Gli incursori delle sabbie

1274 a.C.

Tut e i commilitoni uscirono dal deserto. Si ritrovarono in una savana lussureggiante, ma Tut era certo che non li attendeva nulla di buono.

Avanzarono a piedi.

La guerra aveva rovinato Tut: era abituato alla violenza, pensava non ci fosse altro a parte la brutalità del passare per le armi i prigionieri. Un tempo viveva in un mondo bellissimo, ora vedeva soltanto cadaveri intorno a sé.

Il piccolo reparto giunse al cospetto di una fortezza che si ergeva fra le rocce del territorio avversario. Quello era l’Impero Ittita! Come l’odiava, Tut, lui che amava l’Impero Egizio alla follia. Tut avrebbe compiuto qualsiasi cosa per il faraone, anche gettarsi in un orrido.

Adesso erano davanti alla fortezza.

Attesero la notte.

***

Quando le tenebre calarono in loro favore, diedero l’inizio all’ascesa della rocca sulla quale si trovava la fortezza. Tut si sentì divertito: lui, un semplice fante, che ora si dava da fare come incursore.

Durante la scalata, nessuno degli egizi precipitò, e meno male: l’eventuale urlo li avrebbe fatti scoprire.

Tut fu il primo ad arrivare in cima, era stanco, ma senza perdere tempo tagliò la gola a una sentinella.

Come zanzare del delta del Nilo, gli incursori sciamarono sugli spalti della fortezza e con i khopesh eliminarono gli ittiti di guardia. Tut vedeva solo sangue, intorno a sé; anzi no: sangue e oscurità, ma forse aveva davanti a sé la propria anima.

Penetrarono nella fortezza seminando morte, sembrava che nessun ittita fosse capace di fermarli. Il silenzio era il loro regno, prosperavano nel mutismo delle vittime che, prima di avere la gola tagliata, venivano fatti tacere con una mano in bocca.

Tut arrivò per primo nella sala del tesoro. Aveva davanti a sé scrigni pieni di pezzi d’oro, pietre preziose, gioielli, persino spade in oro massiccio con diamanti incastonati a farli sembrare le lingue di meretrici corrotte ma ricchissime.

Un urlo.

Avevano lasciato una scia di morte troppo lunga, gli ittiti se n’erano accorti.

Il nemico calò loro addosso come la mangusta sul cobra, però Tut era consapevole che il cobra è velenoso.

Reagì.

Fra urla e rantoli, i commilitoni di Tut contrattaccarono ma rimasero in trappola: gli ittiti erano in molti, li stavano soffocando.

Tut, al colmo della furia, raccolse una spada in oro e diamanti e la brandì sporcandola di sangue.

Sentì i morsi di pugnale, spade, frecce e lance nel suo corpo ma determinato a salvarsi la vita ritornò sugli spalti che un’ora prima aveva accolto lui e gli altri incursori.

Gli ittiti non demorsero: lo incalzarono.

«Maledetti!» gridò Tut. Almeno aveva una spada rubata al tesoro della fortezza ittita.

Con il corpo crivellato di ferite, si arrampicò sul parapetto e gridò: «Sono io a decidere come morire».

Saltò giù.

Nella discesa sempre più veloce Tut fu felice: era lui a decidere come morire.

Felice.

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