Lunedì

Serie: 11


Jane stringe la mano a mamma. Si guarda attorno, cercando qualcuno. Mamma fa un cenno verso la vetrina. Lei si volta e mi vede. Distolgo lo sguardo e lo rivolgo tutto attorno. Il vetro fumé della vetrina mi divide dal mondo esterno.

Si scambiano un’ultima stretta di mano, prima di congedarsi. Mamma mi soffia un bacio.

Jane entra nel ristorante e mi si siede di fronte. Il posto non è affollato. Le cameriere parlottano tra loro, in attesa.

Sfogliamo il menù e ordiniamo da bere. Senza una parola.

Pochi istanti e arrivano le birre. Abbiamo ordinato la stessa cosa.

Bevo un sorso. 

La guardo.

– Non bevi?

Si scuote.

– Sì… ma prima… devo ringraziarti. Per oggi. Non so cosa…

– Non l’ho fatto per avere qualcosa in cambio.

Trasale. – Non l’ho mai pensato, io… cosa vorresti dire?

Per la prima volta ci guardiamo dritto negli occhi.

Penso di cambiare discorso, ma il mio tempo si sta consumando in fretta.

– Non sono stato io a insistere per invitarti. Quindi non vorrei che tu pensassi che l’ho fatto per… – cerco un’espressione adatta, – per approfittarne.

– Non mi è nemmeno passato per la mente.

La porta sbatte. Una coppia entra al ristorante. Lui va al bancone e ordina da bere.

Litigano.

Lei non smette di parlare a voce alta. Lui non reagisce, beve.

– Non vorrei essere lasciato in mezzo a tutte queste persone. Perché adesso lei lo lascia, vedrai.

– Che ne sai tu?

– Siete sempre voi a lasciare.

Jane li guarda. Poi me, infastidita.

– Lo dicono quelli che non hanno il coraggio di prendersi la responsabilità delle loro azioni.

– È la storia che lo dice.

Jane ride, un riso artificioso.

– Dimenticavo la storiella della mela e del serpente. – Si fa seria. – Ma tu non ci hai mai neanche provato, a comprometterti con una persona. Nessun impegno, nessun problema, no?

Mi sporgo verso di lei.

– Perché tu staresti insieme a uno che ha già la data di scadenza sulla confezione?

– Quindi è questo il punto, – annuisce, soddisfatta. – Ci sei arrivato subito.

– Come dicevo, ho la data di scadenza.

– Comunque per me sarebbe un passo avanti. – Guarda altrove. – Ho un marito che se la spassa con una puttana cowboy, mentre io porto dentro nostro… mio figlio. Poi torna e pretende di riprendermi, come se fossi il suo bassotto. Riesci a immaginare di peggio?

– Me?

– Ma fammi il piacere.

Mi accorgo che s’è fatto silenzio attorno a noi.

Abbasso la voce. – Fa niente, tra poco sarò…

Jane balza in piedi, incattivita. – Pensi di cavartela così? Dovrei compatirti, forse? Jane, guarda, c’è qualcuno che sta peggio di te.

Spingo indietro la sedia e cerco di alzarmi anch’io.

– Mi giudichi senza sapere quello che provo.

– Non provarci nemmeno! Levati dalla testa che il mondo intero ce l’abbia con te! Se vuoi sapere come la penso, tu credi di non poter essere giudicato, perché sei in questa condizione, – ha la voce rotta dall’emozione. – Beh, ti sbagli di grosso!

Una cameriera si sta avvicinando, per sedare lo scontro, ma Jane la incenerisce con lo sguardo.

Poi si risiede e anche io. Respira forte.

Dopo aver ripreso fiato, prosegue come se dicesse una verità inconfessabile. – Sarai giudicato in base a quello che potevi fare e non hai fatto.

– Potevo lasciare che ti buttassi, per quello che me ne importa!

– E perché non l’hai fatto?

– È stato… – Ci penso a lungo, ma non trovo una risposta.

– Cosa?

Justin. – Mi ha fatto paura.

– Chi?

– Un bambino. 

– Cosa? – Ride. – Che grande uomo sei!

Ignoro la frecciata e continuo, parlando più a me stesso, che a lei. – Avevo la sensazione che mi guardasse dentro. Che vedesse come sono fatto veramente. – Le persone passano tutta la vita nascondendo agli altri come sono realmente. 

– E non vorresti sapere come sei fatto davvero?

– Ormai per me è troppo tardi. – Lo sotterrano così in profondità, che con il tempo diventa sconosciuto anche a loro stessi.

– Hai tutto il tempo che vuoi, invece!

– No. Morirò domani. – Fino a quando fanno qualcosa che non riescono a spiegare, ma che non avrebbero mai fatto, se non fosse una parte di loro.

E scoprono di aver mentito a se stessi, prima che agli altri.

Jane rimane in silenzio per un po’. – È lo stesso giorno che nascerà mio figlio, – rammenta. 

Piano piano alza lo sguardo e si insinua nei suoi occhi un pensiero.

– Ma forse ci sbagliamo entrambi! Il mio bambino nascerà il giorno dopo e tu ci sarai ancora e magari…

Il pensiero è consolante. – Ma non accadrà.

Per un po’ ci osserviamo mediante i nostri doppi riflessi nella vetrina. Fuori passa una coppia con un passeggino. 

Jane sussulta lievemente. 

– Stai piangendo?

Nasconde il viso tra le mani.

– È una cosa che fanno le persone quando sono tristi o deluse.

Allungo la mano. Jane appoggia la sua sul tavolo.

Esito, ma alla fine gliela afferro.

– Non possiamo farci niente. Il destino è troppo grande per noi.

– No. Il destino è solo una scusa per sentirci in diritto di fare le scelte sbagliate.

– Nessuno di noi ha scelto quello che gli è successo.

In un angolo della sala un gruppetto di ragazzi intona un canto di auguri. La tavola imbandita.

Sottrae la mano alla mia stretta. – Non mangiamo?

– È la mia ultima cena e non ho neanche fame, – scherzo.

Il festeggiato fa il giro del tavolo per brindare con tutti.

*

A braccetto con Jane, scendiamo lungo la Broadway, incasinata come sempre. In questa moltitudine siamo solo due particelle elementari, con drammi e perdite, come molti altri.

– La prima volta ti chiesi se avevi paura di…

– Morire? No. Mi chiedo quanti altri moriranno insieme a me, domani. – Sono l’unica cellula cancerosa, in questo organismo, che sa di esserlo?

Jane fa come se si staccasse piano piano dal mio mondo. – È così strano. Io non vedevo l’ora che arrivasse il momento e adesso ho paura. Ora che ho più bisogno di avere Andrew vicino, lui non c’è.

– Anche io avrei bisogno di mio padre.

– Se ne è andato di casa?

– No, se n’è andato per sempre.

– Mi dispiace.

– Vennero due marinai che si comportarono come semplici fattorini. Consegnarono un pacco con gli effetti personali di papà e se ne andarono. Non aveva detto a nessuno della malattia, neppure a mamma. Fu uno shock per me, che pensavo sarebbe morto da eroe. – Lo pensavo da bambino, in verità, quando il proprio papà è sempre un eroe. – Lui era un soldato, non parlava che di coraggio, obbedienza, sacrificio. Dovere. Non è forse dovere di un padre, esserci quando il proprio figlio è in difficoltà? – Il rammarico sale come bile. – Quando lo vedrò, nell’aldilà, gli dirò quanto è stata dura per me.

Jane si tiene la pancia con l’altra mano.

– Scusa il pippone. Maschio o femmina?

– Non lo so…

– Ma?

– Non ho fatto belle esperienze di uomini, ultimamente. – Tace, incerta se aver detto qualcosa di inopportuno. – Eccetto i presenti.

– No, compresi i presenti.

Scuote la testa.

– E ti chiedo scusa.

Sorride. – Scuse accettate.

Attraversiamo l’incrocio insieme a una piccola folla. Percorriamo un tratto della strada alberata, davanti a un hotel. L’addetto apre la portiera di una limousine bianca, dalla quale scendono due donne in abiti storici. Dall’interno proviene musica anni ’20.

– Si stanno divertendo.

– Almeno loro.

– Siamo arrivati alla macchina.

Avvia il motore e ci immettiamo in strada.

– Ci eravamo già conosciuti, – fa Jane dopo un po’.

Penso in quale delle mie vite è successo.

– Mi suona strano pensare che sono l’ultima persone che vedrai. Eccetto tua madre, certo.

– Poteva andarmi peggio.

– Ma poteva anche andarti meglio.

– Perciò ve bene così.

Questo scambio di battute avviene senza che quasi respiriamo. 

– Siamo arrivati, accosta.

Un po’ a fatica mi isso fuori dal veicolo.

– Ti accompagno?

– Posso farcela.

Salgo i gradini, aggrappandomi al corrimano di pietra e poggiando entrambi i piedi su ogni pannello. Arrivo in cima senza soste.

– Buona fortuna, – mi augura Jane.

Io alzo solo la mano, per ricambiare.

L’ultima cosa che sento, prima di chiudere la porta, è l’autoradio che si accende e i vocalizzi di The great Gig in the sky dei Pink Floyd.

La luce automatica dell’ingresso si spegne, lasciandomi nell’ombra e con la voce di Clare Torry che mi entra nelle orecchie. Chiudo gli occhi, solo un attimo.

Perché dovrei aver paura di morire? Non c’è motivo di averne, prima o poi devi andartene.

Mamma spalanca la porta. 

– Eccoti, tesoro. Come è andata la cena?

Sento ancora i brividi che mi ha dato la voce alla radio.

– Non dovevi aspettarmi, – riesco a dire, dopo qualche minuto di iper-ventilazione.

Mi accarezza. – Le mamme fanno questo e altro.

Ci avviamo verso la camera. Sento che c’è in sospeso qualcosa.

Mi appoggio alla cornice della porta. – Sai che potrei non svegliarmi più, mamma?

Sospira. – Lo sapremo solo domani mattina.

Mi sforzo di farle un sorriso, nel caso fosse l’ultima cosa che le rimane di me.

– Ti dispiace se rimango accanto al letto? Solo per un po’.

Acconsento.

La radiosveglia segna mezzanotte.

Da questo momento in poi, ogni istante è regalato.

Serie: 11


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