Frutto di passione

Serie: Diversamente sole


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dell'Eritrea devi parlare!

Li ho conosciuti entrambi, sapete? Lui in Italia e lei qui in Eritrea. Dove entrambi i fratelli sono nati, da madre eritrea e padre italiano. Ghinda.

La strada Asmara-Massawa svolta a sinistra nella via principale di Ghinda, attraversando un fiume. È sempre stato un posto preferito dai residenti italiani, non da ultimo perché la pioggia e il terreno fertile lo hanno reso, e lo rendono ancora, una grande area agricola. Le sue verdi colline terrazzate riforniscono i mercati di frutta e verdura di Asmara e Massawa.

Questo è un testo informativo/pubblicitario che ho trovato in un sito turistico: molto sintetico, dice poco o nulla sul fascino di Ghinda ma che sia un posto preferito dai residenti italiani, su questo non mente.

Tutti quelli che scendono dall’Asmara a Massawa conoscono Ghinda, ricca di fonti d’acqua; tutti quelli che conoscono Ghinda sanno dove ci si deve fermare per bere il succo di zeitun.

Ostello del buon respiro, lo chiamo io per non ricordare che è diventato Hotel da quando gli Inglesi sono succeduti agli Italiani, distruggendo tutto quello che “i fascisti”avevano edificato, ferrovia compresa e forse è stato giusto così: chi sono io povera vecchia e romantica per giudicare i grandi della Terra.

Distruzione, dunque, ma non abbastanza per cancellare quel fascino di vecchio albergo siciliano, con tanto di caffé all’aperto e ristorante. Capretto che neanche in Grecia lo sanno cucinare così tenero e dolce e maccheroni al sugo di tutte le nostre nonne: pomodoro/cipolla/carota/sedano, ma arricchito di un pizzico abbondante di felfel . E da bere il vino aspro, selvatico delle viti sopravvissute alla carneficina degli anglosassoni e dei loro shiftà.

Piastrelle ovunque, così siciliane, così comode perché non serve ridipingerle; alberi da ombra e da fiore e quelle sedie metalliche modellate a poltroncina, fresche; pubblicità irreali e una macchina da espresso splendente come un tabernacolo, che fa caffé buono anche con la cicoria.

Se qualcuno di voi dovesse passare da quelle parti, provi a guardare se esiste ancora l’altarino: nel bar, a destra, entrando.

Una tavoletta in legno non più lunga di cinquanta centimetri e larga forse venti, verniciata e sorretta da due di quei supporti metallici fatti a L e decorata con un pizzo bianco, pulitissimo e quasi consunto. Sopra questa mensoletta, uno per parte, due bicchierini di vetro grosso, svasati, la misura giusta per un’ombra✶e invece portano fiori.

Tra i fiori due portafotografie, in legno di fattura elegante, italiana di parecchi anni fa. Un altarino, appunto, e non servirebbero domande ma è bello chiedere quando rispondere è un piacere così evidente.

Le proprietarie dell’ostello sono madre e figlia, chiaro: la più giovane è al banco, con tutte le sue treccine e un vestituzzo giallo splendente, mentre la più vecchia arriva dalla cucina asciugandosi le mani nel grembiule. ✶✶

«Hai visto come si somigliano? Sono belli i miei gemelli?»

Indica la figlia e il ragazzo in fotografia, poi allunga un braccio e tocca la foto dell’uomo, ogni scusa è buona per una carezza.

«E noi, non siamo belli noi?»

Non riesco a definire a quale etnìa appartenga: somala non è ma la bellezza è dello stesso tipo, sottile e perfetto.

«Ma pensa che io tuo figlio lo conosco! Si chiama Vittorio?»

Gli occhi le si fanno tutta luce.

«Ho un buon marito io, sai? Quando i figli sono nati è rimasto con me e ha lavorato fino a che abbiamo potuto comperare questo. Poi ha deciso che il ragazzo doveva studiare e se l’è portato in Italia ma noi siamo rimaste qui perché non c’erano soldi abbastanza. Non pensare che ci abbia abbandonate, sono venuti anche a trovarci. Lui è un bravo uomo, mi credi?»

E come potrei non crederti, questo posto splende di felicità.

La figlia, che fino ad allora era rimasta silenziosa, tirò fuori una vocina non timorosa ma timida, la timidezza delle bellissime.

«Tra un anno papà e Vittorio torneranno per sempre. Vittorio ha promesso che mi farà da maestro e io diventerò istruita come lui».

In quel momento fummo interrotte da quel tipo di vociare sguaiato che spesso si accompagna alle trasferte di piacere del personale UN in Eritrea.✶✶✶

«Allora! Non c’è nessuno qui a servire?»

Rosa, la proprietaria, fece segno alla figlia di non muoversi, afferrò un blocchetto per gli ordini, si dipinse un sorriso in faccia e uscì, accolta da urla già ubriache.

«No,no,no e no! Senza offesa, tu sei bellissima mama ma noi vogliamo carne giovane! Fai uscire tua figlia!»

Erano quattro già seduti intorno al tavolo, più uno in piedi. Nel frattempo era arrivata l’auto degli amici che aspettavo per tornare all’Asmara, tutti pensionati come me, e da lontano mi fecero segno di darmi una mossa.

Guardai Rosa che mi fece segno di andarmene, in fretta. Non cercai di vedere dove fosse sua figlia e raggiunsi i miei compagni di viaggio.

Trascorsero tre anni prima che tornassi a Ghinda e chissà perché decisi di fare il viaggio in autobus.

Nella foto qui sotto potete vedere dove fermano i mezzi a Ghinda.

A quell’albero, non so nemmeno che tipo di albero sia, si è impiccata la figlia di Rosa una notte, e l’hanno trovata la mattina seguente.

Alla veneta: un bicchiere di vino in dose da osteria.

✶✶La protagonista non parla Tigrino ma le due donne parlano Italiano.

✶✶✶A questo punto dovrei passare all’Inglese ma non mi va di farlo.

ATTENZIONE: quest’opera è stata scelta dalla redazione di Edizioni Open per intraprendere il percorso della pubblicazione e diventare un libro cartaceo. Segui i progressi di “Diversamente sole” all’interno del nostro Incubatore Letterario.

Serie: Diversamente sole


Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

    1. Grande! Esattamente cosi: ho promesso a me stessa che se dovessi morire prima di mio marito, la gioia di un colpo bene assestato, prima di andarmene, non me la leva nessuno. Nel frattempo scrivo.

  1. Un genere che sicuramente esula dalla mia zona di comfort, ma è proprio questo il bello: buttarsi nella novità e godere delle sue sorprese!
    Non sono una gran viaggiatrice, ma a leggerti mi viene voglia di visitare Ghinda.
    Ho deciso di partire dall’inizio e di percorrere tutto il viaggio (in autobus).

  2. Bravissima Francesca, diretta come un proiettile silenzioso, che fa centro senza che il nemico se ne accorga. Ho notato, con questa serie, un’impennata nel tuo stile. Stai affilando la lama, sembra che tu abbia meno timore nell’osare, ma nel senso buono, non saprei come spiegare. Insomma, è sempre un maggior piacere leggerti.

    1. Hai perfettamente ragione, credo sia l’effetto della breve crisi: me ne volevo andare perché pensavo di non essere all’altezza, poi mi sono detta che io ho cose diverse da raccontare e che devo affrettarmi a farlo, invece di tante lagne.😘

      1. Beh, allora è vero quello che dicono, che dietro ogni crisi c’è un’opportunità! E l’ho già detto, ma vale la pena ripeterlo: i tuoi scritti ci arricchiscono come lettori e come persone. Grazie per essere qui❤️

  3. Questo racconto è narrato tramite fotografie, alle quali lasci il compito di mostrare al lettore la cruda realtà di quel lontano Paese.
    Una strategia narrativa molto originale ed efficace, che mi ha colpito e che mi è piaciuta.

    1. Grazie Giuseppe, stai dedicando il pomeriggio a leggere e commentare questo inizio di serie, è veramente una gioia. E utile, perché tu hai un modo molto originale di entrare nei racconti.

  4. Sono stato molto arrabbiato con te per questo racconto. Solo per un attimo, poi mi è passata e la collera ha lasciato spazio alla gratitudine, quella che si ha verso chi insegna cose importanti con la severità che le cose serie richiedono.
    Noi italiani di fine anni sessanta siamo cresciuti nell’adorazione della cultura inglese (per un verso) e delle UN (per altri motivi) e vedere la realtà fotografata così, senza censura di stato, a far deflagrare le mie convinzioni giovanili mi ha colpito. Grazie, quindi, per il segno rosso sulla guancia.

    1. Grazie per la tua sincerità, a cui devo corrispondere. Ho fatto fatica a scrivere questo racconto, proprio perché sono cresciuta anch’io con convinzioni simili alle tue. D’altra parte, qualche frutto andato a male non fa perdere valore all’albero o alla fruttiera che dir si voglia. Come per i credenti l’esistenza di preti pedofili, suppongo.

  5. Questa ‘fotografia’ di uno stralcio di vita e di vite è sconvolgente e lascia il segno. La tua maestria sta nell’utilizzare al meglio la tecnica del ‘mostrare’ senza troppo dire. Non ti servono tanti giri di parole, ti basta il cuore. Bravissima