

“Lo so, scusami”

“Comunque, continua, cosa è successo?”

“Si è svegliata e mi ha preso alle spalle, non è stato facile finire il lavoro, ma ci sono riuscito”

“Quindi mi stai dicendo che una ragazza drogata e legata è riuscita a conciarti così?”

Lo sguardo di marco rimase piantato sul pavimento.

“Quindi? È così?”

“Non si sarebbe dovuta svegliare”

“Ma lo ha fatto. E come pensi che sia riuscita a liberarsi delle cinghie?”

Marco avrebbe voluto farsi piccolo piccolo e scomparire.

“Rispondi!”

“Non lo so”

“E come mai non lo sai?”

“Non ho visto, ero voltato”

“Non sento, sono vecchio, puoi alzare la voce figliolo?”

“Ero voltato, non ho visto”

“Ah non hai visto…”

Romano si alzò, si stirò la giacca del completo e lentamente iniziò ad avvicinarsi a Marco.

“E non hai sentito nulla?”

“N-no”

“Ah”

Marco poteva vedere le punte delle scarpe di suo padre davanti a se, ma non osava alzare lo sguardo, aveva troppo timore dell’espressione che suo padre aveva quando si arrabbiava. La mano di Romano lo accarezzò dalla tempia sino al mento, dove, fermatasi, forzò suo figlio ad alzare lo sguardo sino ad incrociarlo al suo. Marco si stupì nel constatare che suo padre pareva ancora rilassato.

“Chi ti ha dato questa missione?”

“Il Consiglio”

“Ah, il Consiglio…quindi tu hai aspettato proprio quando gli ordini sono arrivati direttamente da Loro e finalmente Diana riesce a rimanere incinta a fare questo bel casino”

Fu un attimo, l’espressione di Romano cambiò, Marco la vide, gli tremarono le gambe, poi qualcosa lo colpì in faccia. Per un istante gli si spense la luce. Quando riacquisì la vista stava nuovamente guardando verso il pavimento, il sapore ferroso del sangue era tornato a riempirgli la bocca e mezza faccia gli bruciava per lo schiaffo appena preso.

“Stupido!”

Romano prese il suo lungo spolverino e il cappello dall’appendiabiti argentato accanto alla porta. Si calmò.

“Figliolo, hai lavorato bene sino ad adesso, è umano commettere degli errori, ma essi si pagano e questo è decisamente il momento meno adatto per abbassare la guardia. Ora lavati e fai in modo che non succeda più”

Aprì la porta, ma si fermò tra la casa ed il pianerottolo.

“Prima di andare, posso sapere per quale ragione dovevi ucciderla?”

“Perché me lo hanno ordinato”

“Nessun motivo quindi?”

“No”

Romano sorrise.

“C’è sempre un motivo, ma non è detto che ce lo dicano”

Uscì chiudendo delicatamente la porta dietro di se.



Dalla camera da letto Diana sentì ogni cosa. Non le piaceva, ogni volta che sentiva Romano sgridare suo marito era come se ogni parola lanciata contro Marco venisse riflessa su di lei, come un pugno dritto alla bocca dello stomaco.

Rimase seduta sul letto sino a che sentì la porta d’ingresso chiudersi e suo marito accendere l’acqua della doccia. Poi aprì il cassetto e ne estrasse la busta sul cui dorso era ben visibile un quattro mal scritto con un pennarello blu. Era Romano ad avergliela consegnata non appena era tornata a casa quello stesso pomeriggio. Lui era già seduto sulla poltrona quando Diana aprì la porta con Chiara addormentata in braccio. Non si dissero niente, lei andò a mettere sua figli a letto e tornò portando una sedia dalla cucina. Una volta che si sedette davanti al cognato, lui le porse la busta, lei la lesse lo guardò.

“Perché io?”

Romano non aveva la risposta. Poco importava, tutto confluiva nel miglioramento del mondo. Avrebbe dovuto essere felice, in un solo giorno la sua vita si era riempita di significato: era incinta, suo marito sarebbe tornato a darle attenzioni ed il Consiglio le aveva accordato tanta fiducia da affidarle una missione così importante .

Sorrise, si spogliò, si infilò sotto le coperte e si accarezzò il ventre. Non vedeva l’ora che Marco tornasse a letto, per quanto quelle strigliate fossero negative avevano anche un lato positivo, suo marito dopo si faceva sempre coccolare.

Sette e mezza del mattino, Roberto ha appena chiuso la porta del suo appartamento e chiamato entrambi gli ascensori.

Vediamo chi vince oggi.

Gli suona il cellulare.

“Ciao Robè, già sveglio? Già fatta colazione?”

“Sì, sono sveglio e no, non ho fatto colazione”

“Bene, non farla e raggiungimi, ti mando la posizione su whatsapp”

Roberto chiuse la chiamata senza salutare.

L’ascensore di destra vinse la sfida, era il secondo giorno di seguito. Roberto aspettò che arrivasse anche l’altro, vi salì e selezionò il piano terra”

“Vaffanculo Ciro, potevi aspettare dopo il caffè”

Serie: I Cavalieri del Caos
  • Episodio 1: Il Fattore Debole
  • Episodio 2: 4
  • Episodio 3: Imprevisti
  • Episodio 4: Finalmente Un Sorriso
  • Episodio 5: Domande
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    Commenti

      1. Tamborini Emanuele Augusto Post author

        ciao, sono molto contento di riuscire ad essere chiaro e nitido 🙂 . Il prossimo episodio lo metterò fuori settimana prossima.