Flutti

Sbattuto dai sussulti dei binari, confinato in una gabbia, costretto dalle catene. Questa è la percezione che ho di me mentre, stipato sul treno destinato a portarmi nella mia nuova patria, stringo tra le mani una delle poche cose che sono riuscito a portare via: l’incisione del rinoceronte di Albrecht Durer. Si tratta di una piccola stampa incorniciata, una reliquia della mia vecchia vita o, più precisamente, un cimelio della mia formazione artistica nella città di Fiume. Lì ero un restauratore.

Il maestro mi aveva preso a bottega con sé quando avevo solo dodici anni e non potrò mai dimenticare ciò che mi disse il primo giorno di lavoro. Da allora sono passate tante primavere, ma ricordo ancora tutto nitidamente.

Il sole era sorto da poco e un’aria gelida spirava feroce dal nord. Vedendomi intirizzito, il maestro mi fece sedere e con dolcezza paterna pose un tazza di latte caldo tra le mie mani. Lasciò passare qualche minuto, giusto il tempo che la bevanda sortisse il suo effetto, e poi appoggiò sul tavolo l’incisione di Durer.

“Che cosa ci vedi?” mi chiese.

“Un rinoceronte!” risposi fiero.

“Come fai a sapere che è un rinoceronte, ne hai mai visto uno?”.

A testa bassa, negai e subito spiegai che ne avevo sentito parlare quando ero a scuola.

A quel punto tirò fuori una fotografia, ritagliata da un giornale, dello stesso animale e mi domandò: “Questo qui ti sembra come quello della stampa?”.

Annuii con timidezza.

“Guarda bene” mi suggerì lui e io strizzai gli occhi per concentrarmi maggiormente sulle due immagini, poi notai qualcosa di strano.

“Quello disegnato sembra chiuso in una scatola”.

“È vero, vedi altro?”.

“Sì, ha un corno in più sulla schiena e invece della pelle sembra avere una corazza. In questo ritratto ci sono degli errori!” dedussi, e il volto del maestro si illuminò.

“Hai ragione figliolo. Adesso dimmi, secondo te, questa incisione ha avuto successo? Pensi che sia piaciuta alla gente?”.

“Non lo so. Forse no visto che non è … ” stentai a continuare, ero poco più che un bambino e avevo un vocabolario piuttosto limitato, però ero certo di aver sentito da qualche parte la parola di cui avevo bisogno, dovevo solo ripescarla nella mia mente, ” … fedele!” riuscii a esclamare infine.

Sul volto del maestro comparve un sorriso bonario: “Qui ti sbagli, ragazzo mio. Questa stampa è famosissima. Praticamente è considerata un’icona. Durer, l’artista che ne ha inciso la matrice, ne ha vendute migliaia di copie e quelli che tu chiami errori, in realtà non sono altro che particolari e hanno contribuito a rendere speciale l’immagine”.

Avevo seguito ogni sua parola con interesse, ma non riuscivo a capire; lui se ne accorse e provò a spiegarsi meglio: “Vedi, quando questo disegno è stato stampato per la prima volta, erano pochissime le persone che sapevano com’era fatto un vero rinoceronte in carne e ossa, perché è un animale che viene da molto lontano e a quei tempi i viaggi lunghi erano pericolosi da affrontare. Probabilmente Durer stesso non è mai riuscito a vedere il rinoceronte dal vivo. Noi non sappiamo se le sue imprecisioni siano state volute o meno, quello che ci importa è che la sua idea di questo animale è sopravvissuta attraverso i secoli”.

“Ma se non lo ha mai visto, come ha fatto a ritrarlo?”.

“Non lo so, ma non è questo il punto. Quello che devi capire è che il difetto, spesso, rende l’immagine immortale. La stranezza fa l’icona. Se tutto andrà per il verso giusto, tra qualche anno potrai svolgere il mio stesso lavoro e mettere mano a dipinti di grandi artisti; ma non potrai mai farlo se non capisci la differenza tra una imperfezione dettata dalla superficialità e un particolare. Noi, in quanto restauratori, abbiamo il compito di ridare la giusta visibilità ai dettagli e non di oscurarli, anche se si tratta di imprecisioni”.

Quella fu la lezione più importante di tutta la mia vita, tuttavia ne compresi a pieno il valore solo quando mi innamorai di mia moglie Linda. Era la mia ragione di vita, non avevo occhi che per lei, eppure non si poteva di certo affermare che fosse priva di difetti.

Era una donna piena di idee e incredibilmente propensa a mettere a punto nuovi congegni meccanici che poi, nella maggior parte dei casi, risultavano non funzionanti o troppo costosi da costruire. Purtroppo però, era talmente cocciuta da andare su tutte le furie se solo provavo a farle intendere che alcuni dei suoi progetti erano, a dir poco, irrealizzabili. Oltre a questa piccola pecca caratteriale, c’era da aggiungere il suo orecchio destro, leggermente proteso verso l’esterno, e delle gambe non proprio lisce come la seta. Ciò nonostante, anche se avessi potuto, non avrei cambiato nulla di lei, neanche il più piccolo particolare. La amavo così com’era e mi ritengo fortunato perché sono stato ricambiato del suo amore per venti lunghi anni. Lei, che ha sopportato con pazienza tutte le mie insicurezze di uomo fino alla fine della sua vita, mi è stata portata via da una malattia fatale dopo tre giorni di indicibili sofferenze. Di quel male i medici avevano capito poco o nulla e io mi ritrovai a quarant’anni vedovo e senza figli. Da allora sono andato avanti grazie all’affetto di familiari e amici, ma adesso che mi devo allontanare dalla mia casa sto perdendo anche loro.

Tornando alla mia formazione giovanile, prima che il maestro giungesse alla fine della sua vita, mi regalò la stampa come monito e da allora non me ne sono più separato. Dopo la sua morte feci alcune ricerche e scoprii che l’animale ritratto da Durer era stato donato, da non ricordo quale emiro indiano, al governatore portoghese. Questo signore, poi, decise di trasportare l’esemplare a Lisbona per mostrarlo al suo re. Il rinoceronte, allora, fu caricato su una nave e ogni volta che questa sostava in un porto per rifornirsi di acqua e cibo la folla si accalcava. Nessuno voleva lasciarsi sfuggire l’occasione di vedere un animale esotico di una simile portata.

Qualche tempo dopo, il rinoceronte fu spedito a Roma, sempre via mare, ma questa volta non riuscì a sopravvivere. Stiamo parlando dei primi anni del 1500 e la traversata non era un’impresa da poco. La nave affondò e il povero animale venne inghiottito dai flutti insieme al ponte a cui era stato incatenato.

Adesso io sono costretto a lasciare la mia terra per necessità, una necessità che non ho contribuito in alcun modo a provocare. La guerra mi costringe a rivedere la mia posizione, ora non sono più un cittadino, ma un migrante e il mio futuro è incerto, in balia di flutti che non posso controllare. Mi è stato detto che in Belgio potrebbe esserci un posto per me ed è lì che sono diretto.

Una lacrima mi riga le guance, ho più di sessanta’anni e un dolore al fianco sinistro che non mi fa dormire. La certezza che non riuscirò più a vedere la casa in cui ho vissuto con mia moglie e la bottega dove ho tanto duramente lavorato mi fa sentire chiuso in una scatola, destinato al trasporto.

In questo viaggio ora, io sono il rinoceronte. Proprio come lui mi sento incatenato ad un destino straniero, che non mi appartiene, e temo che il treno possa deragliare intrappolandomi tra le sue lamiere, senza lasciarmi via di scampo.

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Discussioni

  1. Bellissimo racconto, bastano veramente poche righe per farti fare un salto nel passato. Hai scritto con intensità, un racconto sentito. Brava Miriam!

  2. C’è, nel tuo racconto, il gusto d’altri tempi e lo dico in senso positivo- sarà che il rétro a me piace sempre- ma realmente leggendo il tuo racconto sia ha la sensazione di leggere un classico senza tempo, come glievergreen a cui appunto solo il passato ci ha abituato.
    Bello, di una sensibilità piena, scritto in maniera accurata. BRAVA!

    1. Grazie!
      Hai scritto un commento molto bello e lusinghiero.

  3. Mi è piaciuto il taglio malinconico di questo racconto che fluisce con leggerezza dall’ingenuità e dallo sguardo curioso di un bambino, al disincanto e alla consapevolezza dell’età adulta, passando per un amore delicato e struggente, dipinto con pochi tratti ma con notevole intensità.