FINO ALLA FINE

Serie: LA STORIA DI MAMMUT E ALBERTO


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il mammut si agita perché la troppa peluria lanosa gli fa sentire troppo caldo. Il direttore dell’ISP decide di abbattetlo, ma Alberto non lo accetta e prova a scappare dal centro col mammut.

«Cosa fai Alberto? Ti farai ammazzare!», gridai. Un agente della sicurezza fece fuoco sul mammut, colpendolo alla zampa posteriore. Alberto estrasse una freccia dalla faretra, la incoccò e tese la corda dell’arco quasi fino a sfiorarsi la guancia. Prese bene la mira e la scoccò contro la guardia armata, colpendogli il braccio. «Maledetto ragazzo, mi hai colpito!», esclamò la guardia con un’espressione di dolore e rabbia.

«Vai, Mammut!», gridò Alberto, incitando l’animale verso l’uscita e mentre tirava frecce sugli agenti della sicurezza, colpendoli alle gambe e alle braccia, per non ucciderli, il mammut si faceva spazio con le sue lunghe zanne e con la proboscide.

«Fate fuoco!», ordinò il capo della sicurezza, «ammazzateli entrambi!». Una delle guardie mirò verso Alberto e gli sparò.

Quando lo vidi cadere a terra, impugnai un bastone di legno e colpii quell’uomo tra capo e collo. Fece seguito una pioggia di proiettili verso il mammut che con un ultimo forte barrito si accasciò a terra. Cominciai a colpire a bastonate tutte le guardie che mi trovavo davanti, quando all’improvviso fui colpito dal calcio di un fucile dietro alla nuca e persi i sensi. Mi risvegliai nell’infermeria di un carcere siberiano, con una persona che mi sorvegliava e con la testa che mi faceva molto male.

«Che ci faccio qui?», chiesi scuotendo un po’ la testa per liberarmi dal dolore.

«Stia buono dottore, per favore, non si muova dal letto!»

«Voglio vedere mia moglie e mio figlio», dissi, «mi lasci andare dalla mia famiglia, la prego!», chiesi alla guardia che mi tenevano prigioniero, e lui rispose con voce grave: «Dottore, la guardia dell’ISP che lei ha colpito è in prognosi riservata e rischia di morire.»

«Morire? …», feci eco con voce rauca. Poi soggiunsi: «E Alberto?… Come sta mio figlio?»

«È stato ferito gravemente ed ora è in ospedale», disse, fra i denti. A un tratto mi si fece il cuore buio e un brutto presentimento si impadronì di me. Il giorno dopo mia moglie venne a trovarmi in carcere e mi disse piangendo e con gli occhi scavati dal dolore che Alberto non ce l’aveva fatta. Il mio cuore si spaccò in due, il mio unico figlio era morto e io dovevo soffrire in carcere, col cuore pieno di sgomento. Dopo quella sciagurata vicenda, mia moglie tornò in Italia, mentre io dovetti restare in carcere fino al giorno del giudizio. Mi fu preclusa la possibilità di seppellirlo e l’unico mio conforto era una sua foto che gli scattai un giorno, mentre giocava felice col piccolo mammut. Fu un anno terribile, l’orologio batteva i secondi che sembravano giorni e i giorni sembravano anni, mentre un dolore profondo mi si era piantato nel cuore come una freccia lacerante. La guardia riuscì a sopravvivere e finalmente, dopo cinque mesi, fui assolto e potetti tornare anch’io in Italia. Tornai a casa con la paura di entrarci dentro ed essere perseguitato per sempre dalle ombre. Varcai la soglia di casa dove c’era ad aspettarmi mia moglie, invecchiata di dieci anni in soli pochi mesi; quel lutto l’aveva terribilmente provata. Fu felice di riabbracciarmi, ma senza nostro figlio la vita non sarebbe stata mai più la stessa. Decisi di non gira-re più il mondo per studiare animali e aprii un piccolo centro veterinario in città. Un bel giorno, mentre ero fuori al mio studio a fumare una sigaretta, vidi arrivare da lontano mio figlio Alberto sopra il suo mammut, mentre il sole del pomeriggio brillava dietro la sua sagoma, ma quando mi avvicinai per poterlo abbracciare, solo allora mi accorsi che non si trattava di mio figlio, ma di un ragazzo indiano che cavalcava il suo elefante.

«Buongiorno, dottore! Lavoro nel circo arrivato ieri in città e questo elefante ha bisogno del suo aiuto.»

FINE.

Serie: LA STORIA DI MAMMUT E ALBERTO


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