Gli archibugieri di Malta

Malta, 1565

Se era per quello, sarebbe volentieri tornato in Italia. “Chi me l’ha detto di diventare ausiliario degli ospitalieri?” Si preparò al fuoco.

Terminò di preparare l’archibugio al fuoco, infilò la canna nello scudo. Un po’ scomodo, non poteva vedere dove mirava. “Quel che mi basta sapere è che i cavalieri turchi sono un fronte compatto”. Avrebbe sparato nel mucchio.

Con i piedi ben piantati a terra, percepì i movimenti dei cavalli. Il suolo tremava. Dovevano essere molte libbre di carne. E metallo.

I turchi fecero fuoco, le pallottole tintinnarono sugli scudi di Ulderico e i commilitoni.

«Fuoco!» gridò il comandante ospitaliere.

Ulderico accese la miccia. Attese. Ci fu uno scoppio, aveva sparato, per poco lo scudo non crollò giù dal cavalletto.

Sollevò lo sguardo per sbirciare oltre il riparo e vide i turchi a terra, molti cavalli annaspavano nella polvere, versavano sangue, uomini e cavalli nitrivano all’unisono.

I turchi puntarono le pistole bombate contro di loro. A Ulderico quelle pistole non piacevano. Si riparò dietro lo scudo e la seconda bordata di pallottole tintinnò con monotonia.

Ulderico pensò che adesso si sarebbe combattuto il corpo a corpo. Il tempo di sistemarsi la borgognotta e i cavalieri gli furono addosso. I destrieri divelsero gli scudi, Ulderico arretrò, parò un colpo di scimitarra con l’archibugio, vide che il nemico non esitava a adoperare le pistole come mazze, in effetti da lì sporgevano degli spuntoni.

Ulderico sguainò la storta e, reggendo l’archibugio con la sinistra, mollò dei fendenti che mutilarono di una mano un turco col turbante, poi avanzò, incoraggiato dalle urla di guerra, e si prestò al combattimento da cui intendeva uscire vivo. Nel frattempo, lui e i commilitoni pregavano.

Dopo aver squartato e dilaniato, Ulderico si ritrovò a essere ricoperto di sangue. Pensò che al peggio non c’era mai fine.

Si distrasse.

Un turco ne approfittò per calargli addosso come un maglio e con un colpo di scimitarra gli strappò via la storta fin quasi a slogargli il polso.

Ulderico vide la lama volare via, poi il cavaliere prepararsi a finirlo.

Goffo, usò l’archibugio per difendersi e più senza volerlo che altro fece inciampare il cavallo.

Il cavaliere crollò a terra, non perse i sensi, come una vipera delle pietraie di Sicilia fece per lanciarsi su Ulderico che aveva raccolto un sasso e glielo abbatté in faccia.

Ulderico vide frammenti di osso volare dappertutto, un occhio scoppiare, l’altro scivolare giù assieme ai brandelli di carne.

Ulderico continuò e continuò, nel frattempo pregava. “Uccidere un infedele non è peccato!”

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Discussioni

  1. Sebbene si senta, più per la apparente coincidenza che per una aperta dichiarazione, una vena polemica nei confronti della attuale situazione in Medio Oriente, la narrazione come gia in altri scritti di Kenji resta virtualmente oggettiva pur mantenendo il punto di vista di Ulderico. Sembra di leggere i suoi pensieri restando “altri”, semplici osservatori. Tanto è dovuto, per un racconto a sfondo storico.
    Lo stile è quello al quale ci siamo abituati (e viziati), al punto che se scendesse, per una sfortunata coincidenza, di livello, lo sentiremmo subito. E quindi complimenti!