Giochi di otto nel mio cuore rotto 

Mi ero alzata da quel letto sfatto dopo otto giorni che ci ero rimasta dentro inerme, completamente fuori dal tempo, le finestre verdi erano rimaste chiuse e l’aria si era fatta densa del mio dolore, una luce smorzata di sole opaco filtrava il pulviscolo di aria e pensieri.

La testata di legno rossiccio parlava di notti a due, incubi e canzoni ascoltate sottovoce, di cuscini sbattuti in faccia e rabbia, pezzi di sabbia incastrati in venature di legno dilatate e le nostre ore insieme ormai passate.

Il mio corpo non aveva più un suo spazio e la pelle era come insensibile, solo indifferenza e sofferenza sotto la coperta, né freddo né caldo e il cuore con il termometro rotto.

Ero ovattata e inarrivabile, non una sola voce che potesse raggiungermi e darmi sollievo, gli scatoloni ancora intatti contro il muro di un sogno infranto, la consapevolezza di non sapere come muovermi.

Avevo ancora le braccia?

Suoni di trattori in lontananza e la voglia continua di non uscire da quella stanza.

Mi alzavo ogni tanto, mangiavo a stento, parlavo con mia madre e con mio padre, parlavo con la donna di servizio ma ero come assente, gli operai andavano e venivano, le loro voci mi davano fastidio ed io ero perennemente dipinta di lacrime e quel volto bagnato, lontano dal mio, era qualcosa che avrei voluto celare persino a me stessa, avrei voluto essere una tela cerata impermeabile.

Mi mettevo uno scialle addosso e mi costringevo a sedere in giardino, alle porte di novembre il sole era lo stesso cocente, mi lasciavo trafiggere da quei raggi gialli, alla ricerca di quel calore perduto, cercando di capire se potessi ancora provare qualcosa.

Mi sedevo sul bordo di sasso della piscina, lasciavo scivolare le dita all’interno, giocavo con l’acqua per poter essere capita da quella trasparenza in cui guardarsi dentro poteva fare almeno un po’ meno male, poteva essere chiaro chi stavo a guardare e chi invece, dietro me, avevo lasciato andare.

Ci eravamo lasciati da trentotto giorni ed io non avevo capito, nel tempo della mia vita, quanto valessero quei giorni.

Lui ogni tanto mi aveva scritto, mi aveva telefonato, come se fosse ancora abituale sentirsi.

Parlavamo per ore, minuti o anche pochi secondi e nonostante tutto per dirsi addio erano sempre pochi.

Alternava dentro di lui momenti di risolutezza, a volte di arroganza o freddezza, momenti di pianto incredibilmente sottili eppure percepibili, e attimi in cui voleva davvero ferirmi.

Parole e azioni da dividere, ma entrambe erano pesi da soppesare nella bilancia della propria anima.

E sullo sfondo la nostra casa, ancora intatta, che nostra non sarebbe mai più stata.

Ero partita da sola e mentre io smontavo la nostra cucina l’avevo visto fare le valige, schiacciato dalla paura di qualcosa di nuovo a cui non sapeva dare un nome, il suono dei suoi passi in camera da letto contro l’eco del suo sorriso quando mi aveva convinto a firmare il contratto, a fare nostro un posto nuovo e nuova mura in cui far l’amore, in cui riporre quelle valige che ora lui stava facendo da solo e in cui si divideva in due la nostra storia d’amore, ed io che nelle mie non sapevo più cosa e chi riporre.

Tolsi lo scialle e a braccia nude mi sdrai nel sole, nel cielo c’erano giochi di nuvole scomposte, cuori ovali e sagome di conigli che parevano voler giocare a nascondino, quanto avrei voluto anche io nascondermi, diventare indefinita come una nuvola, sospesa e leggera dalla mattina fino alla sera.

Mia madre mi chiamò in lontananza dalla finestra arcuata del casale, la sua voce così famigliare e avvolgente mi riportò alla realtà in modo travolgente, era il momento di reagire e cominciare nuovamente ad esistere, tornai dentro senza lo scialle addosso, aggrappandomi alla ringhiera della scala in sasso per paura di cadere, la mente stordita di riflessioni, otto scalini per arrivare in casa, e annullare la distanza che mi aveva invasa.

La sera aveva steso nel cielo un vestito lucente di rosso e tenue di azzurro delicato, in cucina il camino spargeva odore di legna secca e muschio umido, le fiamme alte erano musica scoppiettante in sottofondo, muovevo le mani tra la credenza e la dispensa, guardai l’orologio colorato che avevo al polso, otto minuti per scolare la pasta e la tavola era già apparecchiata.

Stavo provando a vivere ed ogni movimento mi sembrava difficilissimo, ero meccanica nei gesti, il cervello lento elaborava ogni elemento con un processo lunghissimo, c’era in me qualcosa di non finito che non lasciava spazio al presente, anche se cercavo di sorridere così ardentemente da dimenticarmi che quella grande casa doveva contenere più amore di quello che ci abitava dentro in quel momento.

Raccolsi i capelli con una penna, assaggiai il sugo, feci un girotondo tra le sedie, strinsi più fortemente il grembiule alla mia vita e poi mi misi a scolare la pasta.

Furono pochi attimi decisi e determinati, il tempo più breve di un battito di ciglia e ogni cosa in me prese letteralmente fuoco.

Il fiocco del grembiule si impigliò nella griglia dei fuochi, vacillai profondamente inarcando la schiena, e la pentola di acqua bollente mi si rovesciò totalmente sul braccio sinistro, e per un attimo soltanto, io non sentii niente. Fu solo un liquido denso e scivoloso addosso, l’entità di qualcosa che cresce e scoppia, come un fuoco che avanza e divora tutto quello che incontra.

Stavo ancora tenendo la pentola fra le mani e non riuscivo a capire il danno di quell’acqua addosso a me, come se fosse solo uno schizzo improvviso e momentaneo, arrivò mia madre spaventata, negli occhi un terrore forte e mi aprì l’acqua fredda, io finalmente lasciai la pentola nel lavandino, tolsi dal polso l’orologio rovente e mi feci invadere dall’inferno che ormai avevo sotto la pelle.

In pronto soccorso nessuno mi medicò, un’infermiera svogliata all’accoglienza mi disse che dopo le otto non c’era nessun dermatologo e che potevo ritornare il giorno seguente, non un sguardo al mio braccio, nessun sollievo prescritto.

Quella stessa mattina ero spaventata dal non percepire più niente e ora dentro quella sala d’attesa grigia e blu ero paralizzata dal sentire troppo, un dolore che non cessava e non si placava mai, mi sentivo come se mille bocche stessero mangiando la mia carne e la cuocessero su una fiamma accesa e viva, come io ormai non mi sentivo più.

Ogni cosa in me era fuoco, il dolore del cuore annebbiato da quello del corpo.

Tanto era spenta la mia anima tanto era accesa la mia pelle.

Fu una notte invivibile in cui il calore di ustione dentro al quale ero ingabbiata rimise in luce ogni cosa con una nitidezza disarmante.

Ci fu solo un istante in cui pensai di chiamarlo. Ma farlo non era amarlo e non era amarmi.

Dovevo medicarmi e dovevo farlo da sola, fuori e dentro.

Al pronto soccorso tornai il giorno seguente, mi misero in attesa senza darmi nessuna indicazione.

Qualcuno mi disse che era lì ad attendere da otto ore, io guardai l’ora del mio arrivo, le otto e otto minuti.

C’erano ovunque intorno a me giochi di otto nel mio cuore rotto.

Lasciai il mio posto a qualcun altro e uscii di fuori, la benda che mi avevano fatto i miei genitori bruciò a contatto con l’aria della mattina.

Mi chiesi quando sarei guarita, quanto ci avrei messo a farmi una nuova pelle lungo il mio braccio e sul profilo del mio cuore, una pelle nuova, vergine, più delicata ma anche più spessa, ruvida di scottature.

Mia madre mi venne incontro, accogliendomi nel suo abbraccio, doveva aver pianto ed io mi strinsi nel vederla così, quante persone una storia d’amore può far soffrire?

In macchina la cintura si appoggiava sulla benda ed era come un solletico di ortica, punte di prurito e fitte di bruciore intenso, non riuscivo più a dividere ciò che ero dentro da quello che ormai ero fuori.

Fasciature ovunque, sulla pelle e sulla mente, e ripensavo a quei giochi di otto nel mio cuore rotto, di quell’otto che può rappresentare anche l’infinito, un cerchio continuo che non si chiude mai.

Avrei continuato anche io a soffrire all’infinito?

Mia madre si strinse in uno sguardo lungo di parole, senza dirmi nulla mi stava chiedendo qualcosa a cui io non sapevo dare una risposta.

In lontananza c’era lui appoggiato alla sua macchina verde, giocava con qualche sasso contro il cancello di ferro con indosso gli scarponcini chiari che gli avevo regalato io.

Scesi dalla macchina e gli andai incontro, mi rispose con un sorriso a metà, spegnendo la sigaretta che teneva tra le mani io mi chiesi se lui ci sarebbe stato nel mio domani.

Sapevo che era tornato per restare eppure non sapevo cosa provare.

Entrambi senza dircelo c’eravamo traditi, un tradimento profondo che aveva chiuso il cerchio del nostro rapporto.

I giochi di otto nel mio cuore rotto avevano creato una scissione ormai visibile, neppure per noi tornare insieme era ormai credibile.

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Discussioni

    1. @mattia sì, il senso di infinito contrapposto alla brevità mi piaceva come contrasto… ti ringrazio per le tue belle parole, felice che ti sia piaciuto!

  1. …l’aria si era fatta densa del mio dolore…quel volto bagnato, lontano dal mio…avevo ancora le braccia?
    Marta non so esprimerti la mia ammirazione per l’intensità con cui hai saputo trasmettere il dolore. La sensazione di estraneità a se stessi, il senso di lentezza innaturale, di irreparabilità. Spero che non ti sia successo veramente quello che segue ma è narrato con un tale realismo che lo sembra. Davvero bravissima. Trovo tra l’altro, secondo il mio modestissimo parere, che tu stia crescendo molto da un punto di vista stilistico. Continua così!

    1. Cara @Isabella, trovare le tue parole è sempre un bellissimo appuntamento 😀
      Il dolore è il punto centrale del racconto, e volevo che la narrazione seguisse le fasi interne ed esterne altalenandosi tra il proprio dentro del proprio fuori (che sì, so essere così divorante perchè mi sono ustionata veramente, ahimè) usando lo snodo dell’otto come numero ricorrente perchè può rappresentare l’infinito, di cui a volte abbiamo paura e altre volte speranza.
      Ti ringrazio per la maturazione che vedi, forse la differenza che vedi è che questo non è un racconto pensato subito per Edizioni Open, quindi l’ho sviluppato con una narrazione più solita alla mia, prolissa e intimistica e sono davvero felice che tu l’abbia apprezzata, grazie!