Gli occhiali



Il signor Dante Pe pesava gli spaghetti sulla bilancia elettronica disposta al centro di un sottile centrino in filet. Dovevano raggiungere grammi 74, il numero dei suoi anni, non uno di più, non uno di meno. Da un po’ di tempo si era fissato che far corrispondere la sua età alla quantità di pasta da mangiare  4 volte a settimana, fosse fondamentale per una buona digestione e contribuisse ad una vita più lunga.

Superati i 70 grammi, era solito posare gli spaghetti uno ad uno sul piatto della bilancia, fino all’apparizione del numero prescelto. Quella domenica, verso mezzogiorno, appoggiò lo spaghetto decisivo e incredulo iniziò a sbattere gli occhi davanti a una cifra che gli sembrava sia 74 sia 75. Sollevava e riabbassava l’ultimo spaghetto, ma non riusciva a capire se il secondo numero era un 4 o un 5.

“Gli occhiali, dove sono?” Abbassò la fiamma sotto la pentola con l’acqua bollente. Si guardò intorno. Il tavolo ordinatamente apparecchiato per uno, la credenza con un portafoto al centro, su un centrino beige e la poltrona in pelle un tempo lucida, non mostravano gli occhiali.

“Sono sicuramente in camera o forse in bagno”. Si compiacque dell’impeccabile disposizione in cui teneva gli oggetti per casa, ma quell’ordine gli rivelò presto l’assenza dei suoi occhiali anche da quelle stanze. Tornò in cucina, la fronte corrugata sulle sopracciglia folte. Ricontrollò il piano cottura: la bilancia si era spenta, l’acqua non aveva ancora iniziato a consumarsi, constatò soddisfatto. Si avvicinò al tavolo e riallineò le posate sul tovagliolo ricamato a mano, spostandole di mezzo centimetro a destra attento a mantenerne il parallelismo. “Dove li ho usati l’ultima volta?” Si chiese mentre lisciava la tovaglia beige ricamata come il resto dall’amata Rosa alcuni anni prima di lasciarlo, con rimpianto, era certo.  Ricamava sempre quando lui andava a giocare a carte. “Le carte!” Ecco dove li aveva usati l’ultima volta, “A casa di Guido, sabato corso, per segnare il punteggio al Burraco”. Da ragioniere in pensione non avrebbe mai fatto tenere i punti a qualcun altro.

Senza pensarci s’infilò il cappotto e andò dal vicino di casa nonché amico e compagno di gioco. Suonò il campanello, una prima volta per allertarlo, poi contò fino a tre e premette di nuovo: due trilli brevi per avvisarlo che era lui alla porta. Guido aprì, si sfilò gli occhiali da lettura, lasciandoli cadere sulla camicia male abbottonata, sorrise all’amico e lo fece entrare. Con il quotidiano sgualcito sotto braccio, gli fece strada fino al salotto dei tornei di carte, dove i due si misero a cercare gli occhiali.  “Ma come faccio a trovarli in mezzo a questo caos?” si chiedeva Dante. Carte ancora sparse sul tavolo sotto a bicchieri vuoti, una bottiglia di vino probabilmente acido, semi di mela, brandelli di fogli ed una penna senza tappo. “Marasma uguale disorganizzazione mentale, ecco perché perde sempre” si ripeteva Dante mentalmente. E mentre Guido frugava dappertutto lasciando dietro di sé una confusione maggiore, Dante lo seguiva e ammucchiava fogli, impilava bicchieri vuoti e creava dei mucchietti di polvere e briciole qua e là. Nel seguire i movimenti dell’amico che ispezionava sotto il tavolo, Dante, inchinandosi sentì qualcosa cadergli dalla tasca del cappotto e finire sul pavimento proprio sotto i suoi occhi. Due ovali di vetro piccoli mostravano nitidamente la bordura del tappeto persiano, le stanghette cromate piegate dietro le lenti. Eccoli. Non poteva credere di averli avuti addosso tutto il tempo. Paonazzo, li afferrò svelto per il ponte, affondando i polpastrelli nel velluto colorato. Li intascò. Si assicurò che l’amico non l’avesse visto. Lo salutò evitandone lo sguardo, mentre raccolse una briciola forse di biscotto dal tavolo. Avviandosi all’uscita allentò, senza pensarci, la stretta sulla briciola. Questa cadde proprio sopra un piccolo tondo di cotone lavorato a mano e s’incastrò tra i punti bassi impolverati. Tornato a casa, il signor Dante Pe ravvivò la fiamma sotto la pentola; ripesò gli spaghetti: 71, 72, 73, 75, 73, 75, sollevava e riabbassava l’asticella di grano. Alla fine la spezzò, un po’ a malincuore. “Chissà dov’è ora Rosa” non poté fare a meno di pensare.



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