Giovedì

Serie: 11

È caduto nel compimento del proprio dovere.

Alla porta si erano presentati due tizi in divisa bianca. Quello che parlò, non guardò negli occhi mamma nemmeno una volta. Il mento alto, lo sguardo verso un punto invisibile.

L’altro, con entrambe le mani inguantate, le porse una scatola decorata da una coccarda blu, bianca e rossa. All’interno gli effetti personali del vice ammiraglio Richard S. Parker, promosso alla memoria, il che avrebbe comportato un sussidio più consistente per la vedova.

E un altro eroe per la nazione.

Quel giorno non mi sarei stupito se nelle sue volontà, avesse scritto di trattarci da suoi subalterni, come aveva sempre fatto in vita.

Il funerale fu celebrato a Washington. Era presente il vice presidente, addirittura. I fucilieri spararono tre volte.

Tutti sfilarono stringendo la mano alla vedova e all’orfano, recitando il proprio cordoglio da consumati attori.

Nel salone abbiamo un grande fuoco. Sulla cappa è inchiodata la bandiera che ci hanno consegnato al funerale di papà. Una spaccatura profonda divide in due l’enorme trave di sequoia. Anche lei si sta sfasciando.

Come tutto qui, del resto.

Sopra la trave ci sono le sue foto. Quella ufficiale della marina, listata a lutto. Altre prese dagli almanacchi della US Navy, oppure da immagini ufficiali. Me lo immagino il fotografo che gli raccomanda di sorridere, ma lui non ce la fa. Gli è sempre venuto difficile farlo.

In ogni mia foto messa quassù lui c’è, sempre in divisa. Ma un occhio attento scoprirebbe che la sua figura è posticcia. Perché in verità lui nei momenti importanti per me non c’era affatto. In una sembra addirittura che mi tenga una mano sulla spalla. Ma è solo un’illusione.

Ricado sulla sedia a rotelle. Mamma non tornerà prima delle sei.

Sposto il pannello che impedisce all’aria fredda di scendere dal camino. Infilo la mano in fondo al braciere. Per un attimo mi sembra di perdere l’equilibrio, nonostante sia seduto. Mamma deve averle trovate… no, sento tra le dita il cilindro di vetro. Era solo finito più in fondo.

Queste le ho fatte comprare a Heather, fingendo di averle finite. Saranno abbastanza?

Le piccole pastiglie sembrano innocue, prese una volta ogni tanto, quando la mia testa mi mette paura con i suoi sbalzi.

*

Avevo iniziato una lista di cose da fare prima di morire, ma poi l’apatia ha avuto la meglio anche su quello.

E poi, cosa cazzo potrei fare, messo come sono?

Una di queste era incontrare Joe Montana. Che dolore il 18 aprile 1995, quando annunciò il ritiro dal football giocato. Avevo quasi pianto, mentre mandavano le immagini delle sue giocate più belle. Per non parlare dell’emozione di affrontare con i Chiefs la sua ex squadra e batterla 24 a 17. Senza rimorsi.

Avevo sperato che, dopo aver ricevuto il premio come miglior quarterback, Joe avrebbe voluto incontrarmi. Siamo colleghi, in fondo.

Non ho più la tv in camera. Mamma l’ha portata via, perché non mi isolassi ancora di più. Ha chiamato il nostro vicino, un tassista messicano che un giorno, sul pianerottolo, le aveva chiesto se ne aveva una da vendere. Gliel’ha regalata. Inserisco una cassetta nel videoregistratore. 

Il Super Bowl del 1989. San Francisco 49rs vs Denver Broncos.

Joe Montana vinse per la terza volta il titolo MVP della finale e stabilì diversi record, come quello di 13 passaggi riusciti consecutivi.

Parcheggio la sedia accanto al divano e mi siedo sul bracciolo, per poi scivolare sul cuscino.

Mi restano solo i tre desideri prima dell’esecuzione della condanna.

Il primo è questo, vedere l’ultimo successo di Joe Montana.

Il secondo è mangiare la pizza di Pizza Hut.

Il terzo… non posso permettermelo.

*

– Tesoro! Sono rientrata, ma devo uscire di nuovo. Cosa vuoi per cena?

Mi bacia sulla testa.

– Tracy! – protesto.

Si mette i pugni sui fianchi.

– Non chiamarmi Tracy anche quando siamo soli. Me ne sono accorta, sai, che con gli estranei non mi chiami mai mamma.

– Lo sai che mi da fastidio quando mi baci così, – dico, girando la sedia a spingendola verso la cucina.

La sento mormorare qualcosa, una flebile lamentela, ma si vede che non ha tempo adesso, per sottopormi le sue domande scomode e quindi lascia perdere. Forse dovrei essere un po’ più disponibile. A volte è più forte di me, cercare di allontanare le persone dal mio dolore. Non per loro, lo faccio per me, non voglio sentirmi accusare di aver fatto soffrire qualcuno.

– Allora, cosa vuoi mangiare?

– Pizza. 

– Le ordini tu, mentre io esco? Tanto sai cosa mi piace.

Si dà una sistemata ai capelli specchiandosi nella cappa di acciaio. Guarda l’orologio da polso, regalo del primo anniversario di matrimonio. Credo il primo e l’ultimo. Poi papà era partito.

– Aspetta le sette prima di ordinare. Per quell’ora dovrei essere di ritorno. I ragazzi delle consegne a domicilio sono fantastici.

– Potresti adottarne uno, quando io non ci sarò più, – mi viene fuori, d’impulso. 

Odio sentir parlare di efficienza. Mi fa sentire ancora più emarginato. Sembra la miglior qualità che uno possa desiderare al giorno d’oggi.

– Volevo solo dire che… – si interrompe. – Non potrei mai volere un altro figlio, oltre a te. – Sorride, avvilita. – Adesso devo proprio andare.

Le persone non possono capire come ci si senta, da un momento all’altro, sprofondare in un abisso. Passare dall’essere il campione, all’essere un rifiuto. E non vale più la frase c’è chi sta peggio di te, perché ti senti il peggio del peggio. E te lo porti dentro fino alla fine.

*

I ragazzi di Pizza Hut sono davvero molto efficienti. Spaccano quasi il secondo, meritandosi una buona mancia. La pizza è ancora bollente. Devono avere un forno sul furgone delle consegne. 

Non mi piace mangiarla nel cartone, perciò ho preparato i piatti.

Il formaggio fila che è un piacere.

– Com’è? – mi chiede mamma.

Annuisco, mentre recupero aspirando un filo di mozzarella che mi ha imbrattato il mento.

– Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo mangiato pizza?

Prima che scoprisse tutte quelle cucine etniche, senza dubbio. – Almeno sei mesi. – Da quando sono così non l’avevamo più mangiata.

– Mi ricordo la prima, – riprende. – Eravamo a Napoli, con tuo padre. Tu non andavi ancora a scuola.

Era stato uno dei pochi periodi felici della nostra famiglia.

Mamma finisce l’ultima fetta di pizza. Fissa il piatto. È decorato da un tramonto sul golfo di Napoli. Una macchia di pomodoro sulla sommità del Vesuvio, assomiglia a un’esplosione di lava. Sul mio piatto figura invece Piazza del Plebiscito, la più famosa della città.

– La pizzeria era proprio sul lungomare. Forse li abbiamo presi proprio in quel posto, questi piatti.

Arrivammo all’inizio di giugno e dovevamo starci per tutta l’estate, a Napoli. Papà era in servizio nella VI flotta, sulla portaerei Saratoga. Invece il primo di luglio, senza spiegazioni, ci disse che veniva trasferito alla VII flotta, in Giappone e noi dovevamo ritornare a casa. L’avremmo raggiunto in seguito, aggiunse, ma non successe mai.

In quei giorni, tutti i giornali italiani parlavano di un aereo precipitato in mare per cause sconosciute, causando la morte di ottanta passeggeri. Che le due cose fossero collegate, ho cominciato a sospettarlo pochi anni fa, quando papà fu convocato da un tribunale italiano.

Non se ne fece nulla, perché la marina non concesse la sua partecipazione.

La pizza si è raffreddata.

– Vuoi che te la scaldi? – mi propone, alzandosi e afferrando il piatto.

– Non ho più fame.

– Allora la surgelo, così la puoi mangiare tra qualche giorno.

– Non fa niente, – rispondo, la gola secca. Mando giù un sorso di birra. È ancora più amara. – Mangiala tu per me.

*

Mi preparo per dormire. Per sempre.

Sono agitato. Ho paura. Rimango a guardare la tv, in pigiama. Mamma sta finendo delle cose di lavoro. Ogni tanto alza la testa e guarda cosa passa alla televisione.

– Ancora a guardare Joe Montana? Le conosco a memoria anche io, ormai, quelle telecronache.

In verità stavo fissando lo schermo, senza seguire le immagini. – Cosa hai detto?

Si toglie gli occhiali. – Sei strano stasera. Qualcosa non va?

– Sto aspettando che mi venga sonno.

Cambia discorso. – Ho visto Jennifer stasera, quando sono uscita.

Jennifer.

– Sta bene, direi. Mi ha dato un numero di telefono, ha detto di chiamarla.

– Perché dovrei? Lei non si è più fatta sentire. Mi ha cancellato dalla sua vita, proprio quando avevo più bisogno di lei! – mi parte lo sfogo, che cerco di controllare. Ormai non ha più importanza.

– E invece si ricorda ancora di te. Altrimenti non mi avrebbe dato il suo telefono.

– Vuole solo lavarsi la coscienza.

Smette di lavorare. Ha l’aria stanca.

– Lo so che te l’avranno detto mille volte, ma è difficile affrontare la malattia, per chi non è malato. Si ha sempre la sensazione di sbagliare. In un verso o nell’altro.

La lascio parlare. Non ho più la forza per oppormi. Spero di averla per fare quello che devo fare.

Lavora ancora qualche minuto.

– Io vado a dormire, tesoro. Sono distrutta.

– Io rimango ancora un po’.

– Buona notte.

Va di là. Qualche minuto dopo ritorna, pronta per coricarsi.

– Qui c’è il suo numero. Chiamala, Gene. Finché puoi farlo. – Con un gesto sottolinea l’ineluttabilità dell’affermazione.

Serie: 11
  • Episodio 1: Martedì
  • Episodio 2: Mercoledì
  • Episodio 3: Giovedì
  • Episodio 4: Venerdì
  • Episodio 5: Sabato mattina
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