Gli uomini non vivono da soli
Serie: Di ombre e luce
- Episodio 1: Prologo
- Episodio 2: Premonizioni
- Episodio 3: L’addio a Milano
- Episodio 4: Dall’Europa all’America
- Episodio 5: AnahÃ, tra sogni e tradizione
- Episodio 6: Una bambina sotto la luna
- Episodio 7: Dove finisce il mare
- Episodio 8: Straniero tra fratelli
- Episodio 9: Quando il vento cambia
- Episodio 10: Una parte di me resta qui
- Episodio 1: Tra le righe del massacro (parte prima)
- Episodio 2: Tra le righe del massacro (parte seconda)
- Episodio 3: Orizzonti
- Episodio 4: Oltre il buio del Paraná (parte prima)
- Episodio 5: Oltre il buio del Paraná (parte seconda)
- Episodio 6: Oltre il buio del Paraná (parte terza)
- Episodio 7: Quello che resta
- Episodio 8: Il canto della terra lontana
- Episodio 9: Gli uomini non vivono da soli
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Pietro non imparò un altro mestiere. Almeno, non subito.
Continuò a suonare e, nelle ore in cui il paese rallentava, anche a leggere. All’inizio procedeva lentamente, tornando più volte sulle stesse righe. Non capiva tutto, ma alcune idee gli rimanevano in testa anche dopo aver chiuso il libro.
Una, soprattutto: gli uomini non vivono da soli.
Pietro richiuse ‘Mutuo appoggio’ e rimase seduto sul letto con il libro tra le mani. Non era del tutto sicuro di essere d’accordo. Da quando aveva lasciato Santa MarÃa aveva imparato soprattutto a cavarsela da solo, e fino a quel momento non gli era sembrata una cosa cattiva.
Qualche giorno dopo tornò dal libraio.
«Ne hai altri?»
L’uomo lo guardò come se si fosse aspettato quella domanda.
«Sempre.» Gli porse un altro libro senza aggiungere spiegazioni.
Da allora, quando gli avanzava qualche moneta, Pietro passava dal banco.
Il libraio era un uomo di poche parole. Si chiamava Evaristo e, dietro i modi asciutti, Pietro cominciò a riconoscere una cura precisa. Non gli metteva davanti libri a caso. Sembrava scegliere quelli capaci di lasciargli qualcosa su cui pensare.
Una sera Pietro si fermò sul ponte prima di tornare alla locanda. Appoggiò le mani al parapetto e guardò l’acqua. Aveva la chitarra sulla spalla e un libro nel sacco.
Quando era arrivato a Villa Carlos Paz si era fermato nello stesso punto senza sapere dove avrebbe dormito né cosa avrebbe fatto il giorno successivo. Adesso una stanza lo aspettava ogni sera e le persone lo salutavano quando lo vedevano passare.
Qualche giorno dopo, mentre suonava davanti alla locanda una melodia imparata da suo padre, sentì un ritmo secco accompagnarlo da dietro.
Pensò a un bambino che batteva le mani o a qualcuno che si divertiva a disturbarlo. Continuò a suonare, ma il ritmo non si perse. Lo seguiva con precisione, fermandosi quando lui rallentava e riprendendo quando accelerava.
Allora si voltò.
Seduto su una cassa rovesciata c’era un giovane magro, con i capelli chiari e arruffati e una camicia che doveva essere stata elegante prima di raccogliere tutta quella polvere. Teneva tra le ginocchia un piccolo tamburo consumato e lo batteva con le dita.
Pietro smise di suonare.
«Ti ho disturbato?» Il ragazzo aveva un forte accento straniero.
«Hai cominciato senza chiedere.»
«Se chiedevo, magari dicevi di no.»
Due uomini seduti ai tavoli risero.
Pietro lo osservò ancora per qualche secondo, poi tornò alla chitarra e riprese esattamente dal punto in cui si era fermato.
Il giovane lo seguì. Questa volta con maggiore misura.
Dopo poche battute Pietro si accorse che gli piaceva.
La chitarra apriva la melodia e il tamburo le dava un passo diverso e la musica sembrava più piena. Pietro accelerò appena, provò un passaggio più difficile e poi un altro. Il ragazzo gli rimase dietro senza perdersi.
Quando finirono, davanti alla locanda qualcuno applaudì. Un uomo lasciò alcune monete sul tavolo e chiese un’altra canzone.
Pietro guardò il ragazzo.
«Come ti chiami?»
«Frédéric.»
«Francese?»
«Abbastanza.»
Pietro aggrottò la fronte. «Abbastanza cosa vuol dire?»
Frédéric si alzò dalla cassa e si passò una mano tra i capelli.
«Che sono nato in Francia. Ma da quando sono partito non so più bene che cosa sono.»
Pietro non gli chiese altro.
Da quel giorno Frédéric cominciò a comparire sempre più spesso davanti alla locanda. All’inizio arrivava senza avvisare, si sedeva sulla sua cassa e aspettava che Pietro prendesse la chitarra. Poi presero l’abitudine di cercarsi e, quando uno non trovava l’altro, chiedeva in giro.
Il francese dormiva dove capitava. A volte un falegname gli lasciava un angolo nel deposito; altre divideva una stanza con due muratori. Diceva di essere arrivato a Villa Carlos Paz per lavorare. Sapeva aggiustare sedie, trasportare sacchi, servire ai tavoli e fare molte altre cose abbastanza bene da farsi pagare. Ma rimaneva sempre il tempo necessario per guadagnare qualcosa, poi spariva.
«Tu non hai un mestiere.»
«Ne ho troppi. È diverso.»
«È una bella scusa.»
«Funziona quasi sempre.»
Pietro non amava le persone che parlavano troppo, ma si accorse che Frédéric non lo stancava. Aveva una vitalità disordinata e una fiducia quasi incosciente che gli permettevano di infilarsi ovunque: nei cortili, nelle botteghe, nelle feste e perfino nelle conversazioni degli sconosciuti.
Pietro era diverso. Osservava, ascoltava prima di parlare e non concedeva facilmente confidenza. Eppure, quando suonavano insieme, gli sembrava più facile lasciare andare qualcosa che, da solo, tendeva a trattenere.
Il secondo sabato, su consiglio di Ramiro, andarono a suonare vicino alla riva, dove nel tardo pomeriggio si fermavano le famiglie. Le donne sedevano all’ombra, gli uomini tenevano il cappello calato sugli occhi e alcuni ragazzi si bagnavano nel fiume.
Frédéric aveva rimediato due cucchiai di metallo e li batteva contro il bordo del tamburo.
Pietro lo guardò.
«Sei sicuro che sia musica?»
«Se la gente paga, è musica.»
«Questo non dirlo davanti al libraio.»
«Perchè, hai un libraio?»
«Non è mio.»
«Se torni sempre da lui, un po’ lo è.»
Pietro non rispose.
In effetti, ormai passava da Evaristo ogni due o tre giorni e quello gli teneva da parte un volume che pensava potesse interessargli.
Quel pomeriggio, dopo aver suonato sulla riva, Pietro portò Frédéric con sé.
Il francese prese subito in mano un libro di botanica, lo aprì al contrario e finse di leggerlo con grande attenzione.
«Questo è ottimo.»
Evaristo lo osservò da sotto la tesa del cappello.
«È al contrario.»
Frédéric esaminò meglio il volume.
«Anche meglio. Costa meno?»
Pietro scoppiò a ridere.
Evaristo cercò di mantenere la sua espressione severa, ma un sorriso gli comparve comunque sul viso.
Poi si chinò sotto il banco e tirò fuori un libretto sottile dalla copertina scura.
«Questo può interessarti.»
Pietro lesse il titolo e cominciò a sfogliarlo. Parlava di invenzioni, scoperte e uomini che avevano cambiato il modo di lavorare, viaggiare e comunicare. C’era una parte dedicata al telegrafo e un’altra al telefono.
Si fermò.
Gli tornarono in mente la grande casa davanti alla quale passava spesso, i fili tesi tra i pali e quel continuo entrare e uscire di persone. La casa di Don Carlos.
«Quanto?»
«Per te, poco. Però devi leggerlo davvero.»
Pietro sollevò gli occhi dal libro. «Li leggo sempre.»
«Leggere non è guardare le parole.»
Frédéric si appoggiò al banco.
«È severo, il tuo libraio.»
Pietro infilò il libro nel sacco. «È per questo che torno.»
Serie: Di ombre e luce
- Episodio 1: Tra le righe del massacro (parte prima)
- Episodio 2: Tra le righe del massacro (parte seconda)
- Episodio 3: Orizzonti
- Episodio 4: Oltre il buio del Paraná (parte prima)
- Episodio 5: Oltre il buio del Paraná (parte seconda)
- Episodio 6: Oltre il buio del Paraná (parte terza)
- Episodio 7: Quello che resta
- Episodio 8: Il canto della terra lontana
- Episodio 9: Gli uomini non vivono da soli
Scusa Cristiana é partita involontaruamente la pubblicazione del commento. Concludendo: dovrei interpretarne il segno.
“La casa di Don Carlos.”
Il Don Carlos in questi ultimi giorni compare continuamente davanti ai miei occhi, come ristorante k cime albergo
Come potrebbe non piacermi il racconto che parla di un francese, di musica, libri e libraio, così ben raccontato? Mi sono tuffata e ci ho sguazzato dentro. Sempre brava, Cristiana.