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Serie: Il solo modo che conosco


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Vorrei dirglielo di conservarla bene quella bottiglia. Ma poi non mi vengono mai le parole giuste. E allora lo lascio andare per la sua strada perché in fondo è un po’ un cazzone ma non è uno stupido. Io non me lo ricordo più dov’è che stavo andando quella notte, ma lui sembra saperlo benissimo.

Ho detto di non avere trovato la città nel massimo del suo splendore, però adesso mi prendono le remore di essere stato scortese. Va bene, un paio di ponteggi e qualche ristorante chiuso: amen! Mica me l’ha ordinato il medico di presentarmi lì di domenica.

Di solito la prima cosa che faccio quando arrivo è andare fino alla MarktPlatz, sedermi fuori al tavolino di un locale che guarda il Municipio e ordinare una Wizen, che poi bevo in lunghi sorsi caparbi mentre leggo le pagine di un libro. Adattandomi com’è giusto che sia alle regole del posto.

Niente focaccine, prosciuttini, formaggette o stuzzichini a guarnire la consumazione. Si ordina birra, si riceve birra e si beve birra. Punto. Al massimo ti aggiungono una ciotolina da maionese con quattro arachidi senza sale, quando proprio gli prende la vena esotica. Perché i tedeschi sono gente pragmatica anche nel bere. Se vuoi da mangiare te ne vai in un ristorante. Loro sono dei puristi.

Il locale in cui vado si solito questa volta era chiuso per turno, così ne ho scelto uno che dalla Piazza del Mercato si raggiunge percorrendo sulla destra una ripida stradina in discesa, per poi fermarsi a metà di questa. Ho trovato una sedia vuota e mi sono seduto al tavolo, in modo da dare le spalle alla via che prosegue verso il basso e guardare la MarktPlatz da una diversa angolazione, in un taglio quasi cinematografico che avrebbe potuto assomigliare alla ripresa di un film di Wim Wenders.

Poco più in là alla mia sinistra c’erano due ragazze giovani, sicuramente studentesse. Dalla parlata fitta e dai sorrisi maliziosi mi sono fatto l’idea che stessero discutendo di qualche conquista avvenuta la sera precedente, oppure del cuore di un nerd che avevano contribuito a spezzare.

All’ingresso del locale di fronte al nostro, senza sedie ad occupare la strada, un gruppetto di uomini e donne più grandi se la raccontavano allegramente di non so che cosa, avanti sulla tabella di marcia delle consumazioni, appoggiati al muro del palazzo o seduti sulla cimasa esterna della vetrina del bar, tutti con in mano un bicchiere di qualcosa.

In momenti come questo il libro diventa solo un pretesto per prendermi una pausa fra un sorso e l’altro, per non dare troppo nell’occhio mentre osservo le movenze delle persone del posto e fantastico in cosa possa consistere la loro vita qui. Riconosco alla prima che non sono turisti, dai loro atteggiamenti di confidenza rilassata con l’ambiente che li circonda, nel loro sguardo che si concentra in un unico punto perché il resto che hanno attorno lo hanno già visto infinite volte, e altrettante avranno occasione di vederlo.

A mio modo, uno del posto mi ci sento un po’ anch’io. Mi manca solo tutto il tempo che loro hanno a disposizione e che io non ho. Così cerco di assorbire i colori della città andandomene in giro, a rivedere posti che già conosco o scovare pertugi dove non ero ancora passato, o che avevo dimenticato esistessero.

Qua mi piace stare senza che ci sia una ragione precisa. Mi piace, l’idea di prendermi del tempo senza essere rincorso dalla fretta, senza dover per forza vedere qualcosa di nuovo, o avere caselle da spuntare. Immergermi in un’atmosfera accogliente perché familiare. Alzarmi, camminare, sedermi, ritornare. Farlo in disordine.

Così come successo la sera precedente a Dornbirn, anche ora andavo a colpo sicuro con la cena. Vista la morìa di ristoranti avevo prenotato un tavolo, qualche tempo addietro, in un posto proprio in faccia al castello. A quella braceria non avevo mai dato molto credito nelle mie visite passate perché mi ero fatto l’idea che si trattasse di un marchio presente anche in altre città, una specie di catena, una delle poche in una città che grazie al cielo non ha nemmeno un McDonald’s; ma per oggi c’era poco da fare gli schizzinosi. La mia bistecca cruda l’ho portata dignitosamente a casa, consumata su un tavolone all’aperto riparato da grossi ombrelloni quadrati.

Di quel castello conservo un bellissimo ricordo perché è legato alla visita di una coppia di amici, Marco e Linda, che da Chiavari erano venuti a trovarmi quando abitavo qui. Li avevo portati a vedere l’interno perché volevo fargli fare qualcosa che fosse valso i chilometri che si erano fatti, e quella mi era sembrata l’idea che più si avvicinava ad una visita culturale.

Ho ancora da qualche parte una fotografia di me e Linda davanti alla grande porta d’accesso in legno, subito prima del fossato ormai prosciugato. Lei che se la ride di gusto, io che ho stampata in faccia una delle mie solite espressioni da cazzaro. E mi sembra incredibile pensare che, di quei due anni di vita, quella sia una delle rarissime fotografie che possiedo.

Come ho potuto essere così stupido, così superficiale da non curarmi di un aspetto del genere quando ne avevo la possibilità? Da non avere adesso immagini a sufficienza che possano riempire per intero nemmeno uno di quei vecchi libricini con gli inserti trasparenti?

Quella volta, Marco e Linda avevano dormito nel mio appartamento, vuoto dato che tutti i miei coinquilini erano via per una qualche festività, mentre io ero rimasto in città perché avevo i turni nella caffetteria dell’Università dove lavoravo.

Di casa mia Marco aveva apprezzato particolarmente il foglietto che Bianca, una cagacazzi senza eguali, aveva appeso alla parete di uno dei due bagni dell’appartamento. Era indirizzato a me e Claudius, gli unici due maschi su sei inquilini: Bitte im Sitzen pinkeln – Per favore fare la pipì da seduti.

Ho sempre cercato di rispettare la regola, ma ammetto che potrei essermene dimenticato qualche volta.

Dopo cena ho camminato ancora un po’ nell’altro versante della città, quello che ho sempre frequentato meno senza che ce ne fosse un motivo, che adesso sto cominciando a conoscere. Sono sbucato non senza sorprendermi nel punto in cui una notte, da ragazzo, ero stato fermato dalla polizia, fatto salire sulla loro auto e portato in centrale, dove ero rimasto fino all’alba.

Ma questa è davvero tutta un’altra storia. 

Continua...

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Era indirizzato a me e Claudius, gli unici due maschi su sei inquilini: Bitte im Sitzen pinkeln – Per favore fare la pipì da seduti.” Si scoprono piccoli altarini.😏 La foto è favolosa e anche questo episodio divorato in un secondo

  2. Con un po’ di ritardo, anch’io, come “la lumaca che, lemme, lemme, arrivò a Gerusalemme”, ho recuperato tutti gli episodi e posso sentire finalmente, la sensazione di aver raggiunto una meta importante con il gusto di una buona birra in bocca, l’ immagine fantastica di un castello e un senso di grande libertà che solo i viaggi in solitaria possano dare. Grazie Roberto per questa bella avventura, comoda e gratuita, che ancora continua.

  3. Bellissima questa sorta di doppia realtà che si sta creando. il Roberto adulto e il Roberto ragazzo che si incrociano per le strade di Tunbingen…si ha la sensazione di aver vissuto più vite, e che nessuna alla fine fisica mai.

    1. Eh, questa storia delle vite che non finiscono mai è un concetto col quale mi arrovello da tempo😅. Magari alla fine scoprirò che non è così, ma nel frattempo mi godo il pensiero che lo sia. Grazie della lettura Irene.

  4. Grazie Roberto per questa nuova visita guidata. Mi è venuta voglia di farci un giro… anche se i “puristi” della ristorazione mi sono parsi un tantino talebani. A presto