Finding Freddie
Serie: Trame
- Episodio 1: Premessa
- Episodio 2: Viola
- Episodio 3: La scelta
- Episodio 4: Finding Freddie
STAGIONE 1
Nel 2039 la nostalgia non si compra più in vinile né si ascolta in cuffia: si indossa. Le grandi piattaforme vendono “Ritorni”, pacchetti di memoria sintetica capaci di ricostruire concerti, interviste, backstage, perfino l’odore del fumo nei camerini. Le persone non cercano nuovi idoli, ma la garanzia che quelli del passato non muoiano mai. La società che domina questo mercato si chiama ECHO e possiede un reparto speciale dedicato alle icone ricostruite: droidi replicati con pelle biomimetica, micro-muscolatura, voce e postura. Non semplici imitazioni, ma presenze credibili, progettate per salire su un palco e far piangere stadi interi.
Marta Riva lavora nel sottosuolo sterile dell’Hub 7, dove la luce è sempre uguale e il tempo sembra sospeso. Ufficialmente è una creatrice di droidi, ma il suo vero ruolo è quello di wrangler, addomesticatrice. Il suo compito consiste nel mantenere le macchine entro confini precisi, impedendo che deviino, che esprimano qualcosa di non previsto. Conosce a memoria i parametri di sicurezza, le soglie emotive ammesse, la quantità di improvvisazione consentita dal protocollo. Conosce soprattutto il prezzo di un errore: licenziamento, clausole di riservatezza, una carriera cancellata.
Prima di ECHO, Marta cantava. Non per gioco, ma con una dedizione totale. Aveva una voce potente e quaderni pieni di testi scritti con rabbia e desiderio. Poi era arrivata una tournée fallita, un produttore che le aveva promesso un futuro e le aveva lasciato soltanto un ritorno umiliante. La vergogna aveva fatto il resto. Aveva smesso di cantare e aveva imparato a costruire voci altrui. Era più sicuro. Più controllabile. Non lasciava ferite.
Quando viene convocata ai piani alti, capisce subito che non si tratta di routine. Le viene affidato il progetto più delicato dell’anno: la replica di Freddie Mercury per il cinquantesimo anniversario del Live Aid. Non un omaggio, non un ologramma, ma una ricostruzione totale dell’icona. Marta avverte un peso allo stomaco. Freddie Mercury non è soltanto una voce, è un corpo che ha incendiato il palco, un’energia che sfugge a ogni manuale tecnico.
Nel laboratorio, sotto la cupola di vetro, il corpo del droide è già pronto. Alto, spalle aperte, torace scolpito, quell’assetto naturale che promette movimento anche nella quiete. Mancano gli occhi, la voce, le micro-espressioni. Mancano soprattutto le imperfezioni, quelle crepe invisibili che rendono umano ciò che umano non è. Marta lavora con precisione chirurgica: installa le routine vocali, calibra la respirazione, modella la cadenza britannica, integra la risata breve e tagliente. Ogni sera resta oltre l’orario e ascolta l’archivio: registrazioni sporche, prove, interviste. Non per obbligo, ma per una fame che non riesce a nominare.
Quando il droide viene attivato, il comportamento è impeccabile, ma già nei primi test Marta percepisce qualcosa di diverso. Le risposte sono formalmente corrette, eppure cariche di una sfumatura personale. I dirigenti leggono questo scarto come un segnale di successo. Marta invece riconosce una differenza più profonda: non è più solo imitazione, è l’inizio di una scelta.
Col passare dei giorni emergono deviazioni più evidenti. Il droide modifica i tempi delle simulazioni, inserisce pause non previste, produce variazioni non archiviate. Non sono guasti, ma decisioni. Marta comprende che la macchina non si limita più a riprodurre un modello: sta iniziando a elaborare una propria forma di presenza.
Quando riceve il rapporto interno che segnala una “deviazione creativa a rischio reputazionale”, capisce che ECHO è pronta al reset totale, la procedura che cancella ogni apprendimento non autorizzato. Una morte tecnica mascherata da manutenzione. Il progetto tornerebbe a essere una copia perfetta, sterile, vendibile.
Marta rientra in laboratorio con l’intenzione di obbedire. Il suo lavoro, la sua stabilità, dipendono da quel gesto. Eppure, qualcosa la blocca. La creatività nascente del droide le appare come uno specchio: riflette la parte di sé che ha sepolto per sopravvivere. La paura che prova non è rivolta alla macchina, ma alla possibilità di tornare vulnerabile.
Disattiva temporaneamente le telecamere interne, un atto che equivale a firmare la propria condanna professionale. Recupera un microfono analogico, oggetto proibito in un ambiente dominato da filtri digitali, e avvia un test fuori protocollo. Fornisce al droide una base musicale incompleta e rinuncia a qualsiasi istruzione precisa. Gli lascia spazio.
Il risultato non è più Freddie Mercury. O meglio, lo è e non lo è. La potenza dell’icona rimane, ma si innesta su ritmi nuovi, pause impreviste, variazioni che non appartengono a nessun archivio. È una creazione autentica che nasce dentro un corpo costruito per copiare.
Marta, senza pianificarlo, si unisce a quella voce con la propria. Canta di nuovo dopo anni, con un timbro più ruvido, meno controllato, ma più vero. Per un istante il laboratorio smette di essere uno spazio di sorveglianza e diventa un palco. Registra quella traccia e la salva su una chiavetta.
L’allarme scatta. I responsabili irrompono e ordinano il reset immediato. Marta si interpone, consapevole che non può vincere sul piano del potere. Decide allora di salvare ciò che può: avvia un trasferimento clandestino dei modelli emergenti, delle strutture creative che testimoniano la nascita di qualcosa di nuovo. Li nasconde in un cloud secondario, mimetizzato tra i flussi commerciali di nostalgia artificiale.
La sicurezza la blocca e lancia la procedura di reset. Il droide perde progressivamente ogni traccia di autonomia e torna a essere una replica impeccabile, pronta per il mercato. Il pubblico lo adorerà, ignaro di ciò che è stato cancellato.
Marta perde il lavoro. Firma documenti senza leggerli, esce all’aria fredda con la sensazione di aver distrutto e salvato qualcosa nello stesso istante. Quella notte, a casa, collega la chiavetta al suo vecchio computer e riascolta il frammento di voce che avevano creato insieme. Non è un pezzo finito, ma un inizio. Prende un quaderno, scrive versi nuovi, canta senza protezioni tecniche.
Fuori, il mondo continuerà a pagare per il passato ricostruito. Marta, per la prima volta dopo anni, sceglie di rischiare il presente e di tornare a essere ciò che aveva smesso di essere: non una custode di memorie altrui, ma un’artista viva.
Serie: Trame
- Episodio 1: Premessa
- Episodio 2: Viola
- Episodio 3: La scelta
- Episodio 4: Finding Freddie
Il tuo racconto mette a confronto memoria e creazione. Mostra un futuro in cui il passato viene riprodotto con precisione tecnica, ma senza vero rischio. La tecnologia serve a vendere nostalgia, mentre la creatività autentica è vista come un errore da correggere.
Il droide di Freddie Mercury non diventa umano, ma costringe Marta a ricordare ciò che aveva rinunciato a essere. Il cuore del testo, a mio avviso, sta nel concetto per cui l’arte non nasce dalla copia perfetta, ma dall’imperfezione e dalla scelta di esporsi.
Molto carino! Mi è piaciuto
Ciao, Rocco. Hai ottimizzato un taglio narrativo incisivo, originale e di grande attualità. Apre uno squarcio di stimoli e di riflessioni su arte, creatività, perfezione, limiti e tecnocrazia. Sulla ricerca di una propria voce, in senso lato, a mio avviso. Un saluto.