Freddo di agosto

Serie: L'estate del 2023


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una serie di piccole storie in equilibrio sul filo dell'estate

E così, al termine di una serata di agosto inaspettatamente fredda, dopo essere scappato dal mio cattivo umore e dallo scazzo generale del bar Berto e dopo aver ascoltato, ad un tavolo di distanza, una discussione tra due ragazzi, che alle tre e mezza di notte, ubriachi, onniscienti e irritanti come possono esserlo certi studenti universitari, pareva volessero finire tutta quanta la birra rossa del Green Pub, mi è capitato di pensare ai parametri emotivi che determinano non tanto l’inizio, quanto la fine di una generazione. Le prossime righe, che spero non offendano nessuno, ma che temo potrebbero farlo, hanno a che vedere con questo, con Miss Liceo Scientifico 1998, che ho incrociato l’altro giorno in città e che non vedevo da anni, e con tutte quelle ragazze di cui alle superiori si sapevano nomi e cognomi e che adesso assomigliano a quella signora che, in riva al mare, grida al figlio di non andare troppo al largo. Ma torniamo ai miei studenti. Non riporterò per filo e per segno il dialogo impregnato di alcool che ho potuto ascoltare, o per meglio dire origliare mentre, davanti alla mia birra solitaria e al mio panino, smaltivo quella cosa balorda che dovevo smaltire quella sera e che ogni tanto, comunque sia, mi capita di dover smaltire. Sarebbe complicato. È piuttosto, il mio, un tentativo di esegesi. La costruzione di un testo che, rimanendo fedele al contenuto originale, che quella sera era vivo e pulsante, lo ripercorra, appianandolo e sistemandolo. Ripulendolo da quella particolare marca di urticante pedanteria a cui accennavo prima. Ne vale la pena. Condivisibile o meno che sia quei due hanno toccato qualcosa. L’hanno azzeccata. Almeno secondo il mio parere. Che qualcosa dovrà pur contare dato il fatto che a scrivere, al momento, sono io. Colmando i buchi ed eliminando i giri a vuoto, i cali di ritmo, le impennate di stile, i rutti, i grugniti, una mezza dozzina di bestemmie e specificando, come ultima indicazione per il lettore, che non aggiungerò commenti, né chiose, né considerazioni finali, che pure ho in mente e che hanno a vedere con questioni di sommarietà e contestualizzazione, la cosa potrebbe suonare più o meno così. E in effetti è più o meno così che suona: «Tu pensi ancora che la bellezza femminile sia un segno d’intelligenza del destino. È questo il tuo guaio, la tua debolezza. Invece è soltanto una collisione tra imprudenze, è soltanto un piacevole incidente. Sta lì per un po’, a bloccare un incrocio e ad attirare i curiosi che capitano da quelle parti. Se ne rimangono sul ciglio della strada a guardare, a discutere, a fare battute. In mezzo vanno soltanto quelli che contano qualcosa. Quelli che hanno un ruolo da giocare. C’è chi prende le misure, c’è chi valuta, c’è chi decide, c’è chi soccorre, c’è chi si scambia quello che c’è da scambiare e c’è chi chiama quelli che devono essere chiamati. Per ultimo arriva il carro-attrezzi e porta via tutto quanto. Sgombra l’incrocio per il prossimo incidente. Ed è questa è la fine della bellezza femminile, ed è questo invecchiare, ed è questa la fine di tutto».

Serie: L'estate del 2023


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Discussioni

  1. Ciao Michele. Un altro racconto diverso da se stesso e diverso dagli altri. Inserito in una serie originale, che ho seguito con curiosità e, ammetto, spesso stupendomi. Sarà forse l’estate il vero filo conduttore? O forse il tempo, che scorre e scappa via? Qui lo hai reso particolarmente bene con periodi così lunghi e frastagliati di punteggiatura che, se non leggi tutto d’un fiato, non ce la fai. Secondo me, altro esperimento ben riuscito. Come se, ciascuno dei racconti fosse tale. Confesso che per alcuni ho provato una sorta di ‘invidia’ nel senso che mi sarebbe piaciuto averli pensati e scritti.

    1. Grazie Cristiana, sei gentilissima e questa invidia tra virgolette la prendo come un bel complimento. Non lo so, per me durante l’estate lo schiocco del tempo che passa e delle cose che nel tempo rimangono incastrate, è più forte.

  2. Stamattina mi sono svegliato presto senza premura di alzarmi e ho letto d’un fiato tutti i racconti della serie 😀 Non è male e gli episodi hanno più di un filo conduttore, non solo l’estate. A volte è necessario tornare indietro per capire bene il racconto (o forse sono io ancora non del tutto sveglio), però le storie prendono.
    Ho visto che hai nominato il Green pub in 2 racconti, forse un luogo per te particolare. Miss liceo 98 chi è, Isabella?
    Comunque si, se usi quei termini che hai messo in bocca ai giovani pensare allo stereotipo è quasi automatico. Ci vieni incontro tu con una spiegazione?

    1. Il Green pub è un bel posto ficcato come un dente sulle mura della città. È aperto sia d’estate che d’inverno. È pieno di musica, di birra e di persone. Ha un’anima notturna. Quando esci di lì, vedi il mare e se ti sporgi e guardi a destra vedi i binari e la stazione. Il green pub è un posto lento a passare, ancorato al centro storico com’è, ma è circondato dalle distanze e dall’idea del viaggio. La prima volta che sono entrato al green pub era il 1993, l’ultima due settimane fa.
      Il nome di miss liceo 1998 non me lo ricordo. Però mi ricordo di Elena.
      La cosa dello stereotipo è difficile da analizzare pienamente. Per un sacco di motivi penso che uno stereotipo non sia. Il racconto ha a che fare con il tumultuoso movimento in avanti del tempo e con il fatto che gli esseri umani, di questo tumultuoso movimento in avanti del tempo, se ne accorgano. Da questa combinazione si traggono infinite prospettive e le prospettive partono da infiniti spunti e presupposti.
      L’ultima parte l’ho messa in bocca a dei ragazzi e i ragazzi che parlano di tempo non hanno, di solito e per ragioni anagrafiche (perciò senza dolo), una prospettiva tridimensionale dell’argomento (io, almeno, mi ricordo di non averla avuta). La prospettiva dei ragazzi è schiacciato e loro sono una specie di terra piatta e fissa dove il tempo è il sole che si muove e gira attorno. Da qui la vecchiaia, intesa come fine di tutto, è il bordo di questo tipo di prospettiva. Invecchiare per un ragazzo è per forza di cose il suo confine ultimo. Passato quello non è più un ragazzo. Da lì le cose cambiano.
      Per quello che ne so adesso, a 44 anni compiuti a giugno, siamo noi che giriamo attorno al tempo e il tempo è una dimensione che, fondamentalmente, si fa gli affari propri, fa quello che deve fare punto e basta.
      Insomma quando penso al tempo penso a questo genere di cose, tutte insieme, mescolate, in movimento e filtrate da quello che sono e che ero, da quello che so e che non so, da quello che ricordo e non mi ricordo. Tutto questo visto da un aereo che sembra un’auto e che a volte è un treno.
      Forse e più o meno.

    2. Su miss liceo avevo immaginato che potesse essere l’Isabella del racconto precedente, quella che a 44 anni spinge il carrello e aspetta un figlio. Ci vedevo un legame con il discorso che hai fatto in questo episodio.
      Sul resto che hai scritto io sono chiaramente d’accordo con la tua spiegazione, che chiarisce bene la frase pronunciata dal ragazzo. Il problema è (mi sembra) che chi la legge interpreta che il soggetto sia la bellezza femminile che scompare.

  3. Bello. Anche se dissento profondamente dalla frase finale. Invecchiare può essere bello, ma per percepirne la bellezza servono occhi ed orecchie buoni, che vedano e sentano aldilà degli stereotipi.

    1. Ciao Nyam, innanzitutto grazie per la lettura. Ti dico la verità, prima di spedire quest’ultimo racconto qualche remora l’ho avuta. Avevo la sensazione che questo testo avrebbe potuto essere letto anche così. E’ legittimo che tu l’abbia fatto, oltretutto. Ti assicuro, però, che il mio intento non era quello sprofondare in uno stereotipo. Questa serie ha molto a che fare con il tempo. Il suo essere implacabilmente in movimento, il suo scorrere su ogni cosa mi affascina tantissimo. Questo racconto parla di uno dei tanti parametri su cui si può misurare il suo passaggio. Non è questione di meglio o peggio. E’ questione che niente è fisso e tutto cambia. L’ultima frase l’ho messa in bocca a dei ragazzi. Il tempo dei ragazzi è un’altra cosa.