Fotografia numero tredici

“C’hai messo un po’ di burbon dentro?”

“Si, come mi hai chiesto.”

La donna porse un vassoio all’uomo davanti a lei.

“Sembrava davvero sconvolto ieri sera.” Proseguì: “Credo che abbia dormito in sala da pranzo, Paul. Stamattina ho controllato la camera degli ospiti ed era come se non ci fosse mai stato nessuno.”

“Non so proprio cosa pensare Tess.”

Entrambi abbassarono lo sguardo sulla tazza di caffè fumante, un uovo e una fetta di pane tostato, servite sul vassoio che teneva l’uomo fra le mani.

“D’accordo.” Disse Paul: “Andiamo.”

I due si avviarono fuori dalla cucina, verso la sala da pranzo della loro piccola casa coloniale, al limitare del quartiere francese.

Nuvole grigiastre andavano addensandosi, coprendo il sole primaverile del mattino che fino a poco prima filtrava dalle finestre, dando un tocco caldo agli ambienti che già sapevano di crostata e tè alla pesca. Tess bussò due volte alla porta socchiusa e poi senza attendere la aprì del tutto, permettendo a suo marito di entrare col vassoio.

In un angolo, seduto alla poltrona, un uomo sollevò lo sguardo a fatica verso di loro, mentre Paul poggiava il vassoio sul tavolo da pranzo. Tess notò che l’ospite aveva gli occhi gonfi dell e profonde occhiaie, come se dormisse male da giorni o non dormisse affatto.

“Buongiorno Samuel.” Disse Paul avvicinandosi a lui: “Non dirmi che sei rimasto qui tutta la notte.”

Samuel non rispose ma si limitò ad annuire con la testa.

“Perché non hai usato la stanza si sopra?”

“Ho…” L’uomo parlò a fatica: “Temevo che…Non andasse bene…” Disse con un filo di voce

“Ma, Tess l’aveva preparata…” Tentò di dire Paul.

“Non intendevo quello Paul.” Lo interruppe Samuel, sospirando: “È che…Non so cosa sarebbe potuto accadere.”

“Sam…” Disse nuovamente Paul, aggrottando la fronte: “Di cosa stai parlando?”

“Suvvia caro smettila con le domande!” Intervenne Tess, guardando poi verso l’ospite: “Sam hai bisogno di recuperare le forze, mangia qualcosa con noi, ti prego.”

L’uomo acconsentì e si alzò dalla poltrona, con uno sforzo che sembrava sovrumano date le sue attuali condizioni e prese posto al tavolo da pranzo mentre Tess portava un altro vassoio con cibo e caffè per lei e il marito.

Mangiarono lentamente e in silenzio, accompagnati solamente dal gentile rumore delle stoviglie.

“La tua cucina è una garanzia Tess.” Disse Samuel, sorseggiando il caffè con un’espressione triste.

La donna sorrise con una malcelata apprensione: “Spero serva a farti sentire meglio.” Disse.

Un tuono lontano fu il preavviso del temporale che quasi immediatamente iniziò a picchiettare con forza sul tetto e sui vetri della casa.

Samuel guardò fuori dalla finestra. La pioggia iniziava a inondare i ciottoli della via mentre qualche passante sfilava svelto, sorpreso dall’acquazzone improvviso.

“So di essere piombato senza annuncio e vi chiedo perdono ma…Non sapevo davvero cosa fare.” Disse l’uomo ricordando di come la sera prima, aveva bussato insistentemente alla loro porta di casa, poco dopo l’orario di cena: “Ma sono pronto a spiegarvi tutto e se alla fine mi riterrete un pazzo, allora ve lo chiedo io stesso, fatemi rinchiudere. Preferirei una vita annebbiata dai farmaci, sarebbe un balsamo per allontanare il pensiero di ciò a cui ho assistito.”

“Amico mio…” Lo esortò Paul: “Raccontaci cosa ti è accaduto.”

Samuel si massaggiò le tempie e raccogliendo i suoi pensieri iniziò a descrivere fatti:

“L’altro ieri mi trovavo fuori città. Ero stato inviato dal mio giornale nel Bayou Grande a fotografare e documentare la popolazione creola locale.

Ero lì da mezza giornata, quando mi fermai per mangiare in una casa del posto che sapevo essere famosa per la sua cucina dei gamberoni di palude. Felicia Monroe. Una vigorosa signora dalle mani grandi di chi si è sempre dato da fare per vivere. Ha una locanda malmessa sul retro della sua casa, con grossi tronchi corrosi dalla melma che affondano nelle acque torbide e sorreggono un ampio patio, con una decina di tavolini per i clienti.

Dopo un piatto fumante di gamberoni e mais imburrato, mi rimisi all’opera spostandomi prima a sud e poi a ovest della palude.

Scattai quattro pellicole e avevo incominciato il quinto rullino con una grande soddisfazione per aver raccolto un notevole quantitativo di materiale per il mio lavoro, ma mi accorsi che la sera andava inoltrandosi come anche la mia stanchezza per il lavoro. Così ripresi la mia auto e tornai dalla signora Monroe per chiederle se oltre alla cena potesse offrirmi un alloggio per la notte. Mentre riponevo l’attrezzatura, diedi un’occhiata al contatore sulla mia macchina fotografica. Avevo scattato dodici fotografie e mi dissi che magari avrei potuto completare il resto della pellicola il giorno seguente mentre tornavo in città…”

Samuel aveva gli occhi fissi in un punto davanti a lui, nella tipica espressione di chi vive ricordi ancora vividi:

“…In principio, quella gentile signora fu contenta di rivedermi, un cliente pagante è di certo sempre il benvenuto, ma quando le dissi circa la mia intenzione di dormire lì, sembrò improvvisamente a disagio.

…La palude è un posto strano mister Sam…Mi disse…Farebbe meglio a tornarsene in città…

Io le risposi che non poteva essere più strano di altri posti che avevo visitato nella mia vita e che ero sinceramente troppo stanco per mettermi in viaggio a quell’ora, correndo i rischi di guidare di notte su quelle strade.

Lei dovette allontanarsi per servire dei clienti. Ma quando tornò, notando la mia insistenza, accettò.

…Beh, se proprio insiste può usare la camera al piano di sopra, pagamento in anticipo, non vorrei che scappasse per la paura senza darmi i soldi! ah ah ah!…”

Samuel scuoteva la testa con un sorriso amaro e rassegnato mentre ripeteva le parole di Felicia Monroe.

“Quanto avrei voluto darle retta.” Disse: “Avrei potuto guidare fino a casa invece di restare, avrei potuto…”

La frase gli morì sulle labbra.

Rimase in silenzio per un pò con le mani avvolte attorno alla tazza del caffè. Come se la parte seguente del suo racconto fosse troppo dura da raccontare e lui non avesse il coraggio di proseguire.

“Invece…” Disse infine: “L’unica cosa che feci fu di domandarle se fosse lei piuttosto ad aver paura di vivere in quel posto tanto strano come diceva.

… Io vivo qui da sempre, sono troppo vecchia e testarda per andarmene chissà dove a morire di solitudine! Do da mangiare a mezza palude, in un certo senso mi prendo cura di lei e della sua gente. Le cose che vivono qui lo sanno bene…

Allora le domandai a quali cose si riferisse e lei assunse uno sguardo torvo, ma mentre era sul punto di rispondere, venne chiamata da un avventore ansioso di mangiare e dovette allontanarsi di nuovo.

Rimasi al mio tavolino, mirando le tinte del tramonto che si mescolavano al verde olivastro del Bayou, accompagnato dal canto delle cicale. Ordinai un bourbon con l’unico intento di poter parlare ancora con Madame Monroe, senza riuscirvi.

Quando chiesi di lei, fui invece condotto al piano di sopra, dopo aver ricevuto una chiave arrugginita e del sapone con cui avrei potuto lavarmi in una tinozza.

Mi arresi perciò all’idea che la mia curiosità non sarebbe stata appagata e mi ritirai nella stanza. Misi i miei pochi effetti su un rozzo tavolino di legno e mi coricai. Sono quasi certo di essermi addormentato immediatamente dato l’unico ricordo che ho è quello di essermi svegliato all’alba, con la luce bluastra del mattino e le acque calme della palude. Mi preparai con calma ma mentre sistemavo la tracolla della macchina fotografica, notai una cosa insolita. Il contatore segnava tredici fotografie. Non vi badai molto anche se ammetto che la cosa mi colpì, dato che ero certo di averne scattate dodici. Pensieroso, scesi di sotto e trovai Felicia Monroe ad attendermi con un caffè e delle uova. Mi chiese se avessi dormito bene e io fui lieto di confermarlo con un pizzico di vanità per aver superato la notte tanto temuta dalle storie della donna. Dopo colazione ripartii per tornare in città.”

“Sembra sia stata una bella esperienza.” Disse Tess ridendo, nel maldestro tentativo di sollevare l’animo turbato dell’amico: “Noi in effetti non abbiamo ancora avuto occasione di conoscere le tradizioni della palude qui intorno.”

“Lo credevo anche io.” Disse Samuel: “Finché non ho sviluppato la quinta pellicola.”

L’uomo frugò nella tasca della sua giacca sgualcita e ne estrasse un foglio di carta piegato a metà.

Era una stampa fotografica.

“Questa è la fotografia numero tredici” Aggiunse Sam, posando la stampa sul tavolo tra i due coniugi.

Tess e Paul si chinarono a guardare l’immagine in bianco e nero.

Lo stupore si dipinse sul loro volto, accompagnato da una vaga sensazione di inspiegabile paura.

Tess guardò suo marito smarrita e all’unisono provarono un brivido lungo la schiena.

“N-non è possibile!” Disse Paul guardando verso Samuel: “Non…Non è…Ma che cosa…?”

“Esatto Paul.” Replicò Samuel sospirando.

L’immagine numero tredici, lo ritraeva disteso su un fianco, addormentato sul letto della stanza al piano di sopra della signora Felicia Monroe.

La cosa ancora più insolita e al tempo stesso spaventosa era che l’inquadratura sembrava provenire da una grande altezza.

Come se la sua macchina fotografica fosse fissata al soffitto.

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Discussioni

  1. Complimenti davvero, oltre che per come scrivi, per le atmosfere che sai creare. Oggi sto recuperando un po’ di arretrati, e coi tuoi racconti ho visitato luoghi distanti tra loro sia sulla cartina che sui calendari, ma tu li sai ritrarre tutti con la medesima capacità. Le descrizioni, le scelte di termini e stile, tutto contribuisce a portare il lettore all’interno del tuo racconto.
    In questo, inoltre, mi piace molto la suspance che mantieni fino alla fine, e l’idea del paranormale non evidente come il vampiro o il mannaro, ma proprio per questo forse più inquietante.

    1. Quel viaggio a New Orleans mi ha regalato tantissime emozioni. Sto sviluppando altre cose su queste ambientazioni legate alle credenze popolari e alle storie che ancora si tramandano. Grazie mille!

  2. Ciao Daniele, che bello leggere un tuo nuovo racconto! Mi piacciono le atmosfere, è bello che tu riesca a trasmetterci un po’ d’America anche da lontano. Per un attimo ho pensato ad una svolta voodoo ma sei riuscito a sorprendermi con una ghost story

  3. Si direbbe una storia “creepy”, bella l’idea da brivido di realizzare di essere stato fotografato nel cuore nella notte. Non servono effetti speciali per sperimentare l’orrore. Talvolta è sufficiente (si fa per dire) una foto che non ti spieghi. Era un po’ che non ti leggevo Daniele, contento di averti rivisto!