Fratelli

-Grazie, Fede.

Eleonora prese le chiavi della casa di Roma che il fratello le stava porgendo e se le mise in borsa. Non era la prima volta che capitava; e lui, senza mai stancarsi della sua sbadataggine, gliele portava in facoltà prima o dopo una sua lezione. Si salutarono e la ragazza lo vide sparire tra la folla mentre inforcava gli occhiali da sole.

-Ehi, ma chi è quel figo assurdo?- domandò Cristina affacciandosi sulla sua spalla.

-Davvero, Ele- fece eco Sara, un’altra sua compagna di corso –Lo sai che non è giusto avere gli amici fighi tutti per te?

Eleonora scoppiò a ridere mentre scuoteva il capo.

-E’ solo il mio fratellastro. Dividiamo l’appartamento e le spese, ve l’ho detto tantissime volte!

-Ma ti eri sempre dimenticata il dettaglio della figaggine- mormorò l’amica –Che poi, quanto vi portate? Sembrate gemelli.

Eleonora si pulì le lenti prima di rispondere, come se non fosse importante.

-E’ più piccolo di me di tredici mesi. Abbiamo madri diverse e lo stesso padre.

-Hai capito il papino Domenghi!- affermò dopo un lungo fischio Sara.

Il trio si diresse verso la mensa senza smettere di ridere e scherzare sui prossimi esami e sui professori universitari. Eleonora, nel frattempo, non riusciva a smettere di pensare a Federico. Sempre gentile, sempre accomodante, sempre pronto ad aiutarla da quando si erano riscoperti. Eppure lei lo definiva sempre fratellastro, come se ci fosse qualcosa di dispregiativo nel loro rapporto. Fin da bambini avevano sempre avuto chiari i ruoli; lei era nata all’interno del matrimonio, lui dall’errore di una notte e nessuno della loro famiglia si era mai prodigato nel cercare di farli crescere come fratello e sorella. Anzi. Erano sempre rimasti l’uno sulla soglia della vita dell’altro, guardavano ma non interferivano, osservavano ma non intervenivano. Mai. Finché la madre di Federico non era morta e lui si era ritrovato solo. Inizialmente nessuno dei due sapeva come comportarsi per lasciarsi i propri spazi, l’improvviso cambiamento aveva scosso entrambi. Da che erano estranei, a parte metà patrimonio genetico, si erano ritrovati a vivere sotto lo stesso tetto. Lei era diventata da poco maggiorenne ed era all’ultimo anno del liceo scientifico, lui ne aveva diciassette ed era al quarto. Ma, nonostante la freddezza che Eleonora gli aveva sempre rivolto, Federico lentamente si era scavato un angolino che era diventato sempre più grande. L’aveva semplicemente abbracciata quando aveva scoperto la sua relazione omosessuale con Martina mentre tutto il resto della famiglia successivamente l’aveva condannata ed era stato suo confidente nei momenti di sconforto. Era sempre lì, pronto ad accorrere in soccorso della sorella e a rimproverarla quando sbagliava, quando nessuno aveva il potere di dirle di fermarsi. La capiva, Federico. Erano cresciuti entrambi da soli nonostante la vita di Eleonora fosse stata più facile e semplice rispetto a quella del ragazzo. Ma proprio perché era stato sempre tutto a portata di mano, lei non era mai voluta uscire dallo schema che la sua famiglia e la società le aveva imposto. In apparenza perfetta, sotto la maschera la vera Eleonora che voleva emergere. Aveva trovato se stessa quando aveva conosciuto Martina e anche lì gli errori commessi erano stati molteplici; a partire dal doversi nascondere, alla paura dell’accettare i propri sentimenti. E il suo fratellastro, l’estraneo più di tutti, aveva capito quanto fosse autentico quello che provava, quanta sincerità si celasse dietro ogni lacrima repressa. Non i suoi migliori amici, non la sua famiglia. Federico aveva guardato nel suo cuore, ci si era affacciato con delicatezza come se temesse di vederlo diventare pietra sotto i suoi occhi e l’aveva spronata a non gettare tutto alle ortiche.

E quando il liceo era terminato anche per lui e si parlava di cercare una stanza nella capitale per poter frequentare l’università, la sua domanda era sorta così spontanea da spaventarla.

-Perché non vieni con me?

Federico l’aveva guardata a lungo prima di rispondere, valutando attentamente come era solito fare. E alla fine la risposta era stata altrettanto spontanea. Le aveva sorriso accettando l’offerta e il trasloco e la futura convivenza erano stati più semplici di quanto si aspettassero entrambi. Martina, ridendo di fronte alle sue esclamazioni di puro stupore, le aveva risposto che stava semplicemente crescendo e che stava imparando ad accettarlo come membro della sua famiglia. Eleonora era arrossita di fronte a quelle parole senza rispondere mentre dentro di sé si faceva strada la consapevolezza di una nuova famiglia che si stava creando in quella che definiva la sua rinascita. Aveva dovuto abbandonare parecchie persone per poter vivere tranquillamente, ma quelle che erano rimaste erano vere e accettavano la sua omosessualità senza problemi.

Come Federico.

-Ohi, bella addormentata- la risvegliò dai suoi pensieri Cristina mentre erano in fila per la mensa –Voglio un invito a cena a casa tua uno di questi giorni!

-Lo vogliamo entrambe- si affrettò ad aggiungere Sara con un sorriso enorme spintonandola.

-Siete due cretine, lo sapete vero?

Sara scoppiò a ridere.

-E tu una brontolona di prima categoria. Ancora non capisco come faccia quella povera Martina a sopportarti.

-Guardala- disse Cristina –Sta facendo gli occhi a cuoricino solo a sentirla nominare! Ma quanto sei carina?!

Il viso di Eleonora prese letteralmente fuoco a quelle parole e si affrettò a scegliere cosa pranzare come se volesse distogliere l’attenzione da sé.

-Piantatela, altrimenti giuro che non vi farò mai venire a casa nemmeno per prendere gli appunti di linguistica!

Le due amiche si guardarono per un attimo senza sapere cosa dire.

-Sei una piccola stronza Domenghi!

Eleonora scosse il capo mentre cercava riparo sotto un albero dal sole che le batteva sul viso. Gettò una veloce occhiata al suo orologio da polso e si passò una mano tra i capelli sistemandoli. Era un periodo così stressante per lei che se non dimenticava la testa era solo perché era attaccata al collo. Infilò entrambe le mani nelle tasche dei jeans mentre vedeva profilarsi, tra la folla di studenti un volto familiare. Si mosse nella sua direzione allontanandosi leggermente dal gruppo che si lamentava di quanto difficile fosse un esame di quel semestre.

-Scusa- mormorò senza nemmeno salutarlo.

Federico fece oscillare il mazzo di chiavi davanti al viso di entrambi e scosse il capo.

-Ero di passaggio- si limitò a rispondere porgendoglielo –E poi ormai ci sono abituato.

Eleonora lo afferrò e si guardò intorno.

-Allora buona lezione.

Il ragazzo annuì con un mezzo sorriso e la superò. Si voltò verso di lei mentre continuava a camminare e urlò.

-Non sto andando a lezione! Ho un appuntamento con Flavia!

L’altra strabuzzò gli occhi per la notizia e avrebbe voluto rincorrerlo per farsi spiegare tutto. Invece, gli sorrise con incoraggiamento.

-Allora stendila!

Federico contraccambiò alzando il pollice della mano destra e si girò riprendendo a camminare normalmente. Eleonora lo guardò ancora per un attimo prima di raggiungere Martina e le sue compagne di corso.

-Tutto bene?- le chiese la ragazza alzando gli occhi dal libro di letteratura francese.

La sua fidanzata si limitò ad annuire senza aggiungere altro.

-E quel ragazzo carino con cui hai parlato?- domandò Giulia che era seduta accanto a Martina –Si può sapere nulla di lui?

Eleonora scoppiò a ridere.

-E’ mio fratello- rispose con naturalezza.

Martina, sempre attenta a ogni cosa la riguardasse, si alzò in piedi prendendole la mano. Era la prima volta che lo diceva senza nemmeno correggersi.

-E credo che resti libero ancora per poco. Aveva un appuntamento con una ragazza.

Tra le compagne di corso di Martina si accese una piccola discussione su quanto fortunate fossero certe persone piuttosto che altre. Ma loro due non vi prestarono attenzione. Si guardavano senza parlare perché entrambe stavano pensando la stessa cosa.

Eleonora aveva finalmente trovato suo fratello.

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Commenti

  1. Raffaele Sesti

    Un bel racconto su un tema delicato. Mi è piaciuto come hai raccontato la storia dietro al “fratellastro”, ho apprezzato molto il passaggio “Erano sempre rimasti l’uno sulla soglia della vita dell’altro” che rende così bene l’idea della distanza fra due persone che, appunto, condividono il patrimonio genetico. Bello il finale, con l’intesa fra le due amanti e quell’unica parola che nasconde in se tantissimi significati.
    Unica nota, mi sono trovato un attimo disorientato nella seconda parte della storia… ero ancora in fila a mensa quando di colpo mi sono ritrovato fuori con il sole in faccia. Forse potevi staccare un poco di più la sequenza temporale della storia.
    Alla prossima lettura.

    1. Federica Binacchi Post author

      Ciao,
      Grazie per il bel commento, è un tema che mi sta parecchio a cuore e mi fa piacere essere riuscita a rendere perfettamente partecipe il lettore della scena.
      Per lo stacco, sono nuova sulla piattaforma e non sapevo che usasse un formato leggermente diverso dal word, cercherò sicuramente di rimediare in futuro.
      Alla prossima

  2. Federica Binacchi Post author

    Ciao,
    grazie per il commento! Sono nuova della piattaforma e ancora non so come muovermi al meglio. Spero di imparare presto, ho notato anch’io lo “strano” formato che mi ha dato nella pubblicazione e che, invece, non compariva nel word.
    Alla prossima, spero
    Federica

  3. Giovanni Attanasio

    Ciao. Molto carino e confortante, direi; non so se sia la parola giusta! 😀
    Un solo appunto: suddividendo in più paragrafi la lettura risulterebbe più scorrevole, a volte mi son perso e ho dovuto rileggere.

    Mi è piaciuto lo svolgimento, mi sono immaginato il racconto tipo puntata di una serie all’italiana. 🙂

    1. Federica Binacchi Post author

      Ciao,
      grazie per il commento! Sono nuova della piattaforma e ancora non so come muovermi al meglio. Spero di imparare presto, ho notato anch’io lo “strano” formato che mi ha dato nella pubblicazione e che, invece, non compariva nel word.
      Alla prossima, spero
      Federica

    2. Giovanni Attanasio

      @federicabinacchi Io uso qualche trucchetto per farlo apparire più simile al word possibile. Se vai a capo usando shift+invio, non lascia lo spazio tra le righe, altrimenti sì, quindi puoi usare questo sistema per dividere meglio in paragrafi o andare solo a capo. Per l’indentazione, se la vuoi usare, io uso semplicemente gli spazi, ma in teoria se hai la possibilità di settare la tastiera giapponese puoi usare il loro spazio che conta come carattere singolo speciale e dovrebbe dare lo stesso effetto (non ho mai provato su questo sito.)