Gente di Roma – il finale

Serie: Cronache dai trent'anni - Appunti in ordine sparso


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: segue accurata spiegazione sul mio livore per gli abitanti della Capitale. Il finale ha sorpreso, non in senso positivo, persino me.

L’addome, che è pur sempre l’addome di due persone di mezza età, non dovrà essere cesellato – ciò che sottenderebbe una volontà di ostentare che non appartiene a questa gente – ma trasmetterà forte e chiaro il messaggio di una magrezza che gli ipocriti potrebbero financo definire malsana e che si fregerà di un sottile lembo di pelle tremula sotto l’ombelico, a dimostrazione che quella straordinaria condizione fisica, essendo incorniciata da un piccolo inestetismo, non è il risultato di privazione e sacrificio, bensì il destino genetico che Madre Natura ha serenamente e insindacabilmente deciso: quel trascurabile difetto diviene, in ultima analisi, il testimone chiave di una serendipità fisica per la quale molti, senza falsi moralismi, sarebbero disposti a uccidere con le nude mani il proprio cane.

Le gambe saranno toniche e magre. Le cosce – in particolare – saranno quasi bidimensionali e questa condizione dovrà essere verificabile da qualsiasi punto di osservazione. Conseguentemente, le natiche non giocheranno alcun ruolo della nostra equazione, dovendo essere sacrificato ogni desiderio di esplosiva rotondità, per nulla consonante con le caratteristiche sin qui descritte.

La carnagione sarà scurissima e incartapecorita e il volto sarà solcato da rughe profondissime, che i nostri antieroi mostreranno con la candida innocenza di chi non si è mai posto il tema della senilità. Con l’insopportabile aplomb di chi sa, nel profondo del cuore suo, di non dover morire mai.

Ma veniamo, dunque, ai piedi, che sono stati scaturigine di tutta questa articolata divagazione. Ebbene, per indossare i mocassini da barca senza calze, è necessario che i suddetti piedi addivengano ad uno stato di sostanziale desensibilizzazione: in pratica essi stessi devono diventare delle calzature. I vasi sanguigni del tutto prosciugati. Ogni forma di riflesso condizionato completamente annientata. Questo risultato, mi sembra chiaro, si ottiene solo dopo diversi anni passati a camminare scalzi, pressoché ovunque: ovviamente in barca, in casa, sul prato inglese, in giardino durante la meditazione, sul porfido della terrazza mentre si innaffiano le piante, in spiaggia (senza timore alcuno di calpestare una siringa usata), sul vialetto alberato che collega la spiaggia alla casa delle vacanze, sui carboni ardenti, sul corpo esanime di qualche sacrificio umano durante un rito satanico fatto a Capalbio la sera di Ferragosto (“così, tanto per far qualcosa”).

Dopo tutto questo tempo passato a camminare senza scarpe, i piedi non sudano più e secernono, anzi, un blando quantitativo di borotalco durante tutta la giornata, così da rimanere perennemente asciutti, freschi e protetti.

Ecco svelato, quindi, il mistero dei mocassini da barca.

Ecco svelata la ragione cardine del mio livore: la profonda vergogna che io provo nel camminare scalzo. O meglio, la profonda paura che se mai decidessi di indossare dei mocassini senza calze qualcuno, magari a voce alta, davanti ad altra gente, in maniera tale che io non possa svicolare e sia costretto a rispondere mi chieda, con tono accusatorio: “ma ce li hai i calzini ?”.

Moltissime volte ho ragionato sul tipo di risposta che potrei fornire a quel punto. Ebbene, tale sarebbe lo sforzo nell’ammettere il vero, tale la paura del giudizio, il terrore di leggere una smorfia di disgusto negli occhi dei miei interlocutori, che io sicuramente risponderei: “SISI, CE LI HO I CALZINI, HO MESSO QUELLI A SCOMPARSA PERCHÈ È UNA CAFONATA PORTARE I MOCASSINI DA BARCA CON I CALZINI LUNGHI”. A quel punto fingerei l’arrivo di una telefonata inattesa, farei un’espressione fintamente crucciata e poi mi allontanerei velocemente, lasciando intendere chissà quale lugubre scenario al mio contraddittorio che resterebbe lì, di sale, preso alla sprovvista, “preso in contropiede” come dicono gli studenti universitari quando devono raccontarti che in sede di esame il docente gli ha posto una domanda che non si aspettavano.

La vergognosa realtà è che sarebbe quello il mio coupe de theatre, il vigliacco espediente per darmela a gambe prima che il più scaltro del gruppo mi incalzi ribattendo “fammeli vedere, allora!”.

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Umoristico / Grottesco

Discussioni

  1. Ciao Jacopo, sono arrivato alla fine di questa intensa e grottesca disamina sociale con il sorriso amaro di chi ride guardando Fantozzi, sospettando di essere uno dei personaggi, si, ma in fondo nel film è tutto esasperato, non è proprio così. E invece è proprio così, incluso l’autobus preso al volo sulla rampa della tangenziale. Negli gruppi sociali, il processo di omologazione in sottogruppi è qualcosa di imperfetto ma inevitabile come lo scorrere dell’acqua in un canale. E cosa succede a chi rifiuta l’omologazione? Nella migliore delle ipotesi si viene emarginati. Nella peggiore, ci si ritrova in un sottogruppo omologato di emerginati (tipo gli Amish). Alla prossima!